inGiappone

gennaio 3, 2009

108

Uno degli eventi che non può mancare nel Capodanno tradizionale giapponese è il suono della campana (鐘・Kane): a partire da mezzanotte, 108 rintocchi, distanziati ciascuno di circa 2 secondi dalla fine del rumore di quello del precedente (che è in effetti piuttosto persistente, e varia a seconda di ogni campana), scandiscono la gelida aria invernale.

la campana del nostro tempio di fiducia

la campana del nostro tempio di fiducia

Perché 108? Perché 108 sono i desideri malvagi (煩悩・Bonnou: ad esempio, avidità, sete di potere ecc ecc) che rovinano le vite degli uomini impedendogli di arrivare alla felicità: ad ogni rintocco della campana, ne viene scacciato uno, in modo da poter essere felici l’anno che verrà.

Inutile dire che avrei ucciso per suonare la campana, ma, per fortuna di chi stava prima di me, non si è reso necessario…!

notare l aria mistica dell oshousan (altrimenti noto come bonzo)

notare l'aria mistica dell oshousan (altrimenti noto come bonzo) ed i miei occhi spiritati, nonché l'abbondante dose di strati che mi fa sembrare ancora più ingrassato di quanto già non sia

Buon anno!

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gennaio 1, 2009

新年明御目出度御座!

しん ねん あ           お  め  で  と   ご  ざ

新年明けまして御目出度う御座います!

(da leggere: shinnen akemashite omedetou gozaimasu! Sia i kanji per “omedetou” che quelli per “gozaimasu”, in effetti, non si usano in quanto desueti, ma vabbè… così fa più fico, no?)

Auguri a tutti per un buon anno nuovo!

In effetti, dubito che il nuovo anno possa per me essere splendido quanto questa seconda metà di 2008 in Giappone… ma vabbè, pare che io sia in controtendenza, quest’anno!

Ancora auguri a tutti!

Marco

(^_^)

P.S. A chi fosse curioso del Capodanno giapponese, chiedo di pazientare ancora un po’ per la descrizione! Yoroshiku ne!

dicembre 26, 2008

Scusatemi!

Piuttosto che scrivere un post di scuse per non aver risposto ai commenti potrei rispondere ai commenti ed eliminare il bisogno di scrivere questo post; ma che gusto ci sarebbe, altrimenti?

Stremato da tre giorni consecutivi di feste di addio alla giapponese intervallati da mail e – mi duole ammetterlo – fugaci scampoli della quarta stagione di Prison Break (che, tra l’altro, vi raccomando), non vedo altra soluzione che un riposo immediato per sopravvivere al quarto.

A presto!
Marco

dicembre 25, 2008

Merii Kurisumasu!

Quest’oggi, stremato da una lunga giornata di impegni (…), mi terrò sul sintetico e vi augurerò buon Natale alla giapponese:

Merii kurisumasu! (= Merry Christmas)

Se invece foste compagni di classe… un più informale “Merikuri”!

Se, ancora, voleste creare un esotico miscuglio dai dubbi risultati, potreste augurare un “Kurisumasu omedetou”, o, in casi di formalità estrema, “Kurisumasu omedetou gozaimasu”

Insomma, il succo è: buon Natale a tutti!
(^_^)

Marco

P.S. Chi di voi è mai andato a scuola il giorno di Natale? Lo vedete che il Giappone è un paese davvero unico…!

dicembre 20, 2008

La scopa del rispetto

In Giappone, i bidelli non esistono: sono sempre gli alunni a pulire la scuola, e lo fanno in un modo che mi ricorda molto il celebre indovinello della Sfinge. Alle scuole elementari, infatti, i bimbi puliscono in ginocchio, passando stracci sul pavimento (in effetti, non so se sia così universalmente, ma fuziona così alla scuola del mio “host-cugino”); alle medie, sempre in ginocchio, ma con una scopetta; al liceo, invece, rivoluzione: si passa ad una vera e propria scopa. Senonché, non è una vera e propria scopa, ma – e ci mancherebbe altro: non solo hai l’onore di spazzare per terra ma poi vuoi anche stare dritto con la schiena? – una scopetta col manico monco, che ti costringe a chinarti per pulire… in questo senso:

[non me la carica… vabbè, immaginatemi curvo su una scopa (quasi) senza manico!]

Notare che io non sono particolarmente alto (hehe, come suonano bene le parafrasi alla giapponese!)…

Anche all’interno del “democratico” liceo, comunque, si osserva un ordine: i senpai, cioè i san-nen-sei (quelli che sono in terzo liceo, ovvero l’ultimo anno) puliscono le proprie aule (il che include svuotare i 5 cestini della raccolta differenziata) ed i corridoi davanti alle classi; i ni-nen-sei (ovvero i secondini, tra cui sono anche io) puliscono le proprie aule ed i corridoi antistanti, le aule dei professori, le scalinate interne ed i corridoi di connessione tra le parti della scuola; gli ichi-nen-sei (i primini) puliscono, oltre alle proprie aule e all’uscio della scuola, le aule comuni (tipo: biblioteca, aula di arte, aula computer, aula di scrittura, aula di commemorazione del centenario scolastico; e ce ne sono a non finire) e i bagni.

Un po’gerarchizzato, non vi pare?

dicembre 17, 2008

Kotatsu

(Il Kotatsu provoca dipendenza, non iniziare!)

L’altro giorno avevo parlato frammentariamente di un certo “Kotatsu”, ma penso che molti non sappiano di cosa si tratta. In breve, eccolo:

il kotatsu! notare gli indispensabili elementi della vita giapponese: computer, telecomandi a più non posso, mandarini, snacks, il mitico asciugamano bagnato che serve a pulire il tavolo in continuazione ed, infine, gli "zabuton", o, più banalmente, cuscini

E’un tavolino basso accerchiato da coperte, sotto il quale è integrata una resistenza elettrica, che provvede a riscaldare il ristretto spazio fra tavolino e tappeto.

A che serve? Ma è ovvio: perché, in Giappone, patria di uomini tirchi parsimoniosi, riscaldare tutta la casa è visto come uno spreco, ma è uno spreco riscaldare anche un’intera stanza. Dunque, si riscalda solo una piccolissima parte di spazio, ed il resto è più o meno esposto alle variazioni climatiche (ad esempio, nella mia host-family, in salone, c’è una splendida e caldissima stufa a legna, ma, a casa della mia host-nonna, si vive solo di kotatsu!): ciò provoca una differenza di temperatura fra parte inferiore del corpo, immersa in un clima tropicale, e parte superiore, che invece è in Antartide. Il risultato, prevedibilmente, è una grave dipendenza da Kotatsu (oppure, meglio, o-kota), che porta intere giornate passate nella fredda scuola a sognare l’attimo di sublime immersione nel suo calduccio… ancora, immaginate di stare a pochi centimetri dal pavimento, semi-distesi, al calduccio mentre fuori fa freddo e con tutto ciò che vi serve (mandarini, snacks, telecomando di televisione e kotatsu, computer e cuscini) a portata di mano: il verificarsi di queste condizioni conduce irrimediabilmente ad una profonda sonnolenza, che finirà immancabilmente col risolversi in mini-pisolini da 20 minuti intervallati da 30 minuti di semi-attività.

ecco lo strumento del potere! (il rimokon - ehm, telecomando - del kotatsu)

ecco lo strumento del potere! (il rimokon - ehm, telecomando - del kotatsu)

Insomma… come potrebbe un apatico come me non apprezzare questo stile di vita?

W il Kotatsu!

dicembre 6, 2008

Viaggio a Kyōto ed Ōsaka (4): 大阪城

(nel titolo: Ōsaka-jō, cioè “Il castello di Ōsaka”)

Era un po’che non pubblicavo post sul viaggio a Kyōto ed Ōsaka che ho fatto qualche tempo fa (le puntate precedenti qui, qui e qui), e, visto che riordinare le fotografie del viaggio – grazie ad un errore che ho fatto nel settare l’orario della macchina fotografica – si sta rivelando un’impresa, pensavo di rinverdire gli antichi fasti.

La terza tappa del viaggio è stato il castello di Ōsaka, famoso non tanto per la costruzione in sé per sé quanto per la sua tormentata storia e per il panorama che offre.
Costruito nel 1585 da Toyotomi Hideyoshi, venne distrutto da Tokugawa Ieyasu appena 30 anni dopo, per poi essere ricostruito ancora una volta nel 1620, incenerito da un incendio nel 1665, ricostruito nel 1843 e ri-incenerito da un incendio nel 1868, per poi essere ricostruito in cemento nel 1931, danneggiato dai bombardamenti del 1945 e, finalmente, restaurato nel 1997 per (diciamo, tanto per essere scaramantici, per ora) l’ultima volta.

ecco come si presenta dal lato della stazione della metropolitana

ecco come si presenta dal lato della stazione della linea di circonvallazione di Ōsaka

Come avrete intuito, dunque, l’edificio non ha nulla di interessante dal punto di vista costruttivo né da quello storico: ciò che resta di originale sono le mura, con i loro blocchi di pietra enormi; ed il parco che circonda il castello, oasi di verde nel cemento di Ōsaka.

Per questo, la vista che si gode dal castello è piuttosto spettacolare, e consente di ammirare, sebbene non da una posizione altissima, molti dei più importanti punti di Ōsaka, in particolare lo “Ōsaka business park”, i cui grattacieli spuntano come funghi: nella mia guida turistica del Giappone, stampata 5 anni fa, c’è un panorama scattato dall’alto del castello di Ōsaka, nel quale però mancano 3 grattacieli che sono stati costruiti nel frattempo!
Questo è uno di quelli:

la nuova e futuristica sede della NHK, la locale RAI

la nuova e futuristica sede della NHK, la locale RAI... beh, che ve lo dico a fare, la qualità - degli edifici come delle trasmissioni, è di un altro pianeta... ma vabbè, in fondo ce lo si poteva aspettare!

Questa foto, anche se non mostra nulla di particolare, la metto solo per darvi un’idea di cosa intendano i giapponesi quando dicono “ad alta densità di popolazione”…:

Ōsaka ed i suoi edifici

Ōsaka ed i suoi edifici

Gli edifici sono letteralmente uno addosso all’altro, dando l’impressione di mangiarsi l’un l’altro: un vero e proprio mare di cemento. In effetti, rispetto alle nostre città, il cemento “vivo” è assolutamente dominante: nulla supera il cemento armato, quando si tratta di dover creare edifici sia grandi che resistenti ai terremoti.
Questo è lo “Ōsaka Business Park”, e quell’edificio ovale che si intravede in basso è la “Panasonic Hall”, una sala conferenze/concerti creata dalla Panasonic come showroom della sua tecnologia (in effetti, la Panasonic, che qui si chiamava National fino a due mesi fa, è la dominatrice incontrastata del mercato di elettronica/apparecchiature elettriche giapponese):

mannaggia alla protezione anti-suicidio!

mannaggia alla protezione anti-suicidio!

Questa non ha bisogno di molti commenti… è la classica foto di rito, col castello sullo sfondo:

eccoci sotto il castello ed un cielo finalmente blu

eccoci sotto il castello ed un cielo finalmente blu

Ed una delle vedute che preferisco, quella che mette in luce la struttura del tetto:

il castello da una prospettiva diversa

il castello da una prospettiva diversa

Per concludere, alla fine l’Ōsaka-jō non è splendido, l’interno non è da castello giapponese, le decorazioni d’oro sono pacchiane (ma c’erano anche nell’originale), la struttura intera è troppo sbrilluccicante… insomma, ha tutte le controindicazioni delle copie paragonate agli originali. Resta comunque un esempio di forma di castello giapponese ed un buon punto panroramico… ma, se avete tempo, visitate lo Himeji-jō, perché è tutt’un’altra cosa! Dunque: un must se passate per Ōsaka (anche perché la mostra interna su Tokugawa Ieyasu è molto ricca ed interessante), ma non un must assoluto.

@Cinciamogia (vedi come sono bravo, io ti penso sempre!! :P), la foto del pesciolone dorato!

il pesciolone dorato!

il pesciolone dorato! 鯱

Per chi non avesse l’occhio bionico, accanto a “pesciolone dorato” c’è scritto

“鯱”

Ovvero, “Shachihoko” (si può leggere anche “Shachi”, ma in questo caso è uno “shachihoko”!), ovvero – secondo mia madre – un pesce leggendario con la testa di una tigre ed il corpo di un pesce. A ben vedere, la testa della tigre la si può intravedere, anche nella mia fotografia (a me sembrava un dragone!)… solo se la cercate sapendolo.

A presto!

novembre 28, 2008

学校宣戦!日本対伊太利亜、第二部!

(Gaokkou sensen! Nihon tai Itaria, dai ni bu!)

Come diceva giustamente Cinciamogia, l’altroieri ho un po’sparato sulla Croce Rossa, in quanto si sa che, di scuole peggiori di quelle italiane, probabilmente non ce ne sono nemmeno in Gabon – magari, lì, nella città media, le scuole non ci sono proprio, ma, non essendoci, non possono essere dichiarate non a norma, e dunque, per gli sfortunati possessori di una coscienza burocratica, non ci sono problemi.

Comunque, dicevo: quest’oggi vorrei parlare del tema dell’insegnamento, che mi pare essere di importanza vitale nel comprendere il Giappone moderno. Ora, con un’introduzione del genere potreste aspettarvi un post altrettanto decente, ma la verità è che, non avendo né l’acume né le capacità espressive necessarie, dirò poche cose e a modo mio.

Dopo aver passato esattamente tre mesi nel ridente “Fuetsuu Koukou”, mi è chiaro lo scopo finale della scuola giapponese: passare l’esame di ammissione dell’università. Bella scoperta, direte voi: lo sanno tutti che nei licei giapponesi non si fa altro. Quello che stupisce, però, è il come, non tanto il perché: in fondo, anche in Italia ormai con le facoltà a numero chiuso bisogna passare un esame simile – anche se ovviamente è ben lontano dalla difficoltà e dal livello di pathos che si raggiunge per il corrispettivo giapponese.
Per passare quest’esame, gli studenti devono banalmente immagazzinare informazioni: una quantità immensa di informazioni, che devono necessariamente essere esatte al millimetro, come fossero ideogrammi.
Per farvi un esempio, una delle cose che più mi ha colpito è stata la simulazione dell’esame di Storia, necessario per un gran numero di facoltà universitarie, che sono andato a vedere in una classe del terzo anno: l’esame consisteva in tre fogli, dove era stampata una tabella a tre colonne. Nella colonna di sinistra, il nome della battaglia, in quella centrale uno spazio per il nome del vincitore e la sua nazionalità e in quella di destra uno spazio bianco per scrivere la data: c’erano battaglie di cui non avevo mai sentito parlare, altre delle quali il nome sì, mi suonava, ma la data… inoltre, non erano di storia giapponese ma mondiale: dall’Impero Romano alla Seconda guerra mondiale, c’erano battaglie da tutto il mondo. In pratica, azzeccando la data e il nome ti viene dato un punto, sbagliando la data anche di un solo anno la risposta è ovviamente errata. Così è per tutto: nelle espressioni di matematica si considera solo il risultato, e non il procedimento; nella scrittura degli ideogrammi ovviamente anche un solo tratto pregiudica il tutto; ad inglese vanno inserite le parole che dice il libro e vengono imparate prima: sostituirle con altre dal significato uguale non va bene e così via.

Insomma, in poche parole: un inferno di numeri, lettere, dati esatti che vanno imparati a memoria, e che non implicano alcun processo critico.

Tutto ciò diventa ancora più sconvolgente se si scoprono i metodi di insegnamento che usano i professori: si imparano a memoria passi del libro di inglese (fossero poesie, approverei, ma le avventure di Susy e Paul non mi paiono degne); durante le lezioni di “storia del mondo”, il professore fa ripetere le date a gruppi di 5, abbinandole spesso agli ideogrammi del protagonista e, ancora, passi di letteratura vengono fatti imparare a memoria e poi fatti riscrivere – pari pari – durante i compiti in classe.

Ritornando a parlare di “Storia del mondo”, che è una materia che comprende anche geografia (per ragioni oscure sulle quali è meglio non indagare), ciò che è ancora più surreale dei fogli da riempire con le date delle battaglie è il fatto che, ogni volta che si spiega la storia, venga fatta un’introduzione del paese di cui si sta parlando: cosa c’è di surreale? Le descrizioni sono di questo tipo: “La Repubblica Ceca ha per capitale Praga, è grande tot kmq…” gli studenti: “Oooh è davvero una nazione piccola, il Giappone è grande il quintuplo!” riprende a parlare il professore: “ha tot abitanti…” gli studenti: “Ooh c’è davvero poca gente, in Giappone ce ne sono dodici volte tanto!” il professore: “E’ collocata in mezzo all’Europa, guardate la cartina sul libro; la sua produzione principale erano le pistole e la birra è molto buona.”. Quello che sorprende, oltre al fatto che le spiegazioni sono tutte molto superficiali, sono i commenti degli studenti: se è una nazione è più piccola del Giappone, è minuscola, se è più grande, è enorme; se ha meno abitanti è sottopopolata, se il PIL procapite è minore è povera… e via dicendo.
Il Giappone è, insomma, il metro internazionale più diffuso, e tutto viene rapportato a lui per poter dare una giusta dimensione alle cose. Quindi: la Repubblica Ceca è piccola e piena di birra; e la data e i nomi di oggi sono Tizio, Caio e Sempronio e 1526; e tanto vi basti.

Insomma, i vari “pensa con la tua testa”, “dillo con parole tue”, “non imparare la lezioncina a memoria ma rielabora le cose che hai imparato finora”, “approfondisci sempre la lezione del giorno” e via dicendo, in Giappone non sono mai arrivati.

Si tratta solo di imparare a memoria.

Ovviamente, tutto ciò ha i suoi risvolti positivi durante le lezioni di materie scientifiche, dove le formule fanno sempre comodo, e, per astrazione, non si arriva a molto: in particolare sul problem solving, i giapponesi sono più avanti di quanto abbia visto io nella mia scuola; poi è ovvio che delle differenze tra scuola e scuola ci possono essere, ma, per quanto riguarda il Giappone, le scuole sono molto uniformate.

Per fare un esempio, il famoso “programma”: qui in Italia è un’indicazione all’insegnante, un suggerimento vago che può indicare al massimo un’idea di cosa fare nelle lezioni, ma è, appunto, un consiglio; nulla più di una vocina sussurrata che, lungi dall’avere il potere di decidere qualcosa, viene appunto preso per quello che è: un pezzo di carta. In Giappone, il programma è l’obiettivo da raggiungere a fine anno: ma, ovviamente, non è una cosa da prendere con approssimazione: da inizio anno, le lezioni di TUTTO l’anno sono programmate giorno per giorno – con tanto di tabelle stampate al computer col programma e gli esercizi giornalieri – in modo da distribuire il lavoro uniformemente su tutto il periodo dell’anno.

La scuola giapponese, insomma, è perfetta per uniformità e quantità di informazioni distribuite, ma pecca nel dare all’alunno la coscienza di sé.
Se, all’inizio, ero convinto che la scuola italiana fosse la migliore, sto iniziando a chiedermi se, alla fine, il “mantenimento dell’armonia”, che regola la società giapponese, non debba per forza passare attraverso un sistema di questo tipo, mortificante per l’individuo e terribilmente esigente.

Ora, il mantenimento dell’armonia ha, come lato principale, ha il “principio della non lamentabilità”: qualsiasi cosa di cattivo accada in Giappone, sia in politica sia in società, è un fenomeno assolutamente passeggero che non pregiudica la fiducia nelle stesse, ed è dunque inutile lamentarsi per un fatto di così risibile importanza; ciò che invece accade all’estero, quello sì che è terribile, ma per fortuna noi siamo in Giappone e siamo riparati dal vento malevolo che arriva da oltremare.
Detto così, sembra orrendamente negativo, ma è anche vero che, a forza di non vedere, alla fine – in Giappone – le malvagità alla fine scompaiono, e ciò è assolutamente utile per non farsi venire ansie che sarebbero destinate a rimanere irrisolte. E’anche vero che però, una volta scoppiato uno scandalo, gli indagati non hanno altra strada che dimettersi oppure, cosa difficile da credere ma vera, il suicidio.

La relazione che intercorre fra il succitato principio ed il sistema scolastico è evidente: non essendo dati all’alunno riferimenti tangibili sul mondo (vedi la Repubblica Ceca piena di birra), non ha nemmeno una pallida idea di come sia “l’estero”, né di come imparare dalle nazioni estere, ed inoltre non ha mai avuto occasione di ragionare attivamente in un’ottica critica: questo, oltre a rendere il club di dibattito una noia mortale, fa sì che i giapponesi non si pongano il problema di lamentarsi o meno; semplicemente, non hanno quest’opzione, e si adattano di conseguenza.

Uno dei buffi risvolti di tutto ciò è che, ad esempio, non ci si può lamentare per la mancanza della stufa (perché ancora non l’hanno installata, e si vocifera che, visto che i soldi per il riscaldamento non ci sono a causa di tagli nel budget, possiamo restare senza per tutto l’inverno): dunque, quando io muoio di freddo (in classe l’alito “condensa”… in altre parole, si può vedere), e così i miei sventurati compagni e compagne si adattano e basta: queste ultime, in particolare, hanno una gonna che copre davvero poco, quindi vanno in giro infagottate dentro coperte di pile spesse 3 centimetri. Ma non le sentirete mai lamentarsi: l’unico momento in cui diranno un tremante: “Samuuui!” (“Che freddo!”) è quando escono da scuola. Il punto è che la temperatura interna è praticamente uguale a quella esterna…

Dunque, per quanto riguarda l’insegnamento, io non mi sento di assegnare il punto a nessuna delle due squadre: il sistema italiano dipende troppo dalla buona volontà del singolo insegnante, quello giapponese non dà strumenti per pensare con la propria testa.
Si potrebbe dire che, se sono riuscito a scrivere questo post e a pormi il problema, è perché sono un prodotto del sistema italiano… ma, vi giro la domanda: preferireste un popolo di persone civili e diligenti, che però non abbia alcuna capacità di scelta, oppure un popolo di persone cui gli strumenti per pensare vengono spesso offerti, ma i cui studenti spesso non li accettano?

Io ho la sensazione che, quando ho fatto la scelta di venire a studiare in Giappone, la mia scelta l’abbia già fatta. Ma, effettivamente, non è detto che per diventare un popolo civile l’unica strada possibile debba per forza escludere la possibilità di ribattere.

novembre 26, 2008

学校宣戦!日本対伊太利亜、第一部!

(Il titolo: Gakkou sensen! Nihon tai Itaria! Ovvero: “Guerra fra scuole! Giappone contro Italia! Immaginatelo pronunciato come i nomi degli episodi dei cartoni animati in giapponese, con un’enfasi che rasenta l’ingenuo, ed avrete afferato il concetto!)

lo so che non si capisce la reale grandezza, cioè dove inizi e dove termini, ma... di foto migliori per ora non ne ho!
una parte di scuola: lo so che non si capisce la reale grandezza, cioè dove inizi e dove termini, ma… di foto migliori per ora non ne ho!

Scrivendo un commento sul blog di Nicola, ho riflettuto sul nocciolo delle differenze fra scuola italiana e giapponese e, con un titolo scherzoso che rappresenta un po’il mio stato d’animo, pensavo di proporvele, dividendo il tutto per categorie.

Strutture:
Giappone stravince, l’Italia è così al tappeto che forse non si potrà rialzare per il prossimo round. In sintesi: le scuole giapponesi hanno un’edilizia estremamente codificata, che le rende tutte immediatamente riconoscibili dal resto degli edifici e che permette di capire il grado della scuola vedendo l’edificio (ci sono delle piccole differenze fra scuole elementari, medie e licei, ma non penso valga la pena addentrarsi nei dettagli). Di questo “format” replicato centinaia di volte sul territorio fanno parte: un orologione enorme fuori dalla scuola, che serve agli studenti per regolarsi su quando entrare; aule ragionevolmente ampie – senza fronzoli né spazio in eccesso, ma con lavagne e bacheche di dimensioni generose ed un orologio ed un proiettore con relativo schermo in ogni classe; palestra (sul blog di Nicola c’è un post approfondito) grande e ben attrezzata; laboratori di chimica, biologia e geologia; aula magna; aula computer; sala per lo studio delle lingue; campo da calcio/baseball ed un numero imprecisato di aule secondarie, in cui si tengono i club.
Il mio professore mi aveva detto che il 50% delle scuole giapponesi è stato costruito prima del 1975, e dunque con standard anti-terremoto che andrebbero revisionati, e che non ci sono i soldi per rimetterle a posto perché sono stati spesi alla fine degli anni’80 in ponti faraonici e mazzette da far sembrare Tangentopoli un’inezia: dunque, ho pensato, tutto sommato non stanno messi bene neanche qui. Tuttavia, leggendo i dati italiani, che parlano di inagibilità (si dice che in Giappone l’agibilità equivalga allo standard antiterremoto, ma effettivamente un conto è l’agibilità dello stabile in condizioni normali, un conto è in caso di terremoto: se già normalmente non sta in piedi…) per il 90% degli istituti, impianto elettrico risalente a prima del 1940 (millenovecentoquaranta! Parliamo di cavi di rame che sono sopravvisuti a Mussolini e ad una Guerra Mondiale!) per il 35% ed assenza della palestra per il 40%, non posso far altro che consegnare la palma della vittoria al meritevole vincitore.

Domani, più difficile: sull’insegnamento.

Ci sarà da divertirsi, fra luoghi comuni e non.

A presto!

Marco

novembre 15, 2008

E’autunno…

E, dunque, cosa mi dovrebbe trattenere dal mangiare una tempura di foglie di acero?

Tempura di foglie di acero giapponese

Tempura di foglie di acero giapponese

Molto croccante! (^_^)

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