inGiappone

gennaio 23, 2009

Odissea (1)

Posto che: io non sono Ulisse, il doppio volo Tokyo-Parigi Parigi-Roma non è durato 10 anni e non ho visto i miei compagni trasformati in maiali dalla maga Circe, il mio viaggio di ritorno da Tokyo è stato davvero un’Odissea.

Gli ultimi tre giorni del mio soggiorno (5, 6 e 7 Gennaio) li ho passati con l’organizzazione IFA (International Friendship Association), ovvero quella che, per conto del famigerato MOFA (basta pronunciarlo e vi si apriranno tutte le porte, o quasi), ha organizzato il mio soggiorno qui.

Ho rincontrato gli altri 25 partecipanti al programma, con i quali avevo trascorso i primi 10 giorni, e sono stati 3 memorabili e splendidi giorni, pieni di ricordi che riaffioravano, scambi di opinione, confronti di esperienze e, perché no, anche festeggiamenti in gruppo, per concludere il viaggio.
Particolarmente importante è stato il 6 Gennaio, quando, in occasione della “Wrap-up session” (sessione di chiusura), ognuno di noi ha dovuto fare un discorso in giapponese, parlando della sua esperienza: per vederlo (si teneva a Tokyo in mattinata), la mia okaasan ha preso – a mia insaputa – un autobus da Nagano il giorno prima, lo stesso in cui sono partito io, facendomi questo ultimo, splendido regalo. E’stata l’unica a venire da così lontano, e, per l’occasione, mi sono ovviamente sciolto in lacrime, tanto che, prima di uscire per andare a pranzo, non potevo far altro che piangere guardandola e ringraziarla, il tutto intervallato da: “Come facciamo? DEVO tornare!”. Dopo una separazione straziante – perché non è vero che sono un cinico, mi disegnano così – mi sono di nuovo immerso nel gioioso clima di festeggiamenti dei miei compagni di corso che però, dopo cena con annessa bevuta ad uno yakiniku e sbronza triste (effettivamente, i camerieri giapponesi sono davvero ingenui: la tizia che mi ha chiesto l’età, quando ho detto di avere 21 anni, mi ha detto che me ne avrebbe dati 25! O_O ), si è parzialmente guastato.

Dopo una notte in bianco, passata più che altro a parlare, e trascorsa così per poter poi dormire sull’aereo, è arrivato il tragico momento dei saluti, ed anche lì non mi sono potuto contenere… sarà che prima di lasciare la mia città mi ero comportato più dignitosamente di quanto non avrei voluto, sarà quell’articolo che diceva che fa bene piangere, è stata una valle di lacrime. Telefonatina di rito ai miei (giapponesi) e salgo sull’aereo con un magone indescrivibile ed il passo pesante (sì lo so, a ripensarci mi sembro un condannato a morte).

Il resto, domani.
Buonanotte.

gennaio 22, 2009

Wayback machine

(scritto da un incrocio tra un magazzino di un’azienda di cup-noodles ed un caravanserraglio, infestati entrambi dai sensi di colpa per compiti che si accumulano e che di questo passo non saranno mai portati a termine… in poche parole, camera mia. Umore e tempo: uggiosi. Temperatura interna: 25°C [maledetto condominio tropicale!]; temperatura esterna: 14°C)

Per certi aspetti, non pensavo che il mio ritorno sarebbe stato come è stato. Prevedevo che, in buona parte, lo shock culturale inverso sarebbe stato, appunto, l’inverso di quello avuto all’andata, e che quindi si sarebbe risolto in affermazioni del tipo: la gente è scortese, le strade sono sporche, c’è troppo traffico, le file ordinate sono un’utopia e via dicendo, ma che si sarebbe fermato lì. Insomma, un paese un po’sporco e bifolco, ma, sotto sotto, il luogo dove sono sopravvissuto agli eventi per 17 anni, una parte di me, un rifugio sicuro.

Ciò che non immaginavo era che, questo mio angolo di mondo, lo avrei visto sotto occhi cambiati, che non sono più flessibili e tendenti alla cattolica rassegnazione, ma ormai abituati a vedere le cose sotto un’altra ottica, meno disposta a venire a patti con la moralità per evitare di doverci rimettere il fegato. Vedendo quella che un tempo chiamavo “via di casa” essere diventata (forse lo è sempre stata) una specie di discarica a cielo aperto, insegnanti rabbiosi che scaricano le proprie frustrazioni sulla classe minacciando ritorsioni personali, non posso fare a meno di allibire. Il paragone col Giappone viene spontaneo, anche troppo, e mai come ora tendo ad idealizzarlo come luogo di perfezione… è ironico, sinceramente: quando ero fuori, avevo ripensato la mia concezione di Italia e Giappone umanizzando il secondo e decantando le lodi della prima, fino a teorizzare un completo pareggio in cui gli aspetti negativi di uno trovavano compensazione in quelli positivi dell’altro; ora però mi rendo conto di quanto avessi sopravvalutato la presunta “vitalità italiana”.

Ormai vivo di paragoni… so di non dover eccedere nel farli, ma mi viene impossibile evitarli. Non so quanto di questo sia dovuto all’ambiente umano che mi circonda – mi trovo bene con la mia famiglia, ed anche con i miei pochi ma buoni amici; l’unico problema sarebbe la scuola, ma non penso sia mai piaciuta a qualcuno… – o ad una più generale sensazione di futuro in continuo peggioramento. Forse sarà dovuto ad una diffusa tendenza all’eccessiva lamentosità che accomuna più o meno tutti gli italiani (“Ma è perché di cose di cui lamentarci siamo pieni…” direbbe qualcuno, a volte senza cogliere l’ironia di ciò che dice!), forse al fatto che oggettivamente il nostro paese non rifulge più granché, forse per la nostra avidità o forse per la crisi economica (ma io sono un sostenitore della decrescita, quindi non mi straccerò le vesti se il PIL calasse del 3%), fatto sta che il futuro non è più quello di una volta. La cosa, per ora, non mi riguarda personalmente, ma, per così dire, manca la trazione che solo un paese sicuro può dare.
Il Giappone, per quanto ho visto, questa trazione la dà: anche lì, i problemi ci sono – come dappertutto – ma, considerati i progetti che i miei compagni di scuola facevano già in secondo liceo (il secondo di tre anni, non cinque come da noi), e paragonati questi con il fatto che noi di quarto liceo del nostro futuro non abbiamo alcun’idea, lì c’è la sensazione di far parte di un meccanismo più grande, qui che, in qualche modo, riusciremo a svicolare e vivere di mezzucci, dopo una faticosa ed inutile laurea.

Sarà che dal ritorno è passato ancora poco – sono due settimane esatte esatte, che ho lasciato trascorrere per schiarirmi le idee e non ammorbarvi con pensieri torvi – ma ancora non mi sono re-inserito nelle mille tribolazioni quotidiane: la mia routine, anzi, mi pare patetica, e mi ci vorrà del tempo prima di calarmi di nuovo nei miei vecchi panni.

Sono in una condizione particolare: conosco il Giappone ed i suoi difetti, e non mi ci posso sentire completamente a casa (come, per esempio, può fare chi vada in un paese che abbia un’apertura agli stranieri più… adeguata ai tempi, vedi gli USA o la stessa bistrattata Italia), nel contempo non mi sento più a casa nemmeno a casa mia, perché sono cambiato nel frattempo e, per ora – ma penso che questo col tempo cambierà – la mia attenzione viene troppo spesso distolta da difetti che prima non notavo, o ai quali avevo fatto il callo. In pratica, sono andato verso quello che nei miei pensieri era l’Eldorado – che poi non era niente affatto male, è vero, ma non il Paradiso come molti degli amanti del Giappone si figurano – ma non avevo tenuto conto che la mia vita italiana si sarebbe per forza di cose dovuta confrontare con quella giapponese, e sono finito nella paradossale condizione di aver cercato – metaforicamente – una nuova casa, senza trovarla, e di aver perso parte dell’attaccamento alla mia, che non mi è sembrata mai così imperfetta.
Non un dramma, lo ammetto, ma nemmeno tanto piacevole.

Alle volte ho una strana sensazione: come se il mio viaggio in Giappone fosse stato anni fa, in un tempo lontanissimo ed indefinito, mentre 15 giorni fa ancora trotterellavo tra grattacieli di vetro e monorotaie sopraelevate… non so se la mia condizione sia particolarmente miserevole o se l’impietosità del paragone derivi dal contrasto con la mia esperienza giapponese ed all’amore per la forma che ne è derivato; so per certo che, una volta passato questo limbo di incertezza, potrò fare paragoni più sereni e meno avventati, rivalutare molti aspetti della mia vita quotidiana e riscoprire ciò che rimpiangevo dell’Italia in Giappone (oltre alle lasagne, che ho mangiato il giorno stesso dell’arrivo :P)… fino ad allora, però, sarà dura: non solo perché – chevvelodicoaffa’ – il Giappone è il Giappone, ma anche perché la partenza è difficile, sì, ma è il ritorno la parte più dura.

gennaio 9, 2009

momentaneamente assente

Alla fine, nonostante sia tornato sano e salvo, sono abbastanza sconvolto, nonché ancora in stato semi-comatoso per gli effetti del jet-lag.

L’impatto con l’Europa è stato piuttosto violento, comunque, come mi aspettavo… ve lo descriverò presto.

Per ora, vado a dormire… buonanotte!
Marco

gennaio 6, 2009

Tanto per…

Filed under: Uncategorized — marco @ 10:55 pm
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Tanto per colmare il vuoto della mia assenza… una foto dal viaggio a Kyoto.

lo splendido... [] in autunno

lo splendido ... in autunno

Per i più esperti… che tempio è?

gennaio 4, 2009

終り

Ebbene, quantunque io non senta assolutamente l’impellenza di tornare in Italia, né mi paia possibile che domani io debba lasciare Iida, le valigie che si accumulano nella mia stanza – che, in effetti, ormai sembra più la tendopoli di un rave party all’arrivo di poliziotti e cani antidroga – suggeriscono che domani sia effettivamente il giorno della partenza.

Grazie a tutti per avermi letto costantemente ed aver arricchito il blog con preziosi commenti!

Una volta tornato in Italia, continuerò ad aggiornarlo… chissà, forse con minore frequenza, ma sono ancora pieno di materiale da pubblicare!

Ora… si torna. Vedremo un po’ come sarà Roma.

gennaio 3, 2009

108

Uno degli eventi che non può mancare nel Capodanno tradizionale giapponese è il suono della campana (鐘・Kane): a partire da mezzanotte, 108 rintocchi, distanziati ciascuno di circa 2 secondi dalla fine del rumore di quello del precedente (che è in effetti piuttosto persistente, e varia a seconda di ogni campana), scandiscono la gelida aria invernale.

la campana del nostro tempio di fiducia

la campana del nostro tempio di fiducia

Perché 108? Perché 108 sono i desideri malvagi (煩悩・Bonnou: ad esempio, avidità, sete di potere ecc ecc) che rovinano le vite degli uomini impedendogli di arrivare alla felicità: ad ogni rintocco della campana, ne viene scacciato uno, in modo da poter essere felici l’anno che verrà.

Inutile dire che avrei ucciso per suonare la campana, ma, per fortuna di chi stava prima di me, non si è reso necessario…!

notare l aria mistica dell oshousan (altrimenti noto come bonzo)

notare l'aria mistica dell oshousan (altrimenti noto come bonzo) ed i miei occhi spiritati, nonché l'abbondante dose di strati che mi fa sembrare ancora più ingrassato di quanto già non sia

Buon anno!

gennaio 1, 2009

Kimono!

Poteva forse mancare il kimono, nella festività più tradizionale dell’anno?

Che fatica, indossarlo… ma che soddisfazione!

di fronte alla porta di casa, prima di uscire per la cena a casa degli zii

di fronte alla porta di casa, prima di uscire per la cena a casa degli zii

Ho scoperto parecchie cose, tra cui che:
– è caldo come una giacca a vento
– impedisce i movimenti in una maniera spaventosa
– la sottoveste di lana non prude
– gli obi elastici costano un occhio della testa, per non parlare delle stoffe (il che mi ha fatto capire perché okaasan mi disse, vedendo un kimono dall’equivalente di 2’000€ al centro commerciale: “Quanto sono diventati economici! Non c’è più la qualità di una volta…”)
– i giapponesi hanno piedini davvero minuscoli (roba che il mio modesto 43,5 straripa abbondantemente dalle calze di misura più grande disponibile)
– le maniche hanno un disegno peculiare
– gli uomini sono mooooolto più fortunati delle donne, per quanto riguarda l’indossarlo
– corregge la postura (in effetti, non puoi mica portare un vero kimono con la gobba: dunque, dritti con la schiena! La mia posturologa sarebbe stata orgogliosa di me… xD)

Questo e molto altro… magico kimono!

(certo che se, putacaso, me lo regalassero [ma io sono vaghissimo eh! xDDD], in Italia quando me lo potrei mettere?)

新年明御目出度御座!

しん ねん あ           お  め  で  と   ご  ざ

新年明けまして御目出度う御座います!

(da leggere: shinnen akemashite omedetou gozaimasu! Sia i kanji per “omedetou” che quelli per “gozaimasu”, in effetti, non si usano in quanto desueti, ma vabbè… così fa più fico, no?)

Auguri a tutti per un buon anno nuovo!

In effetti, dubito che il nuovo anno possa per me essere splendido quanto questa seconda metà di 2008 in Giappone… ma vabbè, pare che io sia in controtendenza, quest’anno!

Ancora auguri a tutti!

Marco

(^_^)

P.S. A chi fosse curioso del Capodanno giapponese, chiedo di pazientare ancora un po’ per la descrizione! Yoroshiku ne!

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