inGiappone

novembre 30, 2008

Himeji-jo

Ancora una volta, sarò assente da qui, ed andrò in viaggio con la mia host family. Effettivamente, sono partito stamattina, ma questo post, che ho scritto ieri sera, è stato pubblicato ora dal favoloso strumento di “differita” di WordPress.
Questa volta, si va verso il castello di Himeji, passando per Kobe, Kyoto, Nara ed Awaji-shima (dove potrò ammirare ancora una volta quello che sarà ancora per poco il ponte più lungo del mondo, ed il più costoso).

Vi lascio con una fotografia che ho preso da Wikipedia:

Il castello di Himeji

Grazie al favoloso strumento di WordPress, anche in questi tre giorni di assenza continueranno ad uscire nuovi post: non vi offendete però se non risponderò subito!

Torno lunedì.
A presto!

Marco

novembre 28, 2008

学校宣戦!日本対伊太利亜、第二部!

(Gaokkou sensen! Nihon tai Itaria, dai ni bu!)

Come diceva giustamente Cinciamogia, l’altroieri ho un po’sparato sulla Croce Rossa, in quanto si sa che, di scuole peggiori di quelle italiane, probabilmente non ce ne sono nemmeno in Gabon – magari, lì, nella città media, le scuole non ci sono proprio, ma, non essendoci, non possono essere dichiarate non a norma, e dunque, per gli sfortunati possessori di una coscienza burocratica, non ci sono problemi.

Comunque, dicevo: quest’oggi vorrei parlare del tema dell’insegnamento, che mi pare essere di importanza vitale nel comprendere il Giappone moderno. Ora, con un’introduzione del genere potreste aspettarvi un post altrettanto decente, ma la verità è che, non avendo né l’acume né le capacità espressive necessarie, dirò poche cose e a modo mio.

Dopo aver passato esattamente tre mesi nel ridente “Fuetsuu Koukou”, mi è chiaro lo scopo finale della scuola giapponese: passare l’esame di ammissione dell’università. Bella scoperta, direte voi: lo sanno tutti che nei licei giapponesi non si fa altro. Quello che stupisce, però, è il come, non tanto il perché: in fondo, anche in Italia ormai con le facoltà a numero chiuso bisogna passare un esame simile – anche se ovviamente è ben lontano dalla difficoltà e dal livello di pathos che si raggiunge per il corrispettivo giapponese.
Per passare quest’esame, gli studenti devono banalmente immagazzinare informazioni: una quantità immensa di informazioni, che devono necessariamente essere esatte al millimetro, come fossero ideogrammi.
Per farvi un esempio, una delle cose che più mi ha colpito è stata la simulazione dell’esame di Storia, necessario per un gran numero di facoltà universitarie, che sono andato a vedere in una classe del terzo anno: l’esame consisteva in tre fogli, dove era stampata una tabella a tre colonne. Nella colonna di sinistra, il nome della battaglia, in quella centrale uno spazio per il nome del vincitore e la sua nazionalità e in quella di destra uno spazio bianco per scrivere la data: c’erano battaglie di cui non avevo mai sentito parlare, altre delle quali il nome sì, mi suonava, ma la data… inoltre, non erano di storia giapponese ma mondiale: dall’Impero Romano alla Seconda guerra mondiale, c’erano battaglie da tutto il mondo. In pratica, azzeccando la data e il nome ti viene dato un punto, sbagliando la data anche di un solo anno la risposta è ovviamente errata. Così è per tutto: nelle espressioni di matematica si considera solo il risultato, e non il procedimento; nella scrittura degli ideogrammi ovviamente anche un solo tratto pregiudica il tutto; ad inglese vanno inserite le parole che dice il libro e vengono imparate prima: sostituirle con altre dal significato uguale non va bene e così via.

Insomma, in poche parole: un inferno di numeri, lettere, dati esatti che vanno imparati a memoria, e che non implicano alcun processo critico.

Tutto ciò diventa ancora più sconvolgente se si scoprono i metodi di insegnamento che usano i professori: si imparano a memoria passi del libro di inglese (fossero poesie, approverei, ma le avventure di Susy e Paul non mi paiono degne); durante le lezioni di “storia del mondo”, il professore fa ripetere le date a gruppi di 5, abbinandole spesso agli ideogrammi del protagonista e, ancora, passi di letteratura vengono fatti imparare a memoria e poi fatti riscrivere – pari pari – durante i compiti in classe.

Ritornando a parlare di “Storia del mondo”, che è una materia che comprende anche geografia (per ragioni oscure sulle quali è meglio non indagare), ciò che è ancora più surreale dei fogli da riempire con le date delle battaglie è il fatto che, ogni volta che si spiega la storia, venga fatta un’introduzione del paese di cui si sta parlando: cosa c’è di surreale? Le descrizioni sono di questo tipo: “La Repubblica Ceca ha per capitale Praga, è grande tot kmq…” gli studenti: “Oooh è davvero una nazione piccola, il Giappone è grande il quintuplo!” riprende a parlare il professore: “ha tot abitanti…” gli studenti: “Ooh c’è davvero poca gente, in Giappone ce ne sono dodici volte tanto!” il professore: “E’ collocata in mezzo all’Europa, guardate la cartina sul libro; la sua produzione principale erano le pistole e la birra è molto buona.”. Quello che sorprende, oltre al fatto che le spiegazioni sono tutte molto superficiali, sono i commenti degli studenti: se è una nazione è più piccola del Giappone, è minuscola, se è più grande, è enorme; se ha meno abitanti è sottopopolata, se il PIL procapite è minore è povera… e via dicendo.
Il Giappone è, insomma, il metro internazionale più diffuso, e tutto viene rapportato a lui per poter dare una giusta dimensione alle cose. Quindi: la Repubblica Ceca è piccola e piena di birra; e la data e i nomi di oggi sono Tizio, Caio e Sempronio e 1526; e tanto vi basti.

Insomma, i vari “pensa con la tua testa”, “dillo con parole tue”, “non imparare la lezioncina a memoria ma rielabora le cose che hai imparato finora”, “approfondisci sempre la lezione del giorno” e via dicendo, in Giappone non sono mai arrivati.

Si tratta solo di imparare a memoria.

Ovviamente, tutto ciò ha i suoi risvolti positivi durante le lezioni di materie scientifiche, dove le formule fanno sempre comodo, e, per astrazione, non si arriva a molto: in particolare sul problem solving, i giapponesi sono più avanti di quanto abbia visto io nella mia scuola; poi è ovvio che delle differenze tra scuola e scuola ci possono essere, ma, per quanto riguarda il Giappone, le scuole sono molto uniformate.

Per fare un esempio, il famoso “programma”: qui in Italia è un’indicazione all’insegnante, un suggerimento vago che può indicare al massimo un’idea di cosa fare nelle lezioni, ma è, appunto, un consiglio; nulla più di una vocina sussurrata che, lungi dall’avere il potere di decidere qualcosa, viene appunto preso per quello che è: un pezzo di carta. In Giappone, il programma è l’obiettivo da raggiungere a fine anno: ma, ovviamente, non è una cosa da prendere con approssimazione: da inizio anno, le lezioni di TUTTO l’anno sono programmate giorno per giorno – con tanto di tabelle stampate al computer col programma e gli esercizi giornalieri – in modo da distribuire il lavoro uniformemente su tutto il periodo dell’anno.

La scuola giapponese, insomma, è perfetta per uniformità e quantità di informazioni distribuite, ma pecca nel dare all’alunno la coscienza di sé.
Se, all’inizio, ero convinto che la scuola italiana fosse la migliore, sto iniziando a chiedermi se, alla fine, il “mantenimento dell’armonia”, che regola la società giapponese, non debba per forza passare attraverso un sistema di questo tipo, mortificante per l’individuo e terribilmente esigente.

Ora, il mantenimento dell’armonia ha, come lato principale, ha il “principio della non lamentabilità”: qualsiasi cosa di cattivo accada in Giappone, sia in politica sia in società, è un fenomeno assolutamente passeggero che non pregiudica la fiducia nelle stesse, ed è dunque inutile lamentarsi per un fatto di così risibile importanza; ciò che invece accade all’estero, quello sì che è terribile, ma per fortuna noi siamo in Giappone e siamo riparati dal vento malevolo che arriva da oltremare.
Detto così, sembra orrendamente negativo, ma è anche vero che, a forza di non vedere, alla fine – in Giappone – le malvagità alla fine scompaiono, e ciò è assolutamente utile per non farsi venire ansie che sarebbero destinate a rimanere irrisolte. E’anche vero che però, una volta scoppiato uno scandalo, gli indagati non hanno altra strada che dimettersi oppure, cosa difficile da credere ma vera, il suicidio.

La relazione che intercorre fra il succitato principio ed il sistema scolastico è evidente: non essendo dati all’alunno riferimenti tangibili sul mondo (vedi la Repubblica Ceca piena di birra), non ha nemmeno una pallida idea di come sia “l’estero”, né di come imparare dalle nazioni estere, ed inoltre non ha mai avuto occasione di ragionare attivamente in un’ottica critica: questo, oltre a rendere il club di dibattito una noia mortale, fa sì che i giapponesi non si pongano il problema di lamentarsi o meno; semplicemente, non hanno quest’opzione, e si adattano di conseguenza.

Uno dei buffi risvolti di tutto ciò è che, ad esempio, non ci si può lamentare per la mancanza della stufa (perché ancora non l’hanno installata, e si vocifera che, visto che i soldi per il riscaldamento non ci sono a causa di tagli nel budget, possiamo restare senza per tutto l’inverno): dunque, quando io muoio di freddo (in classe l’alito “condensa”… in altre parole, si può vedere), e così i miei sventurati compagni e compagne si adattano e basta: queste ultime, in particolare, hanno una gonna che copre davvero poco, quindi vanno in giro infagottate dentro coperte di pile spesse 3 centimetri. Ma non le sentirete mai lamentarsi: l’unico momento in cui diranno un tremante: “Samuuui!” (“Che freddo!”) è quando escono da scuola. Il punto è che la temperatura interna è praticamente uguale a quella esterna…

Dunque, per quanto riguarda l’insegnamento, io non mi sento di assegnare il punto a nessuna delle due squadre: il sistema italiano dipende troppo dalla buona volontà del singolo insegnante, quello giapponese non dà strumenti per pensare con la propria testa.
Si potrebbe dire che, se sono riuscito a scrivere questo post e a pormi il problema, è perché sono un prodotto del sistema italiano… ma, vi giro la domanda: preferireste un popolo di persone civili e diligenti, che però non abbia alcuna capacità di scelta, oppure un popolo di persone cui gli strumenti per pensare vengono spesso offerti, ma i cui studenti spesso non li accettano?

Io ho la sensazione che, quando ho fatto la scelta di venire a studiare in Giappone, la mia scelta l’abbia già fatta. Ma, effettivamente, non è detto che per diventare un popolo civile l’unica strada possibile debba per forza escludere la possibilità di ribattere.

novembre 26, 2008

学校宣戦!日本対伊太利亜、第一部!

(Il titolo: Gakkou sensen! Nihon tai Itaria! Ovvero: “Guerra fra scuole! Giappone contro Italia! Immaginatelo pronunciato come i nomi degli episodi dei cartoni animati in giapponese, con un’enfasi che rasenta l’ingenuo, ed avrete afferato il concetto!)

lo so che non si capisce la reale grandezza, cioè dove inizi e dove termini, ma... di foto migliori per ora non ne ho!
una parte di scuola: lo so che non si capisce la reale grandezza, cioè dove inizi e dove termini, ma… di foto migliori per ora non ne ho!

Scrivendo un commento sul blog di Nicola, ho riflettuto sul nocciolo delle differenze fra scuola italiana e giapponese e, con un titolo scherzoso che rappresenta un po’il mio stato d’animo, pensavo di proporvele, dividendo il tutto per categorie.

Strutture:
Giappone stravince, l’Italia è così al tappeto che forse non si potrà rialzare per il prossimo round. In sintesi: le scuole giapponesi hanno un’edilizia estremamente codificata, che le rende tutte immediatamente riconoscibili dal resto degli edifici e che permette di capire il grado della scuola vedendo l’edificio (ci sono delle piccole differenze fra scuole elementari, medie e licei, ma non penso valga la pena addentrarsi nei dettagli). Di questo “format” replicato centinaia di volte sul territorio fanno parte: un orologione enorme fuori dalla scuola, che serve agli studenti per regolarsi su quando entrare; aule ragionevolmente ampie – senza fronzoli né spazio in eccesso, ma con lavagne e bacheche di dimensioni generose ed un orologio ed un proiettore con relativo schermo in ogni classe; palestra (sul blog di Nicola c’è un post approfondito) grande e ben attrezzata; laboratori di chimica, biologia e geologia; aula magna; aula computer; sala per lo studio delle lingue; campo da calcio/baseball ed un numero imprecisato di aule secondarie, in cui si tengono i club.
Il mio professore mi aveva detto che il 50% delle scuole giapponesi è stato costruito prima del 1975, e dunque con standard anti-terremoto che andrebbero revisionati, e che non ci sono i soldi per rimetterle a posto perché sono stati spesi alla fine degli anni’80 in ponti faraonici e mazzette da far sembrare Tangentopoli un’inezia: dunque, ho pensato, tutto sommato non stanno messi bene neanche qui. Tuttavia, leggendo i dati italiani, che parlano di inagibilità (si dice che in Giappone l’agibilità equivalga allo standard antiterremoto, ma effettivamente un conto è l’agibilità dello stabile in condizioni normali, un conto è in caso di terremoto: se già normalmente non sta in piedi…) per il 90% degli istituti, impianto elettrico risalente a prima del 1940 (millenovecentoquaranta! Parliamo di cavi di rame che sono sopravvisuti a Mussolini e ad una Guerra Mondiale!) per il 35% ed assenza della palestra per il 40%, non posso far altro che consegnare la palma della vittoria al meritevole vincitore.

Domani, più difficile: sull’insegnamento.

Ci sarà da divertirsi, fra luoghi comuni e non.

A presto!

Marco

novembre 25, 2008

Futili motivi per amare il Giappone: sushi-bar

Quest’oggi, vi parlo di una catena di “junk-food” giapponese, ovvero di “Kappazushi”! Chiunque sia stato ad Iida (molti, immagino xD) avrà certamente visitato la sede locale di Kappazushi: è un vero e proprio must per chiunque voglia mangiare un sushi di qualità accettabile ad un prezzo abbordabile, il che ne fa un ritrovo per allegre famigliole di ritorno dalla scampagnata sabato/domenicale.

Cominciamo col piatto forte… sushi a 105 Yen!

occhio ai prezzi!

occhio ai prezzi!

Il che, al cambio attuale, vuol dire…  85 centesimi di Euro! (certo, quando sono arrivato in Giappone valeva circa 0,60€, il che faceva ancora più effetto… ma chi siamo noi per comprendere l’oscura finanza?)

Questa è da bambini, vi avverto…

shinkansen!

shinkansen!

Forse da qui si capisce meglio…

slurp!

slurp!

Cos’è? E’ovvio!!! E’un treno superveloce Shinkansen nella sua versione “sushi bar”! (del resto, vi avevo detto che i giapponesi lo Shinkansen lo amano, no?) In genere, nei sushi bar c’è un nastro trasportatore (kaiten) che trasporta una serie di piattini (e che vedete in basso nella prima foto): qui, oltre all’ormai obsoleto kaiten, si trova anche lo Shinkansen, che permette, tramite ordinazione su un monitor touch screen, di avere – allo stesso costo del sushi sul kaiten – di avere quasi immediatamente il piatto che si vuole. Questo è particolarmente utile per chi siede alla fine del nastro: chi sia mai stato in un sushi-bar, probabilmente sa che i piatti più popolari spariscono in fretta!

Infine, una foto da una prospettiva bislacca insolita:

vabbè dai... per oggi avevo postato solo foto normali!

“Chiizù”!!! (in giapponese, cheese!)

PS Ma com’è che ultimamente parlo sempre di roba da mangiare?

novembre 24, 2008

Soba fai-da-te!

Oggi avrei voluto scrivere un cupo post sui parchi di divertimenti abbandonati in Giappone, ma purtroppo sono di buon umore perché nevica, dunque sarà tutto rimandato! ^^

Bando alle ciance dunque: oggi si preparano i soba fatti a mano!
La mitica Yumoto-sensei, che è una professoressa d’inglese che avevo incontrato in Italia prima di partire, mi ha offerto una giornata con la sua famiglia: con tutta la famiglia, mi ha portato a visitare una diga progettata da suo marito (amo l’ingegneria, e le dighe in particolare…), poi per pranzo a mangiare soba (tagliolini giapponesi in brodo), poi a giocare con la Wii a casa sua (tutta la famiglia ha i propri avatar e, prima che io venissi, ne hanno creato uno anche per me! ^^) ed, infine, a mangiare sushi al kaiten. E’stata davvero una splendida giornata.

Eccoci alla diga (la figlia maggiore studia per lo “Shogakusei gakuryoku shiken”, ovvero uno degli innumerevoli esami che costellano la vita degli studenti elementari, dunque non c’è!). Per gli amanti dei dettagli di progettazione (ce ne sono?), è una diga a gravità in rocce, con riempimento interno in argilla. E’stata eletta fra le 100 dighe più belle del Giappone, dunque attorno ad essa sono nati negozietti, un centro informazioni, un giardino giapponese, gradinate per osservare la diga da entrambi i lati et similia, in stile tipicamente giapponese.

tutti alla diga!

tutti alla diga!

Dopo la visita della diga, ci siamo diretti verso il pranzo in un ristorante di soba, dove, me ignaro, ci saremmo preparati da soli i soba… in effetti, la mia faccia – ero già affamato e mi accingevo a gustare il mio delizioso pranzetto – è abbastanza eloquente:

ma... ce li dobbiamo preparare noi? xD

"ma... ce li dobbiamo preparare noi?" xD

Alla fine è stato davvero divertente! Prepararli non è nemmeno così difficile: si parte dalla farina di soba, che è di due tipi diversi e viene dal frutto della pianta del soba, che è fatto così:

i triangolari frutti della pianta del soba

i triangolari frutti della pianta del soba

Al frutto triangolare, da un apposito macchinario, viene tolta la punta, che diventa la farina che vedete, nella seconda foto, a sinistra, più ruvida al tatto; successivamente, il resto viene divisto a metà da un’altra macchina, e, macinando i semi che si trovano all’interno, si fa la farina, morbida, che vedete a destra nella stessa foto. C’è anche una terza farina, che è quella di grano tenero, e che probabilmente conoscete tutti, dunque vi risparmio la sua foto!

La farina di soba morbida e quella di grano tenero si mescolano in proporzioni variabili (più grano c’è e più i soba saranno teneri), si uniforma la superficie dell’impasto e poi si versa dell’acqua calda dal centro verso l’esterno, disegnando una spirale che raggiungerà, come massima ampiezza, il 70% del diametro interno del recipiente.

fino al 70% del diametro del recipiente... guai a voi se arrivate al 71!

fino al 70% del diametro del recipiente... guai a voi se arrivate al 71!

Si porta dunque la farina dai bordi verso l’interno, per evitare di bruciarsi con l’acqua bollente, e si ripete il processo. Si ottiene così una pasta piuttosto appiccicosa, che si mischia energicamente con le mani, stando attenti a toccare il tutto con i soli palmi della mano, per evitare che entri aria nell’impasto. Per evitare che si incolli sul tavolo, si usa la farina di soba di seconda scelta.

mescolare energicamente molte volte...

mescolare energicamente molte volte...

Successivamente, si stende l’impasto sul tavolo con una tecnica particolare, che prevede che le mani scorrano sul mattarello a volte dall’esterno verso l’interno ed a volte dall’interno verso l’esterno:

notare che l impasto dovrebbe essere perfettamente quadrato!

notare che l'impasto dovrebbe essere perfettamente quadrato (ed in effetti, previo intervento dell'istruttrice, lo diventerà!

In questo modo, diventerà esattamente quadrato, e potrà essere ripiegato diverse volte e poi tagliato. Tutto questo serve a fare in modo che i soba diventino il più lunghi possibile: aspirandoli rumorosamente, alla maniera giapponese, più sono lunghi e meglio è.

il delicato momento del taglio

il delicato momento del taglio

Tagliare i tagliolini non è affatto facile: sembrano piuttosto larghi, ma in effetti sono sottilissimi, e tagliarli tutti larghi uguali è un’impresa da vero sobaiolo professionista, ed in effetti a noi sono venuti tutti “bara bara” (spaiati).

Alla fine, il risultato è questo:

ecco i nostri (imperfetti ma) deliziosi soba!

ecco i nostri (imperfetti ma) deliziosi soba!

Itadakimaaaaaaaasu!

novembre 20, 2008

Sigh sigh sob sob…

Alla fine, la grande nevicata non venne. In effetti, la probabilità di neve era del 50%, ma oggi è stata una giornata di sole splendido e cielo tersissimo, che mi ha permesso di ammirare le montagne incappucciate di neve fresca (Iida è in una valle che separa le Alpi meridionali da una catena minore).

Comunque, visto che oggi ero in umore da nevicata (e quando non lo sono? :P), farò un tuffo nel passato e vi propinerò senza pietà le foto, venute tra l’altro in maniera pietosa (mi si appannava la lente incontinuazione! xD) della nevicata di ieri – che proprio nevicata non lo è stata (con 2 cm di neve si può parlare di nevicata?), ma comunque abbastanza per far felice un romano, che di neve in città ne vede ben poca.
Iniziamo col cortile interno della scuola…

ecco uno dei cortili interni, quello più vicino alla mia classe

ecco uno dei cortili interni, quello più vicino alla mia classe

Studenti giapponesi sfidano la tormenta (questa l’ho scattata col Nintendo DS… peccato, poteva venire bene):

il freddo arriva ma la divisa non cambia...

il freddo arriva ma la divisa non cambia...

Un improbabile banano innevato:

banano!

banano!

E, dulcis in fundo, un classico: il parcheggio (beh vedere la neve sulle macchine fa un altro effetto… perlomeno a me xD).

il parcheggio della scuola visto dal laboratorio di inglese

il parcheggio della scuola visto dal laboratorio di inglese

Alla fine, nonostante sperassi per il meglio, addio foto all’acero innevato. Sigh sigh sob sob! Sarà per un’altra volta…
Per oggi, questo è quanto. Domani è prevista ignobile pioggia, dunque la cartolina del momiji si allontana sempre di più. (ma che senso ha che piova quando fuori ci sono 4 gradi? E’assolutamente iniquo!)
Oyasumi!

novembre 19, 2008

Cosa c’è di meglio di un momiji?

Semplice: un momiji innevato! Sorpreso dalla più precoce nevicata degli ultimi 8 anni, questo acero si è fatto cogliere impreparato alla prova dell’otto.

Ahimè, quando sono tornato da scuola era già buio, quindi le foto con più neve sono venute troppo male per proporvele… questo era come si presentava stamattina (beh obietterete che non si capisce un tubo… però su, sforzatevi e vedeteceli, questi due fiocchi!)

momiji in versione natalizia!

momiji in versione natalizia!

Stanotte è prevista altra neve… se tutto va per il meglio, domani lo potrò fotografare tutto bianco e rosso ^^!

Speriamo che le previsioni…

il meteo di oggi

il meteo di oggi (alla fine, non si è avverato: ha nevicato - poco - tutto il giorno)

si avverino!

(se non si fosse capito, sono un fanatico della neve, e del tempo in generale… poi, essere circondato da persone – i giapponesi ADORANO il tempo – che si affollano alle finestre per fare le foto ai primi fiocchi non aiuta a mantenere un profilo dignitoso! xD)

novembre 18, 2008

お好み焼き!

A chiunque sia stato in Giappone per un discreto periodo di tempo (vero, Fabi-chan?), il titolo rievocherà senz’altro momenti deliziosamente memorabili.

Cosa c’è scritto? Okonomiyaki!!

Cosa sia l’okonomiyaki… letteralmente, “grigliata che ti piace”; sostanzialmente, un dono degli dei. Diffidate dei sobillatori che lo definiscono “una frittata giapponese”: questa definizione non gli rende onore! E’ di più… è l’incontro sublime di numerosi ingredienti bagnati in una leggera pastella, conditi con una deliziosa salsa e cotti su una griglia messa al centro della tavola.

Oltre a ciò, per chiunque abbia visto Ranma 1/2 e ricordi la pazza Ukyo, sono un vero must…

In pratica, questo:

Okonomiyaki!

Okonomiyaki!

Oishii!! (delizioso!)

Qui invece il cuoco (mio fratello) rigira l’okonomiyaki:

mio fratello cucina l okonomiyaki

et voilà! l'okonomiyaki è rigirato!

Purtroppo (l’ingordigia…) era talmente buono che non ho nemmeno pensato di fare altre foto mentre mangiavo… (per la cronaca: ognuno si è mangiato un okonomiyaki uguale a quello della foto più un altro quarto! E poi uno si domanda perché io stia ingrassando come un’oca per il fois gras…).

Itadakimaaaaasu (parzialmente, è l’equivalente giapponese di buon appetito)!!

novembre 17, 2008

Viaggio a Kyōto ed Ōsaka (3): 竜安寺

Se dopo aver lasciato la stazione ci siamo diretti verso lo sconosciuto Shingo-ji, sulla strada di ritorno ci siamo fermati al ben più conosciuto Ryōan-ji, che probabilmente molti appassionati del Giappone già conoscono.

quando si dice... fortuna

quando si dice... fortuna

Questa foto, che purtroppo è venuta maluccio (non ho avuto tempo di rifarla… giustamente, i ponti sono fatti per passarci sopra, e perfino i giapponesi non passano più di un minuto ad osservare le carpe nel laghetto!), è del laghetto nel giardino del Ryōan-ji. Comunque, incontri di questo tipo non sono rari a Kyōto!

Un altro incontro comune nell’antica capitale: una statua di Buddha. Questa è sempre all’interno del parco del Ryōan-ji.

un Buddha. Non so quale sia... spero non vi offenda

un Buddha. Non so quale sia... spero non vi offenda

Il Ryōan-ji è famoso per il suo giardino “secco” e per una fontana di umiltà (tsukubai・蹲踞: si chiama così non perché da lei sgorghi umiltà ma perché è bassa, e per potervi attingere bisogna inchinarsi, suggerendo dunque un’idea di rispetto) con sopra scritto “Io conosco soltanto abbastanza”, che, traducendo in soldoni come “Ti basta ciò che sai”, contiene la dottrina buddhista della supremazia dell’immateriale sul materiale. Ovviamente, la fontana era in manutenzione (no comment…). Il giardino di pietra, invece, no, e, dunque, eccolo qua:

il giardino zen... quante pietre riuscite a vedere?

il giardino zen... quante pietre riuscite a vedere?

Si dice che non si possano vedere, da qualunque parte si guardi, più di 14 pietre, mentre in realtà ce ne sono 15: in effetti, spostandosi da una parte all’altra, io ne ho contate fino a 14, e fa un certo effetto vedere che, mentre ti sposti, una scompare ed un’altra ne appare!

Per pietà di me, non vi mostro la fotografia che mi è stata scattata in questa occasione, ma vi assicuro che vi fareste un bel po’di risate… in compenso, visto che mia sorella ama le pietre, un altro paio di foto, stavolta più nel dettaglio:

non so perché, ma questa curva m'ispirava

non so perché, ma questa pietra, con i sassolini che curvano, m'ispirava positivamente

Per chi si chiedesse come siano i sassolini visti da vicino, ecco una foto di soli sassi:

i sassolini (come altro definirli?), elemento essenziale del giardino zen

i sassolini (come altro definirli?), elemento essenziale del giardino zen

Eccoli qui: peccato che la risoluzione sia diminuita nel trasferimento, perché sul computer fanno un altro effetto.

Per finire, un dettaglio del tetto: in effetti, tetti decorati da icone sacre o demoni, oppure semplici marchi, sono molto frequenti in Giappone, ma questo mi è piaciuto particolarmente:

particolare del tetto del padiglione principale (hondō) del Ryōan-ji

particolare del tetto del padiglione principale (hondō) del Ryōan-ji

A presto!

Marco

novembre 16, 2008

Viaggio a Kyōto ed Ōsaka (2): 神護寺

Dopo aver preso lo Shinkansen ed essere scesi alla stazione di Kyōto, ci siamo diretti allo Shingo-ji: immerso tra le montagne a Nord di Kyōto, è una meta poco turistica e poco conosciuta, perlomeno a quanto mi hanno detto i miei host-zii (ed, in effetti, non era pieno come gli altri templi che abbiamo visitato). E’ inoltre piuttosto poco accessibile, visto che, una volta preso l’autobus, è necessaria una mezz’oretta per arrivare a destinazione: il sentiero scende ripido sul fianco di una montagna, per poi risalire fino alla stessa altezza.

C’è da dire che il tutto è abbastanza piacevole, perché durante il percorso – in stile giapponese – ci sono numerosi punti di ristoro, panchine e, soprattutto, è immerso in un bosco di aceri, che in questo periodo stanno iniziando ad arrossire.

gli alberi... arrosiscono in ordine sparso

gli alberi... arrosiscono in ordine sparso

A proposito dei punti di ristoro, ci siamo fermati in uno di questi per il pranzo: per la verità, è stato un po’caro (ci sarebbe anche il dettaglio che non ho pagato io…); ma volete mettere poter mangiare a Kyōto, sotto gli aceri rossi, in un ristorante in stile giapponese?

tempura soba con vista panoramica!

tempura soba con vista panoramica!

Eccomi che mi gusto il mio pranzetto, attorniato da foglie d’acero cadenti! E, per la serie “il dettaglio rivelatore”, una foto delle mie scarpe dopo pranzo:

scarpa "momiji style" xD

scarpa "momiji style"! xD

Una volta finita la salita, si arriva ad un portale d’ingresso (Mon – con un ideogramma facile da ricordare, cioè 門):

l ultima rampa di scalinate, ed il portale

l'ultima rampa di scalinate, ed il portale

Notare che sulla scalinata non c’è (quasi) nessuno! Dopo il portale raffigurate qui sopra,  si apre una spianata, che, oltre ad essere bella di suo (purtroppo la foto non le rende giustizia), contiene, sulla destra, numerosi padiglioni secondari.

la spianata

la spianata

Dopo averla percorsa, si incorre in due templi minori, e poi… in un’altra scalinata! Questa volta, però, è l’ultima:

la gradinata finale!

la gradinata finale!

Ed eccoci in cima, con i munifici host-zii:

finalmente in cima! Notare, sullo sfondo, i templi!

finalmente in cima! Notare, sullo sfondo, i templi!

Il padiglione principale, in sé per sé, è abbastanza piccolo, ma sia da sopra la scalinata che da sotto ho potuto ammirare alcuni panorami davvero “giapponesi”!

panorama da uno dei padiglioni secondari

panorama da uno dei padiglioni secondari

Ultima foto, quella di un piccolissimo (ed, a giudicare dal colore del legno, antichissimo) padiglione, che è stato il mio preferito di tutto il complesso, anche se l’ho potuto ammirare pochissimo: purtroppo, non è venuta bene… mannaggia agli zii che hanno fretta!

eh già... anche questa volta, niente di meno vago di un altro padiglione

eh già... anche questa volta, niente di meno vago di "un altro padiglione"

Ecco, questo è quanto: spero che, almeno un po’, vi sia venuta voglia di visitarlo!

Marco

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