inGiappone

ottobre 7, 2009

Conflittualità

Si dice spesso che gli amanti del Giappone non possano avere un unico sentimento nei suoi confronti, ma siano sempre divisi a metà tra l’amore e l’odio. Come chi ha letto il blog probabilmente sa, io appartengo alla seconda categoria, ed ho spesso espresso il mio disappunto con sarcasmo; scelta che rivendico e che trovo giustificata, per carità, ma che comunque ha i suoi limiti espressivi… ma questa è un’altra storia, che probabilmente tratterò un’altra volta.

Quanto c’è di amore e quanto di odio (o di indifferenza) in me? Vorrei chiarire il punto, anche alla luce del secondo viaggio che ho fatto quest’estate (sigh sigh, ormai è “la scorsa estate”).

In effetti, mi pare di aver intuito piuttosto vagamente che io in Giappone non ci vorrei vivere: perlomeno, non per tutta la vita. Mai dire mai, certo… soprattutto conoscendo la mia intrinseca dubbiosità, nonché la propensione a cambiare repentinamente idea. Ma vedendo come mi sono andate le cose da una prospettiva temporalmente più distaccata non posso dire di volermici trasferire seduta stante. Vi risparmio i pro, che probabilmente avete ben presente: cortesia, efficienza, rispetto, civiltà, tecnologia; in una parola, progresso. E poi ci sono le città… uno spettacolo. E la sensazione di essere sempre parte di un ingranaggio che si muove alla perfezione, impagabile.
Ed io amo tutto ciò, profondamente, il che è uno dei principali ostacoli ad un mio sereno vivere in Italia. Alternativa che, ovviamente, prendo poco in considerazione.

Cosa si oppone, dall’altro lato?
Innanzitutto, direi “il muro”. L’espressione è probabilmente abusata, ma indica quella serie di atteggiamenti che i giapponesi adottano per farti capire che TU sei straniero, ovvero non sei parte di “noi”; sei semplicemente fuori dalla comunità. Probabilmente, la mia ipersensibilità verso questo punto è determinata anche dal fatto che la mia esperienza l’ho vissuta in campagna, in una piccola cittadina nel mezzo delle montagne… magari, ecco, in città le cose vanno meglio, da questo punto di vista; di sicuro, poi, ci sono più cose da fare (come ho avuto modo di appurare quest’estate grazie all’ospitalità di un mio amico, Luca, e della sua host-family, la famiglia Shirai, che mi hanno sopportato pazientemente per 9 giorni, senza che io abbia poi avuto modo di ricambiare), e sarebbe sbagliato giudicare il Giappone – che è tutto città – dalla mia limitata esperienza nella campagna. Conosco tuttavia la spiacevole sensazione di essere guardato di sottecchi per strada.
Insomma, non che io non abbia le mie responsabilità, ma alla fine non è stata solo colpa mia se dopo 6 mesi di liceo ad Iida sono rimasto comunque sostanzialmente solo, senza amici per cui valga la pena tornare; non vorrei fare la stessa fine all’università.

Il secondo punto è il lavoro: oltre agli orari che spesso sono allucinanti (almeno per chi vuole far carriera), le lauree italiane non sono riconosciute in Giappone, e lo stesso dicasi per quelle giapponesi in Italia. Che fare? Di borse di studio universitarie per il Giappone ce ne sono, e visti i test d’ingresso e l’esiguo numero di partecipanti direi che non è nemmeno impossibile aspirare a prenderne una. Questa sarebbe, ovviamente, una scelta che mi segnerebbe per la vita perché, ammesso che vada tutto per il meglio, una volta presa una laurea in Giappone la vorrei probabilmente sfruttare: questo riporta però al punto uno, in quanto non c’è nessuno che mi garantisca di non essere discriminato sul posto di lavoro, ancora una volta ipotizzando il migliore dei casi, in cui io riesca a trovarlo.

Non so, sinceramente, fino a che punto sia possibile per uno straniero integrarsi con la società giapponese… ma restare tutta la mia vita un outsider, questo preferirei evitarlo.
D’altro canto… il Giappone è sempre il Giappone.

Ecco il mio confuso delirio su una possibile vita giapponese. Qualcuno condivide?

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gennaio 4, 2009

終り

Ebbene, quantunque io non senta assolutamente l’impellenza di tornare in Italia, né mi paia possibile che domani io debba lasciare Iida, le valigie che si accumulano nella mia stanza – che, in effetti, ormai sembra più la tendopoli di un rave party all’arrivo di poliziotti e cani antidroga – suggeriscono che domani sia effettivamente il giorno della partenza.

Grazie a tutti per avermi letto costantemente ed aver arricchito il blog con preziosi commenti!

Una volta tornato in Italia, continuerò ad aggiornarlo… chissà, forse con minore frequenza, ma sono ancora pieno di materiale da pubblicare!

Ora… si torna. Vedremo un po’ come sarà Roma.

dicembre 24, 2008

Regalo

Filed under: Uncategorized — marco @ 11:56 pm
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E per oggi, il mio regalo l’ho ricevuto, dalla classe di francese…

che carini ^^

che carini ^^

Buona Vigilia a tutti!

dicembre 18, 2008

Gurantariaano… chi era costui?

I giapponesi hanno un certo gusto per l’autocompiacimento, che li porta sempre a fare domande generiche ai quali il gaijin ammaestrato non potrà che rispondere con risposte altrettanto generiche, tendenti al cerimonioso ricco di complimenti, teso a confermare le aspettative dell’interlocutore ed, anzi, a dimostrare che lui, lui sì che capisce la cultura giapponese, e la apprezza molto, moltissimo, più dei giapponesi; anzi no, un po’ meno, visto che lui no, non è giapponese e non si può permettere tanto. Stranamente, non avrà notato nemmeno un lato negativo del Giappone – perché avrebbe dovuto, del resto? In Giappone non ce ne sono! – ed ovviamente qualsiasi cosa abbia una minima profondità e risulti in un commento negativo, o in una semplice affermazione diversa da: “E’ davvero fantastico” oppure “Mi è piaciuto molto”, viene evitata coscienziosamente dal conversatore scrupoloso, ovvero dal 99,98% dei giapponesi che vi capiterà di incontrare.

Accade così che, dopo trentacinque estenuanti minuti di intervista, durante i quali una peraltro simpatica giornalista mi ha tormentato con banalissime domande alle quali ho risposto “esattamente come dovevo rispondere”, ho conquistato, fra mirabolanti complimenti e banalità ormai memorizzate, uno spazietto sulla cronaca del giornale leader di Iida e dintorni, il “Minami Shinshuu Shimbun”.

P

buona lettura! 😛

Traduzione (alquanto libera… in effetti, mi sono reso conto che non sono assolutamente capace di farne una letterale! Non so se sia io troppo esigente a voler mantenere il suono della lingua originale, oppure se sia la differenza nella costruzione dei periodi, fatto sta che, a volerla mettere “alla giapponese”, suona davvero male!):
“Maruko Gurantariaano-kun (17) uno studente italiano all’estero che frequenta il secondo anno del “Liceo Fuuetsu di Iida”, ha detto: <<Assaggiando i sapori delle altre nazioni, la “Festa di Scambio Culturale” è venuta davvero bene. Iida è una città molto pulita e sicura. Anche la cucina è buona.>>. ”
Ora, a parte tutto… non è che sia proprio soddisfattissimo, ecco… cioè, mi metti in croce più di mezz’ora e poi mi dedichi tre righe in cui mi fai parlare come fossi un robot di 10 anni fa? Insomma, non che pretendessi una pagina intera, ma, per diamine, sembra che io parli a frasi di 6 parole l’una! ASIMO, per dire, già è ad un altro livello! xD

Metterò provvisoriamente da parte le lamentele per far spazio ad un po’di orgoglio, visto che, dei 10 studenti all’estero, hanno scelto di pubblicare la mia intervista, e mi hanno messo addirittura accanto allo “Yokota Kaichō”. Ma come, non lo conoscete? Si vede che siete davvero out nella vita di Iida! La Yokota (che, in italiano, sarebbe un meno suggestivo: “risaia di lato”)  è lo sponsor principale di qualsiasi evento si tenga ad Iida, dalla maratona degli studenti alla “Gurando Oopun” (Grand Open, cioè inaugurazione) del nuovo circolo bocciofilo, fino ai più impegnativi hanabi di fine estate. E’una compagnia dai molteplici risvolti che, dalle concessionarie automobilistiche ai pachinko fino agli “Hyaku-en shoppu” (negozi da 100 yen) gestisce una discreta fetta dell’economia della città. In poche parole, lui è il presidente delle operazioni di Iida, ed è a metà tra uno yakuza (mafioso giapponese) ed un intrepido uomo d’affari: più probabilmente, entrambi. E’, insomma, quel tipo di personaggio che riceve inchini a “fronte-struscia-pavimento” persino dal sindaco, ed io sono stato elevato a tal punto da meritare di lambire le sue sacre parole: come potrei non esserne più che onorato?

(sì, va bene, prima che i miei deliri da mancanza di sonno si facciano ancora più evidente è bene che io mi faccia i 20 minuti nel kotatsu di cui parlavo ieri… oyasumi!)

dicembre 10, 2008

È Natale!

(ATTENZIONE: questo prodotto di automedicazione senza obbligo di ricetta contiene dosi smodate di ironia. Non prendere le cose scritte troppo alla lettera più di una volta al giorno, non immaginare che Marco viva con repellenza quanto raccontato in misura superiore alle dosi prescritte, non pensare che disprezzi la sua famiglia giapponese o il Giappone per quanto scritto sulla confezione né che si stia elevando eccessivamente a giudice della situazione; non inalare, non mescolare con acido citrico o cloridrico in condizioni di bassa pressione atmosferica e tempo sereno; non somministrare ai bambini sotto i 35 anni; se il sintomo persiste consultare l’arredatore; leggere attentamente il foglietto illustrativo)

Ebbene, se anche voi foste rimasti sconvolti leggendo della spaventosa mancanza di alberi di Natale in Svezia sul blog di Carlotta, io, tralasciando la promessa di scrivere un articolo sul ponte più lungo del mondo (in effetti, è passato troppo poco tempo dal ponte di Naruto, e non vorrei dare l’impressione di stare lentamente scivolando verso un blog di ingegneria!), provvederò a confortarvi, sempre che riusciate a districarvi fra la mia nodosa sintassi. Ad onor del vero, è sempre stata simile al nodo di Gordio, ma è, in questo particolare frangente, complicata dal fatto che, parlando in giapponese, la grammatica cambi completamente, facendo sì che io non riesca più a tenere sotto controllo il mio amore per l’ipotassi.

Si parlava, comunque, di alberi di Natale (in giapponglese, “クリスマストリー・kurisumasu torii” oppure “クリスマスツリー・kurisumasu tsurii”, con l’ultima che ha guadagnato, negli ultimi tempi, la maggioranza del consenso, per ragioni che vanno al di là della comprensione dell’autore): quantunque in Giappone il Natale non sia che una mera ricorrenza commerciale – non che mi dispiaccia, sia chiaro… in fondo, non essendo religioso, per me in Italia è sempre stato lo stesso – e nonostante la crisi economica nella quale il Giappone sguazza allegramente da 18 anni si stia approfondendo, gli alberi di Natale sono assolutamente fantasmagorici, quello della mia famiglia in testa.

Babbi Natali, zucche, topolini fosforescenti, festoni, ghirlande, paccottiglia kitsch tipo renne illuminate e zucche volanti, gazebi addobati e chi più ne ha più ne metta, abbondano in maniera spropositata, lasciandosi superare solo dai creatori del genere, gli americani, che, effettivamente, rimangono sempre un passo avanti sia sulla grottesca mostruosità degli oggetti sia sulla quantità delle luminarie.
Comunque, una foto di casa mia, vista dalla strada: provate a contare gli alberi di Natale…

eccola! è lei, casa, addobbata per le feste!

eccola! è lei, casa, addobbata per le feste!

Quanti ne avete trovati?
Io ne vedo… quattro: uno dentro la finestra dell’ingresso, uno accanto alla finestra dell’ingresso, uno in mezzo alla foto ed uno, che sicuramente non avrete mancato, illuminato in blu e bianco. A ciò si aggiungono: una stella gialla e cascata di luminarie blu e bianche dal balcone del secondo piano, una renna che si intravede nascosta fra la recinzione, un copri-gazebo in luce bianca calda, una slitta di babbo natale ed una scritta “Merry Chrismas” nella finestra della veranda (sulla sinistra), una zucca a quattro ruote di cenerentola, e, gran finale, un orrendo Mickey Mouse che s’illumina di rosso e fa una musichetta melensa, che si aggiudica la palma dell’oggetto più grottesco, pur con un’agguerrita concorrenza. Per sottolineare il suo merito, gli ho dedicato un primo piano:

mikki mausu!

mikki mausu!

A parte l’ironia sullo stile kitsch americano delle luminarie medie, devo ammettere che sono abbastanza spettacolari e che, probabilmente, la mia famiglia sta esagerando le celebrazioni per il Natale per mettermi a mio agio, dunque sono loro riconoscente per questo! Grazie mille okaasan! (^_^)

Visto che dalla prima foto non si carpiva lo splendore della renna, né quello della zucca, né quello del giardino in generale, uno scatto per immortalare il loro meritevole splendore:

è Natale, tutto fa brodo!)

il giardino di casa! sulla sinistra, la renna Rudoruhu (Rudolph/Rudolf), sulla destra, la zucca di Cenerentola (vabbè, suvvia, non stiamo a guardare troppo per il sottile: è Natale, tutto fa brodo!); in alto, illuminazioni a cascata

Notare che, sigh sigh sob sob, la neve si è già sciolta! Effettivamente, inerpicarmi per la salita che porta a scuola con neve e ghiaccio ha cambiato radicalmente i miei pensieri sull’idilliaco regno etereo della neve…

Ultima foto per il protagonista indiscusso del giardino, autoproclamatosi vincitore dell’ambito (?) titolo di “Miglior albero di Natale del sottoquartiere di Miyanoue 2007”, un’istituzione al punto che, una volta che il timer per l’accensione non era partito, la vicina è venuta a chiedere: “Ma che è successo? Non accendete l’albero?”.
Peccato solo che la foto non gli renda giustizia… ma, ovviamente, con -2 gradi ed una pioggia in corso, non andrò di certo a rifarla!

ecco l'albero maestro, se mi passate la pessima battuta...

ecco l'albero maestro, se mi passate il pessimo gioco di parole...

メリークリスマス・Merii kurisumasu!!!

novembre 28, 2008

学校宣戦!日本対伊太利亜、第二部!

(Gaokkou sensen! Nihon tai Itaria, dai ni bu!)

Come diceva giustamente Cinciamogia, l’altroieri ho un po’sparato sulla Croce Rossa, in quanto si sa che, di scuole peggiori di quelle italiane, probabilmente non ce ne sono nemmeno in Gabon – magari, lì, nella città media, le scuole non ci sono proprio, ma, non essendoci, non possono essere dichiarate non a norma, e dunque, per gli sfortunati possessori di una coscienza burocratica, non ci sono problemi.

Comunque, dicevo: quest’oggi vorrei parlare del tema dell’insegnamento, che mi pare essere di importanza vitale nel comprendere il Giappone moderno. Ora, con un’introduzione del genere potreste aspettarvi un post altrettanto decente, ma la verità è che, non avendo né l’acume né le capacità espressive necessarie, dirò poche cose e a modo mio.

Dopo aver passato esattamente tre mesi nel ridente “Fuetsuu Koukou”, mi è chiaro lo scopo finale della scuola giapponese: passare l’esame di ammissione dell’università. Bella scoperta, direte voi: lo sanno tutti che nei licei giapponesi non si fa altro. Quello che stupisce, però, è il come, non tanto il perché: in fondo, anche in Italia ormai con le facoltà a numero chiuso bisogna passare un esame simile – anche se ovviamente è ben lontano dalla difficoltà e dal livello di pathos che si raggiunge per il corrispettivo giapponese.
Per passare quest’esame, gli studenti devono banalmente immagazzinare informazioni: una quantità immensa di informazioni, che devono necessariamente essere esatte al millimetro, come fossero ideogrammi.
Per farvi un esempio, una delle cose che più mi ha colpito è stata la simulazione dell’esame di Storia, necessario per un gran numero di facoltà universitarie, che sono andato a vedere in una classe del terzo anno: l’esame consisteva in tre fogli, dove era stampata una tabella a tre colonne. Nella colonna di sinistra, il nome della battaglia, in quella centrale uno spazio per il nome del vincitore e la sua nazionalità e in quella di destra uno spazio bianco per scrivere la data: c’erano battaglie di cui non avevo mai sentito parlare, altre delle quali il nome sì, mi suonava, ma la data… inoltre, non erano di storia giapponese ma mondiale: dall’Impero Romano alla Seconda guerra mondiale, c’erano battaglie da tutto il mondo. In pratica, azzeccando la data e il nome ti viene dato un punto, sbagliando la data anche di un solo anno la risposta è ovviamente errata. Così è per tutto: nelle espressioni di matematica si considera solo il risultato, e non il procedimento; nella scrittura degli ideogrammi ovviamente anche un solo tratto pregiudica il tutto; ad inglese vanno inserite le parole che dice il libro e vengono imparate prima: sostituirle con altre dal significato uguale non va bene e così via.

Insomma, in poche parole: un inferno di numeri, lettere, dati esatti che vanno imparati a memoria, e che non implicano alcun processo critico.

Tutto ciò diventa ancora più sconvolgente se si scoprono i metodi di insegnamento che usano i professori: si imparano a memoria passi del libro di inglese (fossero poesie, approverei, ma le avventure di Susy e Paul non mi paiono degne); durante le lezioni di “storia del mondo”, il professore fa ripetere le date a gruppi di 5, abbinandole spesso agli ideogrammi del protagonista e, ancora, passi di letteratura vengono fatti imparare a memoria e poi fatti riscrivere – pari pari – durante i compiti in classe.

Ritornando a parlare di “Storia del mondo”, che è una materia che comprende anche geografia (per ragioni oscure sulle quali è meglio non indagare), ciò che è ancora più surreale dei fogli da riempire con le date delle battaglie è il fatto che, ogni volta che si spiega la storia, venga fatta un’introduzione del paese di cui si sta parlando: cosa c’è di surreale? Le descrizioni sono di questo tipo: “La Repubblica Ceca ha per capitale Praga, è grande tot kmq…” gli studenti: “Oooh è davvero una nazione piccola, il Giappone è grande il quintuplo!” riprende a parlare il professore: “ha tot abitanti…” gli studenti: “Ooh c’è davvero poca gente, in Giappone ce ne sono dodici volte tanto!” il professore: “E’ collocata in mezzo all’Europa, guardate la cartina sul libro; la sua produzione principale erano le pistole e la birra è molto buona.”. Quello che sorprende, oltre al fatto che le spiegazioni sono tutte molto superficiali, sono i commenti degli studenti: se è una nazione è più piccola del Giappone, è minuscola, se è più grande, è enorme; se ha meno abitanti è sottopopolata, se il PIL procapite è minore è povera… e via dicendo.
Il Giappone è, insomma, il metro internazionale più diffuso, e tutto viene rapportato a lui per poter dare una giusta dimensione alle cose. Quindi: la Repubblica Ceca è piccola e piena di birra; e la data e i nomi di oggi sono Tizio, Caio e Sempronio e 1526; e tanto vi basti.

Insomma, i vari “pensa con la tua testa”, “dillo con parole tue”, “non imparare la lezioncina a memoria ma rielabora le cose che hai imparato finora”, “approfondisci sempre la lezione del giorno” e via dicendo, in Giappone non sono mai arrivati.

Si tratta solo di imparare a memoria.

Ovviamente, tutto ciò ha i suoi risvolti positivi durante le lezioni di materie scientifiche, dove le formule fanno sempre comodo, e, per astrazione, non si arriva a molto: in particolare sul problem solving, i giapponesi sono più avanti di quanto abbia visto io nella mia scuola; poi è ovvio che delle differenze tra scuola e scuola ci possono essere, ma, per quanto riguarda il Giappone, le scuole sono molto uniformate.

Per fare un esempio, il famoso “programma”: qui in Italia è un’indicazione all’insegnante, un suggerimento vago che può indicare al massimo un’idea di cosa fare nelle lezioni, ma è, appunto, un consiglio; nulla più di una vocina sussurrata che, lungi dall’avere il potere di decidere qualcosa, viene appunto preso per quello che è: un pezzo di carta. In Giappone, il programma è l’obiettivo da raggiungere a fine anno: ma, ovviamente, non è una cosa da prendere con approssimazione: da inizio anno, le lezioni di TUTTO l’anno sono programmate giorno per giorno – con tanto di tabelle stampate al computer col programma e gli esercizi giornalieri – in modo da distribuire il lavoro uniformemente su tutto il periodo dell’anno.

La scuola giapponese, insomma, è perfetta per uniformità e quantità di informazioni distribuite, ma pecca nel dare all’alunno la coscienza di sé.
Se, all’inizio, ero convinto che la scuola italiana fosse la migliore, sto iniziando a chiedermi se, alla fine, il “mantenimento dell’armonia”, che regola la società giapponese, non debba per forza passare attraverso un sistema di questo tipo, mortificante per l’individuo e terribilmente esigente.

Ora, il mantenimento dell’armonia ha, come lato principale, ha il “principio della non lamentabilità”: qualsiasi cosa di cattivo accada in Giappone, sia in politica sia in società, è un fenomeno assolutamente passeggero che non pregiudica la fiducia nelle stesse, ed è dunque inutile lamentarsi per un fatto di così risibile importanza; ciò che invece accade all’estero, quello sì che è terribile, ma per fortuna noi siamo in Giappone e siamo riparati dal vento malevolo che arriva da oltremare.
Detto così, sembra orrendamente negativo, ma è anche vero che, a forza di non vedere, alla fine – in Giappone – le malvagità alla fine scompaiono, e ciò è assolutamente utile per non farsi venire ansie che sarebbero destinate a rimanere irrisolte. E’anche vero che però, una volta scoppiato uno scandalo, gli indagati non hanno altra strada che dimettersi oppure, cosa difficile da credere ma vera, il suicidio.

La relazione che intercorre fra il succitato principio ed il sistema scolastico è evidente: non essendo dati all’alunno riferimenti tangibili sul mondo (vedi la Repubblica Ceca piena di birra), non ha nemmeno una pallida idea di come sia “l’estero”, né di come imparare dalle nazioni estere, ed inoltre non ha mai avuto occasione di ragionare attivamente in un’ottica critica: questo, oltre a rendere il club di dibattito una noia mortale, fa sì che i giapponesi non si pongano il problema di lamentarsi o meno; semplicemente, non hanno quest’opzione, e si adattano di conseguenza.

Uno dei buffi risvolti di tutto ciò è che, ad esempio, non ci si può lamentare per la mancanza della stufa (perché ancora non l’hanno installata, e si vocifera che, visto che i soldi per il riscaldamento non ci sono a causa di tagli nel budget, possiamo restare senza per tutto l’inverno): dunque, quando io muoio di freddo (in classe l’alito “condensa”… in altre parole, si può vedere), e così i miei sventurati compagni e compagne si adattano e basta: queste ultime, in particolare, hanno una gonna che copre davvero poco, quindi vanno in giro infagottate dentro coperte di pile spesse 3 centimetri. Ma non le sentirete mai lamentarsi: l’unico momento in cui diranno un tremante: “Samuuui!” (“Che freddo!”) è quando escono da scuola. Il punto è che la temperatura interna è praticamente uguale a quella esterna…

Dunque, per quanto riguarda l’insegnamento, io non mi sento di assegnare il punto a nessuna delle due squadre: il sistema italiano dipende troppo dalla buona volontà del singolo insegnante, quello giapponese non dà strumenti per pensare con la propria testa.
Si potrebbe dire che, se sono riuscito a scrivere questo post e a pormi il problema, è perché sono un prodotto del sistema italiano… ma, vi giro la domanda: preferireste un popolo di persone civili e diligenti, che però non abbia alcuna capacità di scelta, oppure un popolo di persone cui gli strumenti per pensare vengono spesso offerti, ma i cui studenti spesso non li accettano?

Io ho la sensazione che, quando ho fatto la scelta di venire a studiare in Giappone, la mia scelta l’abbia già fatta. Ma, effettivamente, non è detto che per diventare un popolo civile l’unica strada possibile debba per forza escludere la possibilità di ribattere.

novembre 26, 2008

学校宣戦!日本対伊太利亜、第一部!

(Il titolo: Gakkou sensen! Nihon tai Itaria! Ovvero: “Guerra fra scuole! Giappone contro Italia! Immaginatelo pronunciato come i nomi degli episodi dei cartoni animati in giapponese, con un’enfasi che rasenta l’ingenuo, ed avrete afferato il concetto!)

lo so che non si capisce la reale grandezza, cioè dove inizi e dove termini, ma... di foto migliori per ora non ne ho!
una parte di scuola: lo so che non si capisce la reale grandezza, cioè dove inizi e dove termini, ma… di foto migliori per ora non ne ho!

Scrivendo un commento sul blog di Nicola, ho riflettuto sul nocciolo delle differenze fra scuola italiana e giapponese e, con un titolo scherzoso che rappresenta un po’il mio stato d’animo, pensavo di proporvele, dividendo il tutto per categorie.

Strutture:
Giappone stravince, l’Italia è così al tappeto che forse non si potrà rialzare per il prossimo round. In sintesi: le scuole giapponesi hanno un’edilizia estremamente codificata, che le rende tutte immediatamente riconoscibili dal resto degli edifici e che permette di capire il grado della scuola vedendo l’edificio (ci sono delle piccole differenze fra scuole elementari, medie e licei, ma non penso valga la pena addentrarsi nei dettagli). Di questo “format” replicato centinaia di volte sul territorio fanno parte: un orologione enorme fuori dalla scuola, che serve agli studenti per regolarsi su quando entrare; aule ragionevolmente ampie – senza fronzoli né spazio in eccesso, ma con lavagne e bacheche di dimensioni generose ed un orologio ed un proiettore con relativo schermo in ogni classe; palestra (sul blog di Nicola c’è un post approfondito) grande e ben attrezzata; laboratori di chimica, biologia e geologia; aula magna; aula computer; sala per lo studio delle lingue; campo da calcio/baseball ed un numero imprecisato di aule secondarie, in cui si tengono i club.
Il mio professore mi aveva detto che il 50% delle scuole giapponesi è stato costruito prima del 1975, e dunque con standard anti-terremoto che andrebbero revisionati, e che non ci sono i soldi per rimetterle a posto perché sono stati spesi alla fine degli anni’80 in ponti faraonici e mazzette da far sembrare Tangentopoli un’inezia: dunque, ho pensato, tutto sommato non stanno messi bene neanche qui. Tuttavia, leggendo i dati italiani, che parlano di inagibilità (si dice che in Giappone l’agibilità equivalga allo standard antiterremoto, ma effettivamente un conto è l’agibilità dello stabile in condizioni normali, un conto è in caso di terremoto: se già normalmente non sta in piedi…) per il 90% degli istituti, impianto elettrico risalente a prima del 1940 (millenovecentoquaranta! Parliamo di cavi di rame che sono sopravvisuti a Mussolini e ad una Guerra Mondiale!) per il 35% ed assenza della palestra per il 40%, non posso far altro che consegnare la palma della vittoria al meritevole vincitore.

Domani, più difficile: sull’insegnamento.

Ci sarà da divertirsi, fra luoghi comuni e non.

A presto!

Marco

ottobre 22, 2008

紅葉情報

Visto il (beh diciamo che il mio blog non è frequentatissimo, dunque 8 commenti in un giorno sono un risultato ^^) discreto successo dell’operazione, pubblico un’altra parte incredibile del meteo giapponese, stavolta l’indovinello non si può fare perché cosa indichi la schermata è troppo ovvio, ma secondo me incuriosisce comunque (perlomeno, io non ci potevo credere quando l’ho visto la prima volta!):

indovinate un po dove sono io? dove non c è ancora niente!

indovinate un po dove sono io? dove non c è ancora niente!

Come avrete intuito dalle foglioline, e dalla scritta “紅葉情報” (kouyou jouhou, cioè “Informazioni sulle foglie rosse autunnali”), questa mappa mostra nientepopodimenoché… il grado di rossezza raggiunto dalle foglie in diverse località!

Ora, da me ancora le foglie sarebbero verdi (abito infatti nella zona “天竜温泉郷” – “Tenryuu onsen kyou”), ma basta salire di quota (ad esempio, nei dintorni di scuola) e l’autunno degli alberi è quasi arrivato.

in pratica, foglie rosse; ma vorreste ridurre il tutto a due paroline così banali?

(poco e scrauso) kooyoo (o momiji, che dir si voglia, per la diversa pronuncia dei due ideogrammi): in pratica, foglie rosse; ma vorreste ridurre il tutto a due paroline così banali?

Ci si potrebbe anche chiedere a cosa servano questo tipo di informazioni, il che è probabilmente più interessante delle informazioni stesse. Ebbene, in Giappone il turismo delle foglie rosse è una vera e propria idiosincrasia, che coinvolge milioni di giapponesi desiderosi di contatto con la natura: il che, a quanto mi dicono (e non stento a crederci), sfocia in giganteschi ingorghi del traffico – perché, giustamente, i boschi migliori sono sulle montagne, e, nonostante i giapponesi amino autostrade e cemento, esse conservano una certa aura di sacralità – ma tralasciando questi piccoli aspetti il rispetto giapponese per l’ambiente (a modo loro, ovviamente, ma questo è un altro post…) è a tratti commovente!

Vedremo un po’ se all’inoltrarsi dell’autunno (probabilmente nel giorno del ringraziamento dei datori di lavoro, che mi risulta essere il 23 Novembre) andremo anche noi a fare questo stillicidio di benzina quest’esperienza molto giapponese! (a parte l’ironia sul fatto che, a detta dei miei, ci vorrano 4 ore per fare 50 kilometri, sarà di sicuro splendido vedere un panorama tipo questo, scattato da Carlotta, una mia amica che ora è in Svezia!)

Marco

ottobre 20, 2008

Cos’è?

Filed under: Uncategorized — marco @ 11:19 pm
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Oggi è tardissimo… dunque: un post semplice, sul telegiornale giapponese, con un indovinello, al quale mi farebbe piacere ricevere la vostra collaborazione (certo, non suona bene come una arzigogolata frase del tipo “itadakitai to omoimasu”, ma… questo è quanto!).

Cosa rappresenta, secondo voi, questa schermata?

a cosa si riferiscono queste immagini?

a cosa si riferiscono queste immagini?

Rispondete numerosi!
E a chi capisce i kanji… beh dai, se sapete anche leggere non vale! E se avete già sentito parlare in proposito… non vale ugualmente! 😛

ottobre 18, 2008

Hiratsuka e Hakone

Filed under: cronache,ilViaggio — marco @ 9:12 pm
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Lo scorso weekend lungo, da venerdì a lunedì (venerdì era giorno di riposo post-maratona, e lunedì, come spiega Roberto, il giorno dell’Educazione Fisica), sono stato in viaggio nel Giappone centrale. Ve lo propongo con poche spieghe e (relativamente) tante fotografie.

eccolo in tutto il suo splendore, e coperto da una "provvidenziale" kasa-gumo (nuvola a ombrello)

Sì, è proprio lui: il Fuji-san!!! La foto è stata scattata venerdì mentre eravamo in viaggio verso Hiratsuka, una città vicino Kawasaki dove abbiamo alloggiato le due notti successive.
Visto che alla fine vedere il monte Fuji era uno degli obiettivi del viaggio, metto un’altra foto, scattata dalla finestra della sala da pranzo di casa dei miei host-cognati:

il monte Fuji visto da Hiratsuka

E questo, per il Fuji-san, è quanto: da qui in poi non si è più fatto vedere! Colpa delle previsioni del tempo, secondo me: a forza di dire “Tempo ottimo e visibilità ottima” sono stati troppo poco scaramantici! xD

Hiratsuka si affaccia sul mare: è lì che ho scattato la foto del pescatore! Comunque, un’altra foto di quella mattinata, stavolta dell’area del porticciolo delle barche:

il mare di Hiratsuka (sì lo so che è in controluce e non si capisce un tubo, ma... è pulito)

il mare di Hiratsuka (sì lo so che è in controluce e non si capisce un tubo, ma... è pulito)

Comunque: dopo due giorni intensi di incontri ed Undookai, siamo partiti alla volta di Hakone, luogo noto per le sue terme dove però ero già stato: stavolta, in compenso, ho potuto anche vedere il panorama (l’altra volta era così):

Owakudani

Owakudani

Ad Hakone, oltre ai boschi ed alle terme (ed al traffico, aggiungerei, visto che per fare 15 kilometri ci sono volute due ore e tre quarti), c’è una “Foresta di vetro”, che sarebbe un museo dedicato al vetro di murano: nulla di eccezionale, ma i miei cuginetti di 3 e 7 anni sono stati entusiasti degli alberi che c’erano all’entrata, tutti di cristallo, in effetti molto scenografici. Qui una foto di buona parte dei partecipanti al viaggio: mancano all’appello la mia host-sorella, il mio host-cognato e la madre del mio host-cognato (oddio, come si chiama la madre del cognato?); la foto non è particolarmente bella ma… insomma, alla fine non posso mettere solo paesaggi, altrimenti non sarebbe il mio blog!

ecco i nostri eroi nell'oscura e tenebrosa Foresta di vetro!

ecco i nostri eroi nell'oscura e tenebrosa "Foresta di Vetro"! (per chi si dilettasse con le scritte in giapponese, traduzione dall'alto verso il basso: "Hakone garasu no mori bijutsukan", ovvero: "Museo della Foresta di Vetro di Hakone")

Per chi avesse letto tutto il blog, e si ricordasse di questo articolo, ecco il “cosmos”, fotografato nella “Foresta di vetro” di cui sopra:

saita cosmos cosmos saita

saita cosmos cosmos saita

Per concludere, una perla: la pizzeria in cui abbiamo mangiato si chiama come quella che sta a 500 metri da casa mia, dove andiamo sempre a comprare le pizze a portar via, cioè “Solo Pizza”.

ci stiamo lasciando dopo 4 intensi giorni insieme! (in effetti, per un giapponese è rarissimo avere 4 giorni di stacco dal lavoro tutti attaccati)

notare l'aria funerea: ci stiamo lasciando dopo 4 intensi giorni insieme! (in effetti, per un giapponese è rarissimo avere 4 giorni di stacco dal lavoro tutti attaccati, per loro è stata una vera e propria vacanza: per realizzarla mio fratello e mio cognato hanno preso 1 giorno di ferie)

Per oggi questo è quanto!
Oyasumi!
Marco

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