inGiappone

settembre 30, 2008

Torno presto!

Domani, si parte per il campo scuola!

Volete sapere il programma? Cosa faranno mai i liceali giapponesi? Si limiteranno a visitare città con aria tranquilla, scherzosa e divertirsi nel clima di rilassamento generale? Giammai! Non che non fosse lecito aspettarselo, però… caspita, mi aspettavo qualcosa di meglio che un giro turistico di 5 università con orari massacranti!

Il viaggio dura due giorni, in cui visiteremo Kyoto, Osaka e Kobe, corredate dalle relative università. Come è possibile? E’ ignoto a tutti i popoli del mondo all’infuori dei giapponesi, ma io vi svelerò il segreto: gli orari! Domani, sveglia alle 3,30 ( -.-””’ ), partenza alle 4,35 (-.-‘ ) e via, verso la destinazione! Arrivo a Kyoto alle 8,35; visita della prima università; visita della seconda università, visita ad un tempio (il Suzumushi-dera) e partenza per Kobe; arrivo a Kobe alle 18; cena francese alle 19 in battello sul fiume; visita di Kobe by night; tutti in camera alle 22,30; dormire dalle 23 alle 5,15 e via verso Osaka! Ecco, il programma è questo, ed immagino che con lo straziante susseguirsi di fermate del pullman per vedere robette insignificanti (ma cosa ci vado a fare al Suzumushi-dera? Datemi il Kiyomizu piuttosto!) non ci sarà nemmeno tempo per addormentarsi.

Evvabbè, in fondo ci sono voluto andare io… vedremo un po’ se sarò abbastanza sveglio da accorgermi dei posti che visitiamo! In compenso, adotterò il trucchetto giapponese: pur in bilico nel dormiveglia, farò milioni di foto, in modo da poi potermi dire “Ohibò, ma ci sono stato davvero!”.

Oyasumi a tutti (nonostante l’orario… eh già, voglio dormire un po’ nonostante gli orari!).
Scusatemi se non rispondo ai commenti, lo farò appena torno (se sopravvivo “_”).

Marco

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i Giapponesi e l’italiano

In effetti, gli indizi c’erano tutti. Voglio dire, il fatto che le parole straniere vengano scritte in katakana, le lezioni d’inglese… insomma, non ci si poteva sbagliare. Eppure, ho colpevolmente trascurato il senso di risentimento per il modo giapponese di intendere le lingue straniere fino ad oggi. Ebbene, sono ufficialmente offeso / divertito (più divertito, in effetti, ma sapendo quanti giapponesi si sentirebbero in colpa se io mi offendessi meglio giocare virtualmente con queste povere creature xD).

Cosa è successo, di particolare? Sono stato al ristorante “in ITALIANO”! E vorrei farvi compartecipi del mio quarto d’ora di risate che, sotto gli occhi attoniti dei miei genitori (con cui in effetti alla fine mi sono dovuto scusare, ma spiegandogli il tutto si sono fatti due risate anche loro), mi sono goduto.

Cominciamo con il cartellone monumentale di benvenuto:

sutorafaruchoni (strafalcioni alla giappone) xDDD (i katakana speakers intenderanno!)

sutorafaruchoni (strafalcioni alla giappone) xDDD (i katakana speakers intenderanno!)

Leggete attentamente!!
Benvenuti Sott’olio! Insomma, veramente non è che mi senta proprio a mio agio sott’olio, ma vabbè, intanto siamo i benvenuti: buono a sapersi. Creare un mondo migliore: e perché no, già che ci siamo? Nel frattempo però questa sera facciamo alla romana [visto che questa è un’espressione idiomatica che richiede un certo livello di conoscenza della lingua, perché non hanno assoldato il traduttore per tutto il cartellone invece che per una frase??]: mi pare più che giusto, oguno per sé e Dio per tutti. * Mangia adagio e mastica bena: non vedo perché dovresti risparmiare le loro miserabili vite, del resto (e comunque, non eravamo sul plurale?). Sott’olio (ma che ci azzecca?). Sul fatto che qesto zona molto bono !!, non nutro certo dubbi! Ma ho bisogno della vostra parola per credere che siamo tatto fresco materia con tutto il cuore, frase profonda e sconvolgente il cui significato mi apre nuovi mondi… ma ricordate che cuore provare prudenza mangia!! Per concludere, le porgiamo il nostoro benvenuto. Ristorante Sott’olio. Certo, non è una torrattoria, ma si difende bene!

Con un “antipasto del genere”, quali sono le premesse su cibo e menu? Senza lasciarci scoraggiare dai miei funesti presagi, entriamo nel ristorante, dove veniamo accolti da uno splendido “Buonasera!” nonostante sia appena l’una.
Comunque, dentro, con mia grande sorpresa, ci sono, oltre alle bacchette (che recano l’amena scritta “Trattoria e bar in ITALIANO”, dal significato quantomeno dubbio), delle posate “occidentali”, nel senso che la forchetta ha tre punte ed il bordo sagomato.

Trattoria e bar in ITALIANO

Trattoria e bar in ITALIANO

E la mitica forchetta a tre punte:

eccola!

eccola!

Dal menu, invece, una dedica a Baka Gaijin in Japan: questo è quasi pari al ciappuccino! (tra l’altro, c’è un errore anche nel katakana, visto che in genere si scrive con la doppia P!).

il Frapputtino!

eccolo, il capolavoro, nella colonna centrale: il Frapputtino!

Frapputtino: cosa sarà mai, questo malevolo incrocio fra un prete ed un putto? A scanso di equivoci, ho evitato di ordinarlo!
Per finire, eccomi che mangio la mia pizza.

pizza! (accettabile)

pizza! (accettabile)

Vi dirò, alla fine non faceva schifo quanto mi aspettassi: anzi, la mozzarella di bufala che sa di mozzarella è stata una gradita sorpresa! Peccato per il ragù di mia madre che sapeva di formaggio scaduto, mentre la pasta che ha preso mio padre era semplicemente sugo al pomodoro, niente sorprese.

Ebbene, questo era il bollettino di guerra di oggi!!

Marco

PS * sì lo so che i dizionari dicono che fare alla romana voglia dire che tutti pagano in parti uguali, ma per me vuol dire pagare ognuno per sé!)

settembre 29, 2008

Matsumoto-jo (2)

Quest’oggi posto solo un’altra foto del castello… purtroppo sono sommerso dalle cose da fare: dopodomani parto per il campo scuola e devo avvantaggiarmi lo studio per il JPLT (ho una tabella di marcia rigorosa, non posso mica sgarrare con un’insegnante giapponese!), in più sono anche sommerso di foto (la mia è – come accade spesso in Giappone! – una famiglia di fotografi mancati: in un giorno al castello di Matsumoto abbiamo accumulato 500 fotografie con 3 macchine diverse, tra cui una reflex semiprofessionale!!). Comunque, uno dei lati positivi è che, su 500, statisticamente ce n’è qualcuna bella, ed infatti sono soddisfatto dei risultati!

Questa è la veduta dalla parte del Taiko-mon (cancello del tamburo), che secondo me è quella più scenica:

Ancora me e la mia famiglia al Matsumoto-jo

Ancora me e la mia famiglia al Matsumoto-jo

Queste sono invece le scalinate interne, di un ripido più unico che raro e costruite secondo criteri di difesa dall’invasore, e per piedini giapponesi (il mio 43 e un terzo esce fuori dai gradini!): con ben 61° di inclinazione, sono… ripide!

notare che queste scale ripide, un tempo (ma ancora oggi qualche impavida signora che lo fa c'è) venivano utilizzate indossando il kimono, che limita moltissimo i movimenti delle gambe!

le scale che connettono il 4° piano al 5°, che è segreto ed invisibile dall'esterno: è stato creato per confondere un eventuale assalitore.

Si nota che sono ripide? Comunque, un tempo venivano percorse regolarmente (ma qualche attempata signora che tenti l’impresa si può tuttora ammirare) da persone in kimono, che limita moltissimo la libertà di movimento delle gambe. Contenti loro…!

Qui un dettaglio del tetto, con tanto di uccellini e pesce decorativo (sarà un “koi”? Sinceramente penso di sì, ma non sono abbastanza sicuro da dirvelo!), gentilmente offerto dall’obiettivo della reflex con zoom 18x (!) di mio fratello maggiore:

dettaglio del tetto

dettaglio del tetto

Per finire, questa foto: guardandolo da questa prospettiva, si intuisce più facilmente perché sia soprannominato “Il castello del corvo”. In effetti, questa angolatura mi ispira un certo qual senso di incombenza, il che, abbinato al colore nero, all’andatura “svolazzante” dei tetti ed ai due pesci ornamentali che sono in cima e disegnano quelle specie di “corna” che si vedono, giustifica il soprannome.

non sembra anche a voi corvino?

non sembra anche a voi corvino?

Che ve ne pare?
Io vorrei vedere il castello di Himeji (otoosan onegaishimasu!) per poter fare un paragone, ma mi è parso molto bello.

Marco

settembre 28, 2008

Matsumoto・松本

Avevo promesso di fare il prossimo post sugli insegnanti giapponesi, ma oggi la mia famiglia mi ha fatto una sorpresa: mi hanno portato al castello di Matsumoto!!

Me e la mia famiglia al castello di Matsumoto!

Me e la mia famiglia al castello di Matsumoto!

Per oggi, posto solo una foto, magari qualche altra la posto domani… il castello merita davvero! (^_^)

Oyasumi a tutti!!!

Marco

illuminazioni spirituali

Qualcuno dica al software automatico di Gmail che stavolta ha preso un granchio…

c'è bisogno

caspita che affare! corro a comprarlo! xD

settembre 27, 2008

alieno (2)

Indovinate dove sono seduto…

(mappa dei posti della mia classe)

(mappa dei posti della mia classe)

Insomma, lo so che è una piccolezza, ma tutto fa brodo!
Perché non dovrebbero scrivere prima il cognome e poi il nome anche a me? Il cognome, che in Giappone è la parte più importante, non me l’hanno nemmeno scritto, e si sono limitati a scrivermi – dopo che il tutto è stato stampato e dando dunque una sensazione sgradevole di posticcio – “Maruko Marco” in katakana ed in romaji. Che sensazione ricavo da tutto questo? Che: 1) non merito (ancora? Chissà) di avere il mio cognome scritto; 2) nonostante la mappa sia recente, non mi hanno inserito sin dall’inizio nel computer ma mi hanno aggiunto in seguito: perché? Io lo interpreto come un sottile modo per dirmi che sono piombato nella loro perfetta uguaglianza a turbare il tutto, ma è probabilmente un’interpretazione abbastanza faziosa); 3) noto con piacere che finalmente mi è stato assegnato un posto da gaijin: il più lontano possibile dall’insegnante, ma non l’ultimo: così, quando consegnano le fotocopie (e ne consegnano TANTE), se il primo della fila sbaglia a contare il numero di fogli non devo alzarmi per andare consegnare le copie in eccesso [quest’interpretazione me l’ha suggerita Yoshi, la mia ragazza, che ringrazio non solo per sopportarmi pazientemente ma anche per essere stata un’ottima guida del Giappone mentre ero ancora in Italia]: insomma, lontano sì ma di una lontananza politically correct.

In conclusione: dovrei offendermi per questa manifestazione prorompente della mentalità discriminatoria giapponese, che emerge dalle piccolezze che rivelano scenari che magari non ti aspetteresti? (non che effettivamente io non sia prevenuto su questo tipo di cose, però fa effetto vederle con i propri occhi!) Oppure, dovrei smetterla con le seghe mentali?

Probabilmente, un misto delle due.

settembre 26, 2008

Scuola in Giappone (2): insegnanti

Mi piacerebbe parlare un po’ dei contenuti “umani” della scuola in Giappone, ho rimandato a lungo questo post perche’ so che richiedera’ diverso tempo, e probabilmente pubblichero’ il post in due puntate.

Stavo riflettendo che degli edifici decenti sono diffusi un po’ovunque nei paesi del primo mondo <il che ovviamente non include l’Italia> e che in effetti la cosa che piu’ colpisce in assoluto non sono gli edifici ma le persone che li abitano. Per ora, qualche nota sugli insegnanti, motore della poderosa macchina che e’ la scuola giapponese.

La mia classe! (notare che sono le 5 e mezza e che sono ancora praticamente tutti a scuola, nonostante le lezioni siano finite da un'ora e mezza)

La mia classe! (notare dalle borse ancora appese ai banchi che sono le 5 e mezza e che sono ancora praticamente tutti a scuola, nonostante le lezioni siano finite da un'ora e mezza; notare anche che hanno QUATTRO cancellini che non fanno sporcare le mani solo sulla lavagna principale, più tre in quella secondaria, che non è presente nella foto; notare anche i banchi, vetusti ma integerrimi, il cartellone che invita a "Sognare, credere e sopravvivere", lo stile "fashion" del tubo per aria condionata e stufa, la bibliotechetta sulla sinistra, lo schermo per le proiezioni e due delle quattro bacheche)

Gli insegnanti giapponesi non hanno un orario di lavoro: o meglio, probabilmente ce l’hanno, ma non lo rispettano, nel senso che si possono ammirare al lavoro a tutte le ore. Non importa che siano le 7 di mattina oppure le 8 di sera, che vi aggiriate per la scuola brancolando nel buio alla ricerca del vostro portafogli (ehm…) oppure che abbiate messo la sveglia un’ora prima per vedere se c’era gia’ qualcuno (e questa merita un approfondimento… nel prossimo post), oppure se sia sabato, quando la scuola e chiusa, e voi passate soltanto davanti all’edificio: qualcuno è sempre lì, a correggere compiti in classe, oppure quaderni o “quadernini di ripasso” (i cosiddetti 予習ノート ”yoshuu nooto”, che in pratica sono libri di esercizi che gli insegnanti correggono periodicamente), a preparare le lezioni o a ripassare gli ideogrammi (già, anche i sensei devono ripassare periodicamente, soprattutto quelli di “storia del mondo” e letteratura giapponese antica), oppure a fare attività oscure che a noi esseri umani resteranno per sempre sconosciute. In ogni caso, sembra che la loro vita si identifichi con la scuola ad un buon livello: anche quando non sono a scuola, partecipano a riunioni, feste, festicciole, spettacoli di tamburo giapponese, raccolte di beneficenza, nelle quali saranno invariabilmente presenti anche alunni ed insegnanti: sono sempre così immersi nella vita scolastica e parascolastica che mi viene da chiedermi se ne abbiano una loro, il che mette di fronte a retroscena quantomeno tristi, quando non addirittura inquietanti.

L’impegno che profondono nella scuola è a dir poco stupefacente: ogni lezione è preparata con la massima cura, corredata da fotocopie (un mare di fotocopie, tanto che ho dovuto comprare degli organizer per non perdermele tutte ogni volta) che riassumono gli argomenti trattati, tabelle di marcia, test fai-da-te et similia, il tutto corredato da frasi del tipo “tieni duro” oppure “ogni errore è un altro passo verso la perfezione” o ancora “ogni giorno ci dona i suoi regali”, il che è davvero giapponese. (^_^) Ciò che comunque mi ha lasciato letteralmente di stucco è il fatto che ogni insegnante sappia vita morte e miracoli dei suoi alunni, dei professori della scuola e di quelli di metà del circondario (l’altra metà del circondario li conoscono solo di vista). Tanto per fare un esempio: iscrivendomi al 2° livello dell’esame di giapponese, la mia città mi ha “concesso” un’insegnante gratuita, con cui ho lezione due ore a settimana il giovedì. Ebbene, nonostante io non abbia detto nulla di tutto ciò al mio professore di riferimento – che è di inglese, e che si occupa del mio inserimento a scuola (ancora, molto giapponese: lo vedo tutte le mattine e mi fa una panoramica degli impegni della giornata, della settimana, obiettivi a lungo termine, scadenze eccetera…) – il giovedì pomeriggio, mentre ero ancora a scuola, si avvicina e mi dice: “Per oggi forse con le pulizie può bastare, non hai lezione di giapponese? Rischi di fare tardi”. Al che io, guardandolo come se fosse un’agenda parlante, sono rimasto di stucco, e mi sono che, probabilmente, è vero che per uno straniero, in Giappone, non esiste mossa che non lasci traccia. In conclusione, mi sento osservato!
La cosa che mi consola è che non sono io il solo: le attività di tutti sono a conoscenza degli insegnanti. Se Tizio è iscritto ad un club, se Caio va alla maratona di beneficenza, se l’altroieri Tizia è stata al “tii paatii” (per i non-katakana-speakers, tea party) organizzato dall’orfanatrofio per bambini sordi oppure alla raccolta straordinaria di rifiuti ingombranti, è sicuro che un professore sappia vita morte e miracoli degli organizzatori e che, anzi, abbia fatto proprio lui sì che l’alunno partecipasse, il che richiederà in seguito, da parte degli alunni, noiosi (per non dire di peggio) resoconti scritti in giapponese formale, oppure sinceri ringraziamenti.
Ecco, se non si fosse ancora capito, lo esplicito ancora di più: la scuola giapponese è invischiante. Non c’è modo per un alunno di tirarsi fuore dalle sue tentacolari protuberanze: prima o poi, per un incauto “interessante” oppure “ci sto riflettendo”, resterà sicuramente intrappolato in qualche iniziativa del tipo “caccia al tesoro su trama Detective Conan” oppure “aiutiamo la natura (ovvero: raccogliete rifiuti, se riuscite a trovarli…)”.

Domani, le differenze che ho notato nel rapporto tra studenti ed insegnanti.
Oyasumi!
Marco

settembre 24, 2008

anche i giapponesi, nel loro piccolo… (updated)

Vandalizzano.

vandalismo alla giapponese -.-'

vandalismo alla giapponese -.-' (tutte queste foto sono state scattate all'interno di 5 aule diverse della mia scuola, visto che in classe mia sono riuscito a reperire solo le prime due...

C’è forse bisogno di commentare questi scandalosi abissi di degrado che vengono raggiunti nelle scuole giapponesi? E’ assurdo come tutti pensino che il Giappone sia un paese pulito e pieno di gente educata, mentre in realtà gli studenti del giorno d’oggi non mostrano alcun rispetto per le cose.

E che diamine, si facessero un giro nelle scuole Italiane (con la “I” maiuscola, sia chiaro!) ad imparare cosa sono rispetto, pulizia, ordine e disciplina!

(sì, siamo il terzo mondo)

UPDATE: visto che mi è stato richiesto, tradurrò questi osceni turpiloqui, per svelare gli abissi di depravazione che si celano dietro questi oscuri caratteri.

(i riquadri sono numerati in stile
1  2  3
4  5  6
7  8  9  sì lo so che è un metodo rude ma fin qui si spingono le mie capacità!)

1: adesivo incollato sopra una matita a mine della Pilot, modello LM250;
2: “Kubotino, buona fortuna!” (“Kubota gori kichi”, dove “Kubota” è il cognome di un mio compagno di classe, “gori” è un soprannome comune e “kichi” è lo stesso “kichi” di “Tsurikichi Sampei”, ovvero “Sampei dalla pesca fortunata”, in Italia tradotto semplicemente come “Sampei” o “Sanpei”, che dir si voglia).
3: un cuore. Quale oscuro segno massonico si nasconderà dietro questa apparentemente innocua forma?
4: la “P” dei “Pineapple heads” (teste di ananas… il bello è che il nome se lo sono scelto loro!), la band della scuola.
5: un cagnolino (a sinistra) ed una rivisitazione in chiave manieristico-post-moderna di “Pichon-kun”, la mascotte pubblicitaria della Daikin (“che afaaaa che afaa che fa! Daaaaikin la soluzione ha” xD)
6: “Tarō”, ovvero un nome”
7 e 8: questi ideogrammi sono troppo difficili, non li riesco a capire! xDDD
9: “Qui, Koryuu Kana ha fatto un esame il primo luglio, Giovedì”

Adesso, sarebbe simpatico fare un paragone con le nostrane scritte… ovvero: qui si temono gli esami e si tiene a “far notare la propria presenza” in un modo che – almeno a me – sembra quasi tenero, con scrittine “kawaii” (vedi la 5) oppure con date di esami. Posso ricordare ancora parte delle scritte che affollavano la mia vecchia aula: insulti a professori, croci celtiche, insulti a compagni, turpiloqui vari, buchi nel muro con cartacce di pizza che riempiono l’intercapedine… insomma, non c’è niente da fare, i giapponesi hanno stile anche quando vandalizzano.

settembre 23, 2008

I Giapponesi e la varietà 2

Eh eh, visto il clamoroso successo (??) riscosso dal precedente post sulla varietà nei supermercati giapponesi, quest’oggi posterò il sommo capolavoro raggiunto da anni ed anni di marketing planners tesi a spremere ogni varietà di gusto che sia possibile infilare dentro una gomma da masticare.

Il risultato è…

chi si offre per provare le gomme da masticare al rosmarino?

chi si offre per provare le gomme da masticare piccanti al rosmarino?

121 tipi di gomme da masticare – nello stesso supermercato delle patatine dell’altra volta!
Sarebbe interessante provarle tutte… io intanto ho preso quelle di Doraemon perché non potevo astenermi! (^_^)

-)

suvvia... non è adorabile?? 🙂

Ecco, l’unica cosa che mi dispiace è che nella foto Doraemon non abbia il suo “takecoputaa” (l’elicotterino… come si chiama in Italiano??), ma pazienza, (forse) esistono dolori peggiori nella vita! xD

Un saluto dal Giappone,
Marco

settembre 21, 2008

Wasshoi!

Ieri sera ho centrato uno degli obbiettivi che mi ero prefissato prima di venire qui in Giappone: una di quelle esperienze che volevo fare, perché tornare in Italia senza averle fatte sarebbe stato un “peccato” nel senso giapponese del termine con cui viene tradotto, “zannen” (残念), ovvero un “desiderio rimasto”.

Penso che gli amanti del Giappone conoscano cosa sia un “omikoshi”, ma per tutti gli altri farò una breve spiegazione.

un omikoshi (sì, lo so che quello di wikipedia è più bello, ma il mio orgoglio di fotografo mi impedisce di fare altrimenti!)

un omikoshi (sì, lo so che quello di wikipedia è più bello, ma il mio orgoglio di fotografo mi impedisce di fare altrimenti!)

Una volta tanto, sarò davvero succinto: un omikoshi è un tempietto portatile, issato su delle assi di legno (in genere 4, prosecuzione ideale dei lati del tempio, ma anche 6 oppure 8 nei tempietti più grandi) che si appoggiano sulle spalle di un numero di persone che varia a seconda del suo peso. L’omikoshi (che in realtà si chiama mikoshi, ma il suffisso onorifico, come avviene per molti oggetti di culto, è praticamente obbligatorio) viene dunque portato in processione lungo un percorso le cui logiche sfuggono ai più, in quanto include deviazioni, giri in tondo, camminamenti avanti e indietro per lo stesso (lungo) tratto di via… insomma, le linee rette sembrano essere vietate, per la gioia di chi deve portare il tutto. Ogni tot di tempo, seguendo le indicazioni di un esperto che, brandendo un kami no kami (non ho ancora capito se sia il nome ufficiale, tra l’altro), fa strada e dà indicazioni, si solleva il tempietto verso l’alto e lo si fa ondeggiare vistosamente, ed infine lo si lancia in alto e lo si riprende.
Durante il tutto si scandisce (anzi, si urla proprio), accompagnati dai “taiko” (tamburi giapponesi), un grido di incoraggiamento, che dice “wasshoi”, il cui significato apparentemente è talmente poliedrico e sfuggente da mandare in crisi la mia host famiglia: dopo ore di trattative e precisazioni, ho capito che è un misto tra “tieni duro” ed “oh issa”, anche se sull’etimologia mi piacerebbe sapere qualcosa di più.

Okaasan ed io

Okaasan ed io (notare il costume della festa!!!)

Il target della processione è un tempio shintoista, generalmente quello di quartiere: gli omikoshi sono infatti un fenomeno territorialmente circoscritto, nel senso che ogni quartiere della città ha le sue diverse squadre (quelle del mio quartiere sono 16), che sfilano tutte insieme nello stesso giorno, che è generalmente un sabato o una domenica. Il weekend seguente, sfileranno omikoshi di un altro quartiere e così via, finché non siano finiti tutti: ogni quartiere ha il suo santuario shintoista (o anche più di uno), ed è quest’ultimo che organizza le processioni e le importantissime vivande.
Già, perché non solo prima di portare l’omikoshi viene offerta la cena, ma durante la processione si fanno brevi pause con l’unico e deliberato scopo di bere saké, vero motore della serata, con l’effetto che, se tutti effettivamente bevessero ogni volta, stramazzerebbero al suolo completamente ciucchi. Per fortuna, i coscienziosi giapponesi, almeno nel mio caso, hanno evitato al gaijin l’imbarazzante spettacolo, e siamo riusciti sani e salvi a farci dare la benedizione al tempio.

ecco il retro del mio happi, notare la scritta: dice "Horibata", ovvero "sulla riva del fossato". Questo perché anticamente, prima che ci venisse bruciato insieme a metà della città, ad Iida c'era un castello, ed il quartiere "Horibata" era attaccato al castello, cioè sulla riva del fossato.

L’aria che si respira durante la processione è molto diversa da quella delle processioni nostrane, cupe, tristi e mortificate nel dolore per il peccato… quello che l’altra volta avevo descritto vedendo dall’esterno, stavolta l’ho vissuto dall’interno, nello “staff”, e devo dire che l’impressione di festosità è sicuramente confermata. Anzi, oserei dire che, nonostante io sia ateo, sono stato inebriato dall’atmosfera “spirituale” della processione: la gestualità del prete shintoista, i suoi strumenti del mestiere, il raccolto giardino del tempio e la sua architettura, le grida di incoraggiamento, la fatica, il saké, l’incenso… è tutto molto simpatico, superstizione e spiritualità sono però completamente fuse.


([Sottitoli manuali: “Horibata…” “Wasshoi”] nel video, se mi riuscite ad intravedere in quei 3 secondi, sono l’unico furbone che guarda la fotocamera… se vi consola, cliccando sopra il video potrete vedere la versione in alta risoluzione, nella quale è possibile ammirarmi in tutto il mio splendore! xD)

Bene, fin qui tutti i lati positivi… ma potrebbe mai un tempio, pur portatile, nel quale vivono gli dei essere leggero? Ovviamente no! Questi simpatici omikoshi, infatti, hanno un peso specifico che si avvicina a quello del piombo, ed hanno la caratteristica di non essere cavi all’interno, ma pieni. Tra l’altro, sono anche illuminati, e le luci vogliono corrente, la quale vuole batterie, che, guarda caso, sono al piombo… se poi non dovesse bastare, e non basta, ci pensano delle avvenenti ragazze che, per la gioia del pubblico maschile che, spesso e volentieri, alza lo sguardo (…), prima in coppia e poi in 4 salgono accanto al tempio e si muovono, aggiungendo pathos e peso al tutto. Bene, se poi non dovesse essere abbastanza, aggiungete il fatto che le assi di legno NON sono anatomiche e che, sì, potreste mettere tra la vostra dolente spalla e l’asse un asciugamanino che attutisca il tutto, ma ne va della vostra virilità.

In più:  1) in salita il tempietto pesa da morire ma devi comunque salire, ed il peso si distribuisce in maniera diseguale; 2) in discesa il tempietto pesa da morire ma devi fare attenzione perché sei in discesa, e se scivoli finisci ciancicato dalla folla; 3) in pianura il tempietto pesa da morire e devi fare attenzione a non pestare i piedi di quello che ti sta davanti, il che può sembrare facile, ma considerato che è a trenta centimetri di distanza non lo è così tanto; 4) quando lo si agita in alto scuotendolo o lo si fa volare, il tempietto attorniato dalle gentil donzelle pesa da morire, e quando ricade gentilmente sulle mani che lo hanno alzato e poi sulla spalla, già dolorante, distrugge tutto ciò che trova; 5) il fatto che di tanto in tanto facciate riposare la spalla sorreggendo il tempietto – che, sia detto, pesa da morire – con le braccia farà sì che, in men che non si dica, le vostre due braccia saranno dolenti quasi quanto la spalla, dunque la decisione di “riposarsi” un po’diventa una specie di guerra tra poveri fra spalla e braccia; 6) sulle scale per arrivare al tempio, il tempietto pesa da morire e ci sono gli scalini, che sono ovviamente minuscoli e scivolosissimi; 7) dopo un’ora che urlate “Wasshoi”, nonostante ormai la bocca vada da sola e non ci sia più bisogno di ricordarsi di dirlo ogni volta, la voce inizierà lentamente ad andare via, per sparire definitivamente all’arrivo, due ore dopo i primi segni di cedimento. Ovviamente, ciò accade solo a VOI, mentre tutti gli altri continuano ad urlare allegramente.

Ora che ho dato sfogo alla mia vena polemica, posso serenamente ammettere che la fatica è un ingrediente del tutto! Insomma, alla fine, nonostante una spalla dolorante, ogni muscolo delle gambe che mi duole per colpa della camminata sbilenca e le braccia indolenzite, posso dire che ne è valsa la pena!

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