inGiappone

dicembre 25, 2008

Merii Kurisumasu!

Quest’oggi, stremato da una lunga giornata di impegni (…), mi terrò sul sintetico e vi augurerò buon Natale alla giapponese:

Merii kurisumasu! (= Merry Christmas)

Se invece foste compagni di classe… un più informale “Merikuri”!

Se, ancora, voleste creare un esotico miscuglio dai dubbi risultati, potreste augurare un “Kurisumasu omedetou”, o, in casi di formalità estrema, “Kurisumasu omedetou gozaimasu”

Insomma, il succo è: buon Natale a tutti!
(^_^)

Marco

P.S. Chi di voi è mai andato a scuola il giorno di Natale? Lo vedete che il Giappone è un paese davvero unico…!

dicembre 22, 2008

Cibi strani (2): pescecane

Per la raccolta cibi strani, che si sono spesso rivelati piacevoli scoperte, oggi parlo del pescecane alla griglia. Effettivamente, vedermelo in tavola mi ha un po’stupito, anche perché… insomma, con tutti i discorsi sentiti sul “brodo di pinne di squalo” e l’estinzione degli stessi, mi sono sentito un colpevole uccisore di animale raro.

"Yaki same"

"Yaki same"

Del resto, se lo avessi lasciato mangiare tutto alla mia host family non sarebbe cambiato molto: ho quindi colto l’occasione per addentare il prelibato animale, ed, in effetti…

ecco come si presenta...

ecco come si presenta...

Non mi ha deluso!

(per chi si fosse le puntate precedenti… sono qui e qui!)

dicembre 20, 2008

La scopa del rispetto (2): pulizie

Visti sia l’interesse (?) suscitato dal post precedente sia la mia benevola munificenza (?) sia, più che altro, lo spaventato commento di Saya, approfondirò l’argomento “pulizie”.

Innanzitutto, è sbagliato dire che le pulizie siano una grande faticata: immaginate se, al posto dei tre sottopagati bidelli della multiservizi, a pulire ci fossero tutti gli allievi del liceo (che, nel mio caso, sono circa 2100 persone). Ammettendo pure che ci siano un 20% di demotivati (il che è pessimistico, considerate le sanzioni per chi salta le pulizie senza preavviso), restano 1680 persone, che è pur sempre una bella somma. E’ come se, per fare le pulizie di casa, foste in 20 persone: mi sembra evidente che, alla fine, ciascuno fa poco o niente: un colpetto di scopa, una scrivania spostata, una sedia rimessa al suo posto e, senza fare troppo i pignoli, si finisce in fretta. Lo stesso vale per la scuola, dove il tempo delle pulizie è di circa 15 minuti, che si rispettano con facilità.

qualche foglio caduto durante lo spostamento dei banchi, polvere e niente più!

il bottino delle pulizie di classe: qualche foglio caduto durante lo spostamento dei banchi, polvere e niente più! se c'è un luogo comune vero sui giapponesi è che sono civilissimi!

Per quanto riguarda le pulizie della classe, come è lecito aspettarsi, essendo le più importanti, c’è un protocollo abbastanza rigido da seguire (il gruppo pulizia classe è di 12 persone): per prima cosa si spostano tutti i banchi in fondo (ciascuno il proprio, mettendo le sedie a gambe all’aria sopra il banco), poi si sposta tutta la polvere e le cartacce accumulate in 8 ore di scuola verso il fondo, facendola scorrere negli spazi liberi tra le file di banchi, poi 4 persone rimettono i banchi a posto (senza rimettere a posto le sedie, questo spetta all’occupante del banco), uno rimette a posto le scope nell’armadietto apposito (che compito difficile!), due raccolgono la polvere accumulata e cinque svuotano i cinque cestini della raccolta differenziata.

Lavorare di meno, lavorare tutti!

La scopa del rispetto

In Giappone, i bidelli non esistono: sono sempre gli alunni a pulire la scuola, e lo fanno in un modo che mi ricorda molto il celebre indovinello della Sfinge. Alle scuole elementari, infatti, i bimbi puliscono in ginocchio, passando stracci sul pavimento (in effetti, non so se sia così universalmente, ma fuziona così alla scuola del mio “host-cugino”); alle medie, sempre in ginocchio, ma con una scopetta; al liceo, invece, rivoluzione: si passa ad una vera e propria scopa. Senonché, non è una vera e propria scopa, ma – e ci mancherebbe altro: non solo hai l’onore di spazzare per terra ma poi vuoi anche stare dritto con la schiena? – una scopetta col manico monco, che ti costringe a chinarti per pulire… in questo senso:

[non me la carica… vabbè, immaginatemi curvo su una scopa (quasi) senza manico!]

Notare che io non sono particolarmente alto (hehe, come suonano bene le parafrasi alla giapponese!)…

Anche all’interno del “democratico” liceo, comunque, si osserva un ordine: i senpai, cioè i san-nen-sei (quelli che sono in terzo liceo, ovvero l’ultimo anno) puliscono le proprie aule (il che include svuotare i 5 cestini della raccolta differenziata) ed i corridoi davanti alle classi; i ni-nen-sei (ovvero i secondini, tra cui sono anche io) puliscono le proprie aule ed i corridoi antistanti, le aule dei professori, le scalinate interne ed i corridoi di connessione tra le parti della scuola; gli ichi-nen-sei (i primini) puliscono, oltre alle proprie aule e all’uscio della scuola, le aule comuni (tipo: biblioteca, aula di arte, aula computer, aula di scrittura, aula di commemorazione del centenario scolastico; e ce ne sono a non finire) e i bagni.

Un po’gerarchizzato, non vi pare?

settembre 21, 2008

Wasshoi!

Ieri sera ho centrato uno degli obbiettivi che mi ero prefissato prima di venire qui in Giappone: una di quelle esperienze che volevo fare, perché tornare in Italia senza averle fatte sarebbe stato un “peccato” nel senso giapponese del termine con cui viene tradotto, “zannen” (残念), ovvero un “desiderio rimasto”.

Penso che gli amanti del Giappone conoscano cosa sia un “omikoshi”, ma per tutti gli altri farò una breve spiegazione.

un omikoshi (sì, lo so che quello di wikipedia è più bello, ma il mio orgoglio di fotografo mi impedisce di fare altrimenti!)

un omikoshi (sì, lo so che quello di wikipedia è più bello, ma il mio orgoglio di fotografo mi impedisce di fare altrimenti!)

Una volta tanto, sarò davvero succinto: un omikoshi è un tempietto portatile, issato su delle assi di legno (in genere 4, prosecuzione ideale dei lati del tempio, ma anche 6 oppure 8 nei tempietti più grandi) che si appoggiano sulle spalle di un numero di persone che varia a seconda del suo peso. L’omikoshi (che in realtà si chiama mikoshi, ma il suffisso onorifico, come avviene per molti oggetti di culto, è praticamente obbligatorio) viene dunque portato in processione lungo un percorso le cui logiche sfuggono ai più, in quanto include deviazioni, giri in tondo, camminamenti avanti e indietro per lo stesso (lungo) tratto di via… insomma, le linee rette sembrano essere vietate, per la gioia di chi deve portare il tutto. Ogni tot di tempo, seguendo le indicazioni di un esperto che, brandendo un kami no kami (non ho ancora capito se sia il nome ufficiale, tra l’altro), fa strada e dà indicazioni, si solleva il tempietto verso l’alto e lo si fa ondeggiare vistosamente, ed infine lo si lancia in alto e lo si riprende.
Durante il tutto si scandisce (anzi, si urla proprio), accompagnati dai “taiko” (tamburi giapponesi), un grido di incoraggiamento, che dice “wasshoi”, il cui significato apparentemente è talmente poliedrico e sfuggente da mandare in crisi la mia host famiglia: dopo ore di trattative e precisazioni, ho capito che è un misto tra “tieni duro” ed “oh issa”, anche se sull’etimologia mi piacerebbe sapere qualcosa di più.

Okaasan ed io

Okaasan ed io (notare il costume della festa!!!)

Il target della processione è un tempio shintoista, generalmente quello di quartiere: gli omikoshi sono infatti un fenomeno territorialmente circoscritto, nel senso che ogni quartiere della città ha le sue diverse squadre (quelle del mio quartiere sono 16), che sfilano tutte insieme nello stesso giorno, che è generalmente un sabato o una domenica. Il weekend seguente, sfileranno omikoshi di un altro quartiere e così via, finché non siano finiti tutti: ogni quartiere ha il suo santuario shintoista (o anche più di uno), ed è quest’ultimo che organizza le processioni e le importantissime vivande.
Già, perché non solo prima di portare l’omikoshi viene offerta la cena, ma durante la processione si fanno brevi pause con l’unico e deliberato scopo di bere saké, vero motore della serata, con l’effetto che, se tutti effettivamente bevessero ogni volta, stramazzerebbero al suolo completamente ciucchi. Per fortuna, i coscienziosi giapponesi, almeno nel mio caso, hanno evitato al gaijin l’imbarazzante spettacolo, e siamo riusciti sani e salvi a farci dare la benedizione al tempio.

ecco il retro del mio happi, notare la scritta: dice "Horibata", ovvero "sulla riva del fossato". Questo perché anticamente, prima che ci venisse bruciato insieme a metà della città, ad Iida c'era un castello, ed il quartiere "Horibata" era attaccato al castello, cioè sulla riva del fossato.

L’aria che si respira durante la processione è molto diversa da quella delle processioni nostrane, cupe, tristi e mortificate nel dolore per il peccato… quello che l’altra volta avevo descritto vedendo dall’esterno, stavolta l’ho vissuto dall’interno, nello “staff”, e devo dire che l’impressione di festosità è sicuramente confermata. Anzi, oserei dire che, nonostante io sia ateo, sono stato inebriato dall’atmosfera “spirituale” della processione: la gestualità del prete shintoista, i suoi strumenti del mestiere, il raccolto giardino del tempio e la sua architettura, le grida di incoraggiamento, la fatica, il saké, l’incenso… è tutto molto simpatico, superstizione e spiritualità sono però completamente fuse.


([Sottitoli manuali: “Horibata…” “Wasshoi”] nel video, se mi riuscite ad intravedere in quei 3 secondi, sono l’unico furbone che guarda la fotocamera… se vi consola, cliccando sopra il video potrete vedere la versione in alta risoluzione, nella quale è possibile ammirarmi in tutto il mio splendore! xD)

Bene, fin qui tutti i lati positivi… ma potrebbe mai un tempio, pur portatile, nel quale vivono gli dei essere leggero? Ovviamente no! Questi simpatici omikoshi, infatti, hanno un peso specifico che si avvicina a quello del piombo, ed hanno la caratteristica di non essere cavi all’interno, ma pieni. Tra l’altro, sono anche illuminati, e le luci vogliono corrente, la quale vuole batterie, che, guarda caso, sono al piombo… se poi non dovesse bastare, e non basta, ci pensano delle avvenenti ragazze che, per la gioia del pubblico maschile che, spesso e volentieri, alza lo sguardo (…), prima in coppia e poi in 4 salgono accanto al tempio e si muovono, aggiungendo pathos e peso al tutto. Bene, se poi non dovesse essere abbastanza, aggiungete il fatto che le assi di legno NON sono anatomiche e che, sì, potreste mettere tra la vostra dolente spalla e l’asse un asciugamanino che attutisca il tutto, ma ne va della vostra virilità.

In più:  1) in salita il tempietto pesa da morire ma devi comunque salire, ed il peso si distribuisce in maniera diseguale; 2) in discesa il tempietto pesa da morire ma devi fare attenzione perché sei in discesa, e se scivoli finisci ciancicato dalla folla; 3) in pianura il tempietto pesa da morire e devi fare attenzione a non pestare i piedi di quello che ti sta davanti, il che può sembrare facile, ma considerato che è a trenta centimetri di distanza non lo è così tanto; 4) quando lo si agita in alto scuotendolo o lo si fa volare, il tempietto attorniato dalle gentil donzelle pesa da morire, e quando ricade gentilmente sulle mani che lo hanno alzato e poi sulla spalla, già dolorante, distrugge tutto ciò che trova; 5) il fatto che di tanto in tanto facciate riposare la spalla sorreggendo il tempietto – che, sia detto, pesa da morire – con le braccia farà sì che, in men che non si dica, le vostre due braccia saranno dolenti quasi quanto la spalla, dunque la decisione di “riposarsi” un po’diventa una specie di guerra tra poveri fra spalla e braccia; 6) sulle scale per arrivare al tempio, il tempietto pesa da morire e ci sono gli scalini, che sono ovviamente minuscoli e scivolosissimi; 7) dopo un’ora che urlate “Wasshoi”, nonostante ormai la bocca vada da sola e non ci sia più bisogno di ricordarsi di dirlo ogni volta, la voce inizierà lentamente ad andare via, per sparire definitivamente all’arrivo, due ore dopo i primi segni di cedimento. Ovviamente, ciò accade solo a VOI, mentre tutti gli altri continuano ad urlare allegramente.

Ora che ho dato sfogo alla mia vena polemica, posso serenamente ammettere che la fatica è un ingrediente del tutto! Insomma, alla fine, nonostante una spalla dolorante, ogni muscolo delle gambe che mi duole per colpa della camminata sbilenca e le braccia indolenzite, posso dire che ne è valsa la pena!

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