inGiappone

novembre 28, 2008

学校宣戦!日本対伊太利亜、第二部!

(Gaokkou sensen! Nihon tai Itaria, dai ni bu!)

Come diceva giustamente Cinciamogia, l’altroieri ho un po’sparato sulla Croce Rossa, in quanto si sa che, di scuole peggiori di quelle italiane, probabilmente non ce ne sono nemmeno in Gabon – magari, lì, nella città media, le scuole non ci sono proprio, ma, non essendoci, non possono essere dichiarate non a norma, e dunque, per gli sfortunati possessori di una coscienza burocratica, non ci sono problemi.

Comunque, dicevo: quest’oggi vorrei parlare del tema dell’insegnamento, che mi pare essere di importanza vitale nel comprendere il Giappone moderno. Ora, con un’introduzione del genere potreste aspettarvi un post altrettanto decente, ma la verità è che, non avendo né l’acume né le capacità espressive necessarie, dirò poche cose e a modo mio.

Dopo aver passato esattamente tre mesi nel ridente “Fuetsuu Koukou”, mi è chiaro lo scopo finale della scuola giapponese: passare l’esame di ammissione dell’università. Bella scoperta, direte voi: lo sanno tutti che nei licei giapponesi non si fa altro. Quello che stupisce, però, è il come, non tanto il perché: in fondo, anche in Italia ormai con le facoltà a numero chiuso bisogna passare un esame simile – anche se ovviamente è ben lontano dalla difficoltà e dal livello di pathos che si raggiunge per il corrispettivo giapponese.
Per passare quest’esame, gli studenti devono banalmente immagazzinare informazioni: una quantità immensa di informazioni, che devono necessariamente essere esatte al millimetro, come fossero ideogrammi.
Per farvi un esempio, una delle cose che più mi ha colpito è stata la simulazione dell’esame di Storia, necessario per un gran numero di facoltà universitarie, che sono andato a vedere in una classe del terzo anno: l’esame consisteva in tre fogli, dove era stampata una tabella a tre colonne. Nella colonna di sinistra, il nome della battaglia, in quella centrale uno spazio per il nome del vincitore e la sua nazionalità e in quella di destra uno spazio bianco per scrivere la data: c’erano battaglie di cui non avevo mai sentito parlare, altre delle quali il nome sì, mi suonava, ma la data… inoltre, non erano di storia giapponese ma mondiale: dall’Impero Romano alla Seconda guerra mondiale, c’erano battaglie da tutto il mondo. In pratica, azzeccando la data e il nome ti viene dato un punto, sbagliando la data anche di un solo anno la risposta è ovviamente errata. Così è per tutto: nelle espressioni di matematica si considera solo il risultato, e non il procedimento; nella scrittura degli ideogrammi ovviamente anche un solo tratto pregiudica il tutto; ad inglese vanno inserite le parole che dice il libro e vengono imparate prima: sostituirle con altre dal significato uguale non va bene e così via.

Insomma, in poche parole: un inferno di numeri, lettere, dati esatti che vanno imparati a memoria, e che non implicano alcun processo critico.

Tutto ciò diventa ancora più sconvolgente se si scoprono i metodi di insegnamento che usano i professori: si imparano a memoria passi del libro di inglese (fossero poesie, approverei, ma le avventure di Susy e Paul non mi paiono degne); durante le lezioni di “storia del mondo”, il professore fa ripetere le date a gruppi di 5, abbinandole spesso agli ideogrammi del protagonista e, ancora, passi di letteratura vengono fatti imparare a memoria e poi fatti riscrivere – pari pari – durante i compiti in classe.

Ritornando a parlare di “Storia del mondo”, che è una materia che comprende anche geografia (per ragioni oscure sulle quali è meglio non indagare), ciò che è ancora più surreale dei fogli da riempire con le date delle battaglie è il fatto che, ogni volta che si spiega la storia, venga fatta un’introduzione del paese di cui si sta parlando: cosa c’è di surreale? Le descrizioni sono di questo tipo: “La Repubblica Ceca ha per capitale Praga, è grande tot kmq…” gli studenti: “Oooh è davvero una nazione piccola, il Giappone è grande il quintuplo!” riprende a parlare il professore: “ha tot abitanti…” gli studenti: “Ooh c’è davvero poca gente, in Giappone ce ne sono dodici volte tanto!” il professore: “E’ collocata in mezzo all’Europa, guardate la cartina sul libro; la sua produzione principale erano le pistole e la birra è molto buona.”. Quello che sorprende, oltre al fatto che le spiegazioni sono tutte molto superficiali, sono i commenti degli studenti: se è una nazione è più piccola del Giappone, è minuscola, se è più grande, è enorme; se ha meno abitanti è sottopopolata, se il PIL procapite è minore è povera… e via dicendo.
Il Giappone è, insomma, il metro internazionale più diffuso, e tutto viene rapportato a lui per poter dare una giusta dimensione alle cose. Quindi: la Repubblica Ceca è piccola e piena di birra; e la data e i nomi di oggi sono Tizio, Caio e Sempronio e 1526; e tanto vi basti.

Insomma, i vari “pensa con la tua testa”, “dillo con parole tue”, “non imparare la lezioncina a memoria ma rielabora le cose che hai imparato finora”, “approfondisci sempre la lezione del giorno” e via dicendo, in Giappone non sono mai arrivati.

Si tratta solo di imparare a memoria.

Ovviamente, tutto ciò ha i suoi risvolti positivi durante le lezioni di materie scientifiche, dove le formule fanno sempre comodo, e, per astrazione, non si arriva a molto: in particolare sul problem solving, i giapponesi sono più avanti di quanto abbia visto io nella mia scuola; poi è ovvio che delle differenze tra scuola e scuola ci possono essere, ma, per quanto riguarda il Giappone, le scuole sono molto uniformate.

Per fare un esempio, il famoso “programma”: qui in Italia è un’indicazione all’insegnante, un suggerimento vago che può indicare al massimo un’idea di cosa fare nelle lezioni, ma è, appunto, un consiglio; nulla più di una vocina sussurrata che, lungi dall’avere il potere di decidere qualcosa, viene appunto preso per quello che è: un pezzo di carta. In Giappone, il programma è l’obiettivo da raggiungere a fine anno: ma, ovviamente, non è una cosa da prendere con approssimazione: da inizio anno, le lezioni di TUTTO l’anno sono programmate giorno per giorno – con tanto di tabelle stampate al computer col programma e gli esercizi giornalieri – in modo da distribuire il lavoro uniformemente su tutto il periodo dell’anno.

La scuola giapponese, insomma, è perfetta per uniformità e quantità di informazioni distribuite, ma pecca nel dare all’alunno la coscienza di sé.
Se, all’inizio, ero convinto che la scuola italiana fosse la migliore, sto iniziando a chiedermi se, alla fine, il “mantenimento dell’armonia”, che regola la società giapponese, non debba per forza passare attraverso un sistema di questo tipo, mortificante per l’individuo e terribilmente esigente.

Ora, il mantenimento dell’armonia ha, come lato principale, ha il “principio della non lamentabilità”: qualsiasi cosa di cattivo accada in Giappone, sia in politica sia in società, è un fenomeno assolutamente passeggero che non pregiudica la fiducia nelle stesse, ed è dunque inutile lamentarsi per un fatto di così risibile importanza; ciò che invece accade all’estero, quello sì che è terribile, ma per fortuna noi siamo in Giappone e siamo riparati dal vento malevolo che arriva da oltremare.
Detto così, sembra orrendamente negativo, ma è anche vero che, a forza di non vedere, alla fine – in Giappone – le malvagità alla fine scompaiono, e ciò è assolutamente utile per non farsi venire ansie che sarebbero destinate a rimanere irrisolte. E’anche vero che però, una volta scoppiato uno scandalo, gli indagati non hanno altra strada che dimettersi oppure, cosa difficile da credere ma vera, il suicidio.

La relazione che intercorre fra il succitato principio ed il sistema scolastico è evidente: non essendo dati all’alunno riferimenti tangibili sul mondo (vedi la Repubblica Ceca piena di birra), non ha nemmeno una pallida idea di come sia “l’estero”, né di come imparare dalle nazioni estere, ed inoltre non ha mai avuto occasione di ragionare attivamente in un’ottica critica: questo, oltre a rendere il club di dibattito una noia mortale, fa sì che i giapponesi non si pongano il problema di lamentarsi o meno; semplicemente, non hanno quest’opzione, e si adattano di conseguenza.

Uno dei buffi risvolti di tutto ciò è che, ad esempio, non ci si può lamentare per la mancanza della stufa (perché ancora non l’hanno installata, e si vocifera che, visto che i soldi per il riscaldamento non ci sono a causa di tagli nel budget, possiamo restare senza per tutto l’inverno): dunque, quando io muoio di freddo (in classe l’alito “condensa”… in altre parole, si può vedere), e così i miei sventurati compagni e compagne si adattano e basta: queste ultime, in particolare, hanno una gonna che copre davvero poco, quindi vanno in giro infagottate dentro coperte di pile spesse 3 centimetri. Ma non le sentirete mai lamentarsi: l’unico momento in cui diranno un tremante: “Samuuui!” (“Che freddo!”) è quando escono da scuola. Il punto è che la temperatura interna è praticamente uguale a quella esterna…

Dunque, per quanto riguarda l’insegnamento, io non mi sento di assegnare il punto a nessuna delle due squadre: il sistema italiano dipende troppo dalla buona volontà del singolo insegnante, quello giapponese non dà strumenti per pensare con la propria testa.
Si potrebbe dire che, se sono riuscito a scrivere questo post e a pormi il problema, è perché sono un prodotto del sistema italiano… ma, vi giro la domanda: preferireste un popolo di persone civili e diligenti, che però non abbia alcuna capacità di scelta, oppure un popolo di persone cui gli strumenti per pensare vengono spesso offerti, ma i cui studenti spesso non li accettano?

Io ho la sensazione che, quando ho fatto la scelta di venire a studiare in Giappone, la mia scelta l’abbia già fatta. Ma, effettivamente, non è detto che per diventare un popolo civile l’unica strada possibile debba per forza escludere la possibilità di ribattere.

14 commenti »

  1. ah bè…come sempre il giusto forse sta un po’ a metà (escludendo il fatto che in questa situazione forse una via di mezzo non avrebbe modo di funzionare…). Ma in realtà penso che sia difficile poter scegliere tra l’uno o l’altro metodo proprio perchè siamo cresciuti in un sistema scolastico che abbiamo sempre criticato…ma proprio perchè siamo cresciuti qua forse ci è permesso criticarlo…in ogni caso non saprei davvero dire quale potrebbe essere la scelta migliore…

    Commento di Serena — novembre 28, 2008 @ 11:15 pm

  2. mah, per quanto mi piaccia il giappone, ci tengo troppo alla mia “indipendenza di pensiero”
    Ovviamente non tutti l’hanno e non tutti l’accettano, ma non per questo è automatico engarla a tutti, perfino a quelli che la vorrebbero davvero.

    Commento di saya — novembre 29, 2008 @ 1:18 am

  3. Che analisi interessante! In effetti il Giappone sembra ancorato ad una mentalità scolastica che da noi esisteva solo molti decenni fa, quella del nozionismo. Per carità, credo nel valore dell’apprendere qualche cosa a memoria, non fosse altro che per tenere in esercizio i neuroni (e per “A Zacinto” a memoria ci siamo passati tutti, credo…no?). Però che tutta la scuola si fondi su quello, mi sembra assurdo: anche l’applicazione di una regola matematica appresa mnemonicamente richiede uno sforzo creativo di adattamento al problema che si ha di fronte, che presuppone che ci si metta qualcosa di proprio.
    Se sia il sistema scolastico a costruire una società come quella giapponese, o se sia la società che può solo dare origine ad un sistema del genere, non lo so; probabilmente è vero un misto delle due cose (allo stesso modo la colpa della società italiana che va allo sfascio non è tutta della scuola…).
    Propongo un trasferimento in massa di metà popolazione italiana in giappone, e di altrettanti giapponesi qui, almeno per 6 mesi-un anno, per riequilibrarci a vicenda. Conosco già qualcuno che si propone volontario…

    Commento di cinciamogia — novembre 29, 2008 @ 11:56 pm

  4. Ciao. passavo di qui è ho buttato un’occhio su sto thread. Che dire… confesso che la cosa mi lascia alquanto inorridito; sarà perchè la mia istruzione scolastica è avvenuta in un momento storico in cui era “di moda” da parte degli insegnanti prendere le distanze dal già citato nozionismo, oppure perchè per certe cose sono una rapa🙂 non saprei… sta di fatto che io in una situazione simile non resisterei dieci minuti.
    Non che rigetti in toto il sistema proposto, sia chiaro; per certe materie direi che dovremmo imparare dai giapponesi (o dare alla cosa un minimo di fiducia, visto che, a quanto pare, funziona); però è del tutto evidente la carenza di un approccio critico soprattutto in materie dove “la testa” è tutto.
    L’impressione da osservatore esterno è che per mantenere quell’ordine assoluto che a quanto pare si ritiene indispensabile venga sacrificata la capacità di rielaborazione critica a detrimento dell’evoluzione sociale in generale… e una società statica è – di fatto – una società morta. Non riesco davvero a concepire come mai non vi sia un’opposizione decisa nei riguardi di tutto questo… Davvero, ci fossi io in classe ad una lezione di storia, pianterei un casino tale che il giorno dopo o non mi presento io o non si presenta l’intero corpo docente🙂
    E visto che la capacità critica è il filo conduttore della discussione lancio un sassolino nello stagno: Ai miei tempi tutto si poteva dire di me tranne che fossi uno studente modello. Mi sono diplomato con 38 (e non ti dico l’incazzatura… io volevo il 36 !!!😛 …) ad un esame dove tutto – TUTTO – era truccato. Dopo tre esami (abbastanza brillanti) all’univesità mi sono levato dalle p***e perchè non avrei retto ad un ulteriore carico di stronzate per avere in cambio un pezzo di carta. La mia cultura – soprattutto storica – me la sono fatta da solo quando finalmente non ho più avuto tra i piedi qualcuno a dirmi cosa dovevo fare perchè così aveva deciso un ministero di parassiti che nemmeno sapeva che esistevo, ne tantomeno gli fregava qualcosa… E qui sta il punto: Abbiamo due sistemi, apparentemente opposti, in cui da una parte viene esaltato l’inquadramento acritico e l’uso della memoria mentre dall’altro si pone l’accento su… cazzo ne so ? l’ignoranza teleguidata ? l’adeguamento all’andazzo generale ? non saprei nemmeno come definire il tutto… Sta di fatto che c’è qualcuno al di sopra delle teste di rapa da riempire e dei docenti pagati per farlo, che ha deciso in precedenza quale sentiero deve essere seguito da una società….
    Sono davvero due realtà così diverse, allora, quelle prese in esame ….????
    Non è che l’unico vero interesse di chi gestisce il tutto è evitare che lo studente di turno alzi la mano e cominci a chiedere “PERCHE’ ?”

    Commento di Gatto rognoso — novembre 30, 2008 @ 5:26 am

  5. IOIOIOIO😄

    ma…io ho una domanda esistenziale…ma se i giapponesi non pronunciano la “R” (o è una credenza italiana?) perchè ItaLia diventa ItaRia? (o è per effetto della trascrizione in caratteri latini?)

    Commento di Serena — novembre 30, 2008 @ 9:01 am

  6. Hai scritto un post veramente interessante.. anche io sono d’accordo sul fatto che di solito le cose migliori stanno a metà.. ora io sono dell’idea che però un ragazzo, che ti sa dire con esattezza tutto approposito della birra Ceca, ma non ha idea di dove e come comprarla o di che sapore abbia, sia un ragazzo a metà.. e questo vale anche per il ragazzo che sa perfettamente berla e comprarla, ma non sa di cosa è fatta.. insomma l’istruzione senza l’esperienza serve il giusto. Il sistema d’insegnamento che ci hai descritto.. io l’ho ribattezzato “METODO CINESE”, perchè in quasi tutta l’asia tendono a riempirti di nozioni senza possibilità di fare “critica”.. volendo sia in italia che in giappone si può sviluppare l’aspetto mancante.. perchè non credo che ad un ragazzo giapponese fuori dalla scuola sia negato il pensare… secondo me ovviamente il metodo migliore sarebbe quello giapponese riadattato a noi..

    Commento di Diego — novembre 30, 2008 @ 10:48 am

  7. @Gatto rognoso: (“Che nome raro!”, direbbe un giapponese xDD) Quello che dici su ciò che accomuna i due sistemi, in parte lo condivido e in parte no.
    Ciò che mi piace del sistema giapponese è la chiarezza di obiettivi e la totale meritocrazia: un giapponese che si impegna seriamente nello studio ed ha buone capacità andrà incontro a ripetute gratificazioni, sia morali che economiche (in particolare, borse di studio); un ragazzo italiano che va bene a scuola potrà ricevere al massimo il titolo di secchione. Insomma, in Giappone il “sistema” ha regole chiare, ben precise, che si seguono in massa e che finiscono col premiare. In Italia, al contrario, non si sa esattamente la scuola a cosa debba portare, ed il fatto che l’allievo non venga mai “raddrizzato” permette il dilagare dell’inciviltà e tutte le belle cose che ci contraddistinguono.
    Sull’alzare la mano e chiedere il perché… non è forse difficile che un sistema funzioni, senza nessuno che lo guidi?
    Quella che sento come differenza tra Italia e Giappone è che, in Italia, il perché non viene chiesto per ignoranza; in Giappone, viene fatto per salvaguardare l’armonia di cui sopra.
    Sul fatto che inquadratura significhi morte sociale… non so, anche io la pensavo così fino a poco tempo fa, ma effettivamente il livello di pace sociale che i giapponesi hanno ottenuto ha davvero dell’incredibile. E, per la morte della società, sono molto più dinamici di noi italiani sia in fatto di economia che in quanto a capacità di innovazione. Dunque… non che un metodo si possa giudicare solo dai risultati, ma forse un’occhiata sarebbe bene dargliela!
    Non dico che io voglia il modello giapponese in Italia, ma sarebbe auspicabile che la scuola desse un minimo di inquadratura nella società anche qui; una modesta ma importante uniformata, non di pensiero ma di adeguamento alle norme comuni. E qui dai giapponesi abbiamo da imparare.
    @Diego: condivido la tua osservazione, ma io lo chiamo “metodo orientale”… sarà che, a forza di sentire persone che mi dicono che Corea, Cina e Giappone sono la stessa cosa, mi è venuta l’allergia”! xDDD Cosa intendi per “riadattare il modello giapponese a noi?”
    @cinciamogia&serena: mi offro volontario anch’io!
    @Serena: sì, è per effetto della traduzione in caratteri latini! alla fine, la “r/l” giapponese è un misto fra “r” ed “l”, dunque… bah, è una cosa a metà! comunque, alla fine è leggermente diverso da “Italia”, ma non è nemmeno “ItaRia”. Una via di mezzo!

    Commento di marco — dicembre 2, 2008 @ 11:11 pm

  8. Mi sa che stiamo un pò dicendo la stessa cosa allora; ovviamente quello che io “vedo”, da qui, in un anno sarà sempre meno di quello con cui ti confronti tu giorno dopo giorno. Sul tema della meritocrazia comparata alle due realtà direi che sfondi una porta aperta.

    “non è forse difficile che un sistema funzioni, senza nessuno che lo guidi?”

    Da “bastardo dentro” e libertario geneticamente non posso che rispondere con un’altra domanda🙂 E se fosse perfettamente in grado di procedere senza che nessuno lo guidi ???

    “Quella che sento come differenza tra Italia e Giappone è che, in Italia, il perché non viene chiesto per ignoranza; in Giappone, viene fatto per salvaguardare l’armonia di cui sopra.”

    Da qui il mio invito a ragionare sulla cosa da… un gradino più alto; e cioè: “E se fossero i risultati – di qua come di là – quello che importa veramente a chi di dovere ??” Di qua si usa la “ricetta” dell’ignoranza; lì si preferisce – ed è un fatto culturale – spingere sull’armonizzazione nel conformismo della massa. Ovvio poi che la corsa al suicidio sia molto più veloce in una società come questa rispetto a quanto proposto in oriente. Come è altrettanto ovvio che il primo – e più stupido – tentativo di mettere un freno a questa corsa sia la riproposizione in chiave occidentale di quel sistema che pare funzionare così bene. E’ un processo che l’Europa conosce (e dimentica) molto bene e, a naso, non mi stupirei succedesse nuovamente a breve termine.
    Inquadratura sociale significa morte sociale. Non ci si scappa. Poi, sul fatto che la cosa apparentemente funzioni (e magari sia anche proponibile in chiave planetaria in un mondo che diventa sempre più stretto) se ne può discutere, ma sempre tenendo conto del fatto che i risultati nell’immediato non sono indice dell’infallibità della “ricetta” per il futuro.
    La chiave di lettura, in definitiva, non è: “questo sistema è migliore di quello, o viceversa”. Ogni società mette a punto un modello sociale ( oppure se lo trova precotto😛 ) che ha i suoi pregi e i suoi difetti; non è detto che ciò che oggi chiunque vede come un pregio, un domani mantenga le stesse peculiarità. A quel punto, se non c’è nessuno ad alzare la cresta, la frittata è fatta.🙂

    Sul modello giapponese in italia (soprattutto per materie storiche) avrei qualche remora… Anche perchè un certo modello già ce l’avevamo: Mi ricordo la mia vecchia preside al liceo: Un giorno, durante la ricreazione, passa tra me ed un mio amico e ci rifila due ceffoni con una manata sola. Il “reato” era stato quello di passarsi una mela lanciandosela !!!!
    Ci siamo presi lo sberlone ed è finita lì. Succedesse oggi avremmo uno scipero generale, i sindacati a sgomitare davanti alle telecamere e “Studio aperto” (che qualcuno mi giura essere un telegiornale) partire con 10 minuti di anticipo con un servizio speciale in diretta😀

    Commento di Gatto rognoso — dicembre 3, 2008 @ 4:00 am

  9. Per riadattamento del modello giapponese a noi intendo.. diaciamo un mare di cose.. ovvero.. spesso in italia guardiamo ad i modelli esteri come i migliori.. spesso guardando l’america, magari più in campo politico economico. Spesso le “brillanti idee” americane in italia, sarebbero “amare cavolate”… quindi un metodo “Italo-Nipponico”, dove le nozioni ti vengono date come in Giappone.. quindi se non ho capito male.. a raffica, tante e piene di date.. con gli esami in fondo come facciamo noi.. attinenti al programma, e sopratutto farlo tutto sto programma… con alunni che siano minimamente interessati.. e non che ascoltano la lezione perchè succubi del professore, che altrimenti non riuscirebbe a far lezione.. con insegnanti minimamente e realmente preparati.. non con persone, che passano test ministeriali vent’anni prima.. per poi non schiodarsi più.. anche se non sanno più che ora il Congo è una Repubblica… con qualche mini esami trimestrale.. anche se in italia tendiamo a fare i semestri.. senza quelle cavolate delle riunioni con i genitori… che tanto serve solo per un’idea campata in aria… insomma.. in generale dovrebbe andare cosi: entri alle 8:00.. e fai un’ora di matematica, dove l’insegnante ti spiega le derivate di secondo grado.. con momenti di pausa dove si scherza e si ride, con gli alunni che stanno in silenzio ed ascoltano, e prendono i giusti spazzi.. e cosi fino alla fine dell’anno.. un metodo meno militarista di quello giapponese ma molto più stringente del nostro! SCUSA la lunghezza!

    Commento di Diego — dicembre 3, 2008 @ 11:40 am

  10. Mmm… un riadattamento di questo tipo non lo chiamerei tanto modello giapponese, quanto modello ideale!
    @Gatto rognoso: sinceramente, non so se un mondo libero possa funzionare… sono ragionevolmente certo che l’organizzazione gerarchica sia inevitabile; senza, si cadrebbe nel caos più totale. Ora, l’interpretazione moderna – occidentale – del concetto consiste nel “far diventare gli adolescenti una massa di imbecilli”, ma si potrebbe anche pensare a persone istruite liberamente che, governate in modo saggio, approvino il sistema… in un mondo ideale, ovviamente.
    L’incasellamento estremo della società… effettivamente, porta alla morte della società (con l’invecchiamento), che effettivamente in Giappone è un problema veramente visibile. In questo, però, anche l’Italia “eccelle”, dunque… insomma, alla fine i due sistemi producono risultati analoghi in maniere incredibilmente diverse!
    Ciao,
    Marco

    Commento di marco — dicembre 5, 2008 @ 11:04 pm

  11. eheeh magari è proprio cosi… in fin dei conti sia Giappone che Italia, sono uniti fin dall’epoca feudale in due rette parallele.. magari ci completiamo come società e cultura!

    Commento di Diego — dicembre 6, 2008 @ 11:53 am

  12. Dato che oramai si va quasi in off topic mi limito a farti notare che rischi di cadere in un modo di pensare dettato dal preconcetto quando sostieni l’irrinunciabilità di un’oraganizzazione gerarchica (dall’alto, immagino). Non per colpa tua ovviamente ma per il semplice fatto che anche la tua testa di rapa, come la mia testa di rapa, come quella di chiunque altro è stata opportunamente riempita con l’innegabile scopo di non lasciarci spazio per nient’altro.
    Ad un mio amico piemontese-australiano in viaggio di lavoro a Pechino durante le olimpiadi, ammaliato da ciò che di buono presentava la società cinese e che sosteneva più o meno come te l’opportunità di irregimentare a fin di bene l’individualità, facevo notare che se il sistema funzionasse davvero questo sarebbe un pianeta governato dagli insetti…
    Per evitare facili “fraintendimenti” non posso che consigliarti, oltre alla lettura dei soliti classici “Frederic Bastiat – La Legge”, “Benjamin Constant – Princìpi di politica”, tanto per citarne un paio, anche roba più moderna come “Rudolph J. Rummel – Lo Stato, il democidio, la guerra” o i lavori di Hans Hermann Hoppe contro la cosiddetta “democrazia”….
    Ti saluto evitando di augurarti un felice ritorno. Sappiamo entrambi che così non sarà.🙂

    Commento di Gatto rognoso — dicembre 6, 2008 @ 8:36 pm

  13. Ciao!!è da un po’ che leggo il tuo blog,è molto interessante!!!Io sono convinta che la verità stia nel mezzo,e che quindi la cosa ideale sarebbe un sistema meno inquadrato di quello giapponese (e in generale orientale),ma meno lassista di quello italiano…sono d’accordo con te che gerarchia e di regole sono fondamentali,se no dopo 5 minuti il mondo il mondo andrebbe allo sfascio e le persone passerebbero il tempo ad ammazzarsi e non ci sarebbe più rispetto per niente e nessuno,ma è chiaro che bisogna lasciare la possibilità di esprimersi,fare critica e proporre miglioramenti (non lamentarsi e basta.Intendo lamentarsi di ciò che non va e proporre soluzioni,perché piagnucolare e basta non serve a nulla).Non penso che una società incasellata e ordinata in cui ognuno ha il suo ruolo sia necessariamente morta:credo che anche una società senza regole possa arrivare a non produrre più nulla (in tutti i sensi) proprio perché ognuno fa il suo interesse e non si cura del bene della collettività.Come sempre la via di mezzo è la migliore,anche se niente e nessuno è perfetto…ciao e grazie mille per il blog interessante!!Anche a me piacerebbe passare un po’ di tempo in Giappone!!XD

    Commento di Vale90 — dicembre 8, 2008 @ 8:34 am

  14. Bel post Marco, interessantissimo! E’ interessante notare come in Giappone non si abbia alcuna coscienza di ciò che è il mondo “fuori” dal giappone! I telegiornali non parlano mai obbiettivamente delle notizie, m aè sempre tutto ovattato. Ma che bello il Giappone per essere così diverso! E sai che ti dico? Con quello che sta succedendo in Italia, forse è meglio il Giappone…

    Commento di Nicola — dicembre 12, 2008 @ 10:09 am


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