inGiappone

dicembre 27, 2008

Mai dire mai…

Quando un’immagine dice più di mille parole…

dsc00586

"Alle scuole elementari i bimbi puliscono in ginocchio, passando stracci sul pavimento"

Ora, reduce da una giornata di pulizia straordinaria della scuola prima della chiusura invernale (che poi sarebbero 7 giorni… ma, considerato che in estate non chiude mai, è relativamente molto) posso aggiungere qualcosa al mio vecchio report sulle pulizie alla scuola elementare – ed anche al liceo, quando capita: gli stracci si maneggiano a mani nude e si immergono ripetutamente nel secchio dell’acqua, che, da subito gelida, diventa col passare del tempo anche alquanto sporca. Aggiungete il fatto che a scuola non c’è (molto) riscaldamento (e a questo dedicherò un post) e vi ritroverete in breve ad intingere le vostre manine congelate dentro un secchio già di suo non invitante.

effettivamente, c'è del masochistico nel non usare un mocio o qualcosa di simile...

effettivamente, c'è del masochistico nel non usare un mocio o qualcosa di simile...

Effettivamente, non è così drammatico farlo solo nei giorni di pulizia speciale… però un po’di domande sul perché non usare un qualcosa di meno faticoso me le sono poste.

Ovviamente, nell’eterno dilemma (che io comunque non mi sono mai posto, ma che a quanto pare affligge più di qualche italiano) di: “Che faccio, la butto per terra oppure aspetto il prossimo cestino?”, di certo aiuta.

(per completare il quadretto di ironia della sorte, rinfrescatevi la memoria qui e qui)

Annunci

novembre 28, 2008

学校宣戦!日本対伊太利亜、第二部!

(Gaokkou sensen! Nihon tai Itaria, dai ni bu!)

Come diceva giustamente Cinciamogia, l’altroieri ho un po’sparato sulla Croce Rossa, in quanto si sa che, di scuole peggiori di quelle italiane, probabilmente non ce ne sono nemmeno in Gabon – magari, lì, nella città media, le scuole non ci sono proprio, ma, non essendoci, non possono essere dichiarate non a norma, e dunque, per gli sfortunati possessori di una coscienza burocratica, non ci sono problemi.

Comunque, dicevo: quest’oggi vorrei parlare del tema dell’insegnamento, che mi pare essere di importanza vitale nel comprendere il Giappone moderno. Ora, con un’introduzione del genere potreste aspettarvi un post altrettanto decente, ma la verità è che, non avendo né l’acume né le capacità espressive necessarie, dirò poche cose e a modo mio.

Dopo aver passato esattamente tre mesi nel ridente “Fuetsuu Koukou”, mi è chiaro lo scopo finale della scuola giapponese: passare l’esame di ammissione dell’università. Bella scoperta, direte voi: lo sanno tutti che nei licei giapponesi non si fa altro. Quello che stupisce, però, è il come, non tanto il perché: in fondo, anche in Italia ormai con le facoltà a numero chiuso bisogna passare un esame simile – anche se ovviamente è ben lontano dalla difficoltà e dal livello di pathos che si raggiunge per il corrispettivo giapponese.
Per passare quest’esame, gli studenti devono banalmente immagazzinare informazioni: una quantità immensa di informazioni, che devono necessariamente essere esatte al millimetro, come fossero ideogrammi.
Per farvi un esempio, una delle cose che più mi ha colpito è stata la simulazione dell’esame di Storia, necessario per un gran numero di facoltà universitarie, che sono andato a vedere in una classe del terzo anno: l’esame consisteva in tre fogli, dove era stampata una tabella a tre colonne. Nella colonna di sinistra, il nome della battaglia, in quella centrale uno spazio per il nome del vincitore e la sua nazionalità e in quella di destra uno spazio bianco per scrivere la data: c’erano battaglie di cui non avevo mai sentito parlare, altre delle quali il nome sì, mi suonava, ma la data… inoltre, non erano di storia giapponese ma mondiale: dall’Impero Romano alla Seconda guerra mondiale, c’erano battaglie da tutto il mondo. In pratica, azzeccando la data e il nome ti viene dato un punto, sbagliando la data anche di un solo anno la risposta è ovviamente errata. Così è per tutto: nelle espressioni di matematica si considera solo il risultato, e non il procedimento; nella scrittura degli ideogrammi ovviamente anche un solo tratto pregiudica il tutto; ad inglese vanno inserite le parole che dice il libro e vengono imparate prima: sostituirle con altre dal significato uguale non va bene e così via.

Insomma, in poche parole: un inferno di numeri, lettere, dati esatti che vanno imparati a memoria, e che non implicano alcun processo critico.

Tutto ciò diventa ancora più sconvolgente se si scoprono i metodi di insegnamento che usano i professori: si imparano a memoria passi del libro di inglese (fossero poesie, approverei, ma le avventure di Susy e Paul non mi paiono degne); durante le lezioni di “storia del mondo”, il professore fa ripetere le date a gruppi di 5, abbinandole spesso agli ideogrammi del protagonista e, ancora, passi di letteratura vengono fatti imparare a memoria e poi fatti riscrivere – pari pari – durante i compiti in classe.

Ritornando a parlare di “Storia del mondo”, che è una materia che comprende anche geografia (per ragioni oscure sulle quali è meglio non indagare), ciò che è ancora più surreale dei fogli da riempire con le date delle battaglie è il fatto che, ogni volta che si spiega la storia, venga fatta un’introduzione del paese di cui si sta parlando: cosa c’è di surreale? Le descrizioni sono di questo tipo: “La Repubblica Ceca ha per capitale Praga, è grande tot kmq…” gli studenti: “Oooh è davvero una nazione piccola, il Giappone è grande il quintuplo!” riprende a parlare il professore: “ha tot abitanti…” gli studenti: “Ooh c’è davvero poca gente, in Giappone ce ne sono dodici volte tanto!” il professore: “E’ collocata in mezzo all’Europa, guardate la cartina sul libro; la sua produzione principale erano le pistole e la birra è molto buona.”. Quello che sorprende, oltre al fatto che le spiegazioni sono tutte molto superficiali, sono i commenti degli studenti: se è una nazione è più piccola del Giappone, è minuscola, se è più grande, è enorme; se ha meno abitanti è sottopopolata, se il PIL procapite è minore è povera… e via dicendo.
Il Giappone è, insomma, il metro internazionale più diffuso, e tutto viene rapportato a lui per poter dare una giusta dimensione alle cose. Quindi: la Repubblica Ceca è piccola e piena di birra; e la data e i nomi di oggi sono Tizio, Caio e Sempronio e 1526; e tanto vi basti.

Insomma, i vari “pensa con la tua testa”, “dillo con parole tue”, “non imparare la lezioncina a memoria ma rielabora le cose che hai imparato finora”, “approfondisci sempre la lezione del giorno” e via dicendo, in Giappone non sono mai arrivati.

Si tratta solo di imparare a memoria.

Ovviamente, tutto ciò ha i suoi risvolti positivi durante le lezioni di materie scientifiche, dove le formule fanno sempre comodo, e, per astrazione, non si arriva a molto: in particolare sul problem solving, i giapponesi sono più avanti di quanto abbia visto io nella mia scuola; poi è ovvio che delle differenze tra scuola e scuola ci possono essere, ma, per quanto riguarda il Giappone, le scuole sono molto uniformate.

Per fare un esempio, il famoso “programma”: qui in Italia è un’indicazione all’insegnante, un suggerimento vago che può indicare al massimo un’idea di cosa fare nelle lezioni, ma è, appunto, un consiglio; nulla più di una vocina sussurrata che, lungi dall’avere il potere di decidere qualcosa, viene appunto preso per quello che è: un pezzo di carta. In Giappone, il programma è l’obiettivo da raggiungere a fine anno: ma, ovviamente, non è una cosa da prendere con approssimazione: da inizio anno, le lezioni di TUTTO l’anno sono programmate giorno per giorno – con tanto di tabelle stampate al computer col programma e gli esercizi giornalieri – in modo da distribuire il lavoro uniformemente su tutto il periodo dell’anno.

La scuola giapponese, insomma, è perfetta per uniformità e quantità di informazioni distribuite, ma pecca nel dare all’alunno la coscienza di sé.
Se, all’inizio, ero convinto che la scuola italiana fosse la migliore, sto iniziando a chiedermi se, alla fine, il “mantenimento dell’armonia”, che regola la società giapponese, non debba per forza passare attraverso un sistema di questo tipo, mortificante per l’individuo e terribilmente esigente.

Ora, il mantenimento dell’armonia ha, come lato principale, ha il “principio della non lamentabilità”: qualsiasi cosa di cattivo accada in Giappone, sia in politica sia in società, è un fenomeno assolutamente passeggero che non pregiudica la fiducia nelle stesse, ed è dunque inutile lamentarsi per un fatto di così risibile importanza; ciò che invece accade all’estero, quello sì che è terribile, ma per fortuna noi siamo in Giappone e siamo riparati dal vento malevolo che arriva da oltremare.
Detto così, sembra orrendamente negativo, ma è anche vero che, a forza di non vedere, alla fine – in Giappone – le malvagità alla fine scompaiono, e ciò è assolutamente utile per non farsi venire ansie che sarebbero destinate a rimanere irrisolte. E’anche vero che però, una volta scoppiato uno scandalo, gli indagati non hanno altra strada che dimettersi oppure, cosa difficile da credere ma vera, il suicidio.

La relazione che intercorre fra il succitato principio ed il sistema scolastico è evidente: non essendo dati all’alunno riferimenti tangibili sul mondo (vedi la Repubblica Ceca piena di birra), non ha nemmeno una pallida idea di come sia “l’estero”, né di come imparare dalle nazioni estere, ed inoltre non ha mai avuto occasione di ragionare attivamente in un’ottica critica: questo, oltre a rendere il club di dibattito una noia mortale, fa sì che i giapponesi non si pongano il problema di lamentarsi o meno; semplicemente, non hanno quest’opzione, e si adattano di conseguenza.

Uno dei buffi risvolti di tutto ciò è che, ad esempio, non ci si può lamentare per la mancanza della stufa (perché ancora non l’hanno installata, e si vocifera che, visto che i soldi per il riscaldamento non ci sono a causa di tagli nel budget, possiamo restare senza per tutto l’inverno): dunque, quando io muoio di freddo (in classe l’alito “condensa”… in altre parole, si può vedere), e così i miei sventurati compagni e compagne si adattano e basta: queste ultime, in particolare, hanno una gonna che copre davvero poco, quindi vanno in giro infagottate dentro coperte di pile spesse 3 centimetri. Ma non le sentirete mai lamentarsi: l’unico momento in cui diranno un tremante: “Samuuui!” (“Che freddo!”) è quando escono da scuola. Il punto è che la temperatura interna è praticamente uguale a quella esterna…

Dunque, per quanto riguarda l’insegnamento, io non mi sento di assegnare il punto a nessuna delle due squadre: il sistema italiano dipende troppo dalla buona volontà del singolo insegnante, quello giapponese non dà strumenti per pensare con la propria testa.
Si potrebbe dire che, se sono riuscito a scrivere questo post e a pormi il problema, è perché sono un prodotto del sistema italiano… ma, vi giro la domanda: preferireste un popolo di persone civili e diligenti, che però non abbia alcuna capacità di scelta, oppure un popolo di persone cui gli strumenti per pensare vengono spesso offerti, ma i cui studenti spesso non li accettano?

Io ho la sensazione che, quando ho fatto la scelta di venire a studiare in Giappone, la mia scelta l’abbia già fatta. Ma, effettivamente, non è detto che per diventare un popolo civile l’unica strada possibile debba per forza escludere la possibilità di ribattere.

ottobre 20, 2008

Cos’è?

Filed under: Uncategorized — marco @ 11:19 pm
Tags: , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

Oggi è tardissimo… dunque: un post semplice, sul telegiornale giapponese, con un indovinello, al quale mi farebbe piacere ricevere la vostra collaborazione (certo, non suona bene come una arzigogolata frase del tipo “itadakitai to omoimasu”, ma… questo è quanto!).

Cosa rappresenta, secondo voi, questa schermata?

a cosa si riferiscono queste immagini?

a cosa si riferiscono queste immagini?

Rispondete numerosi!
E a chi capisce i kanji… beh dai, se sapete anche leggere non vale! E se avete già sentito parlare in proposito… non vale ugualmente! 😛

ottobre 18, 2008

Hiratsuka e Hakone

Filed under: cronache,ilViaggio — marco @ 9:12 pm
Tags: , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

Lo scorso weekend lungo, da venerdì a lunedì (venerdì era giorno di riposo post-maratona, e lunedì, come spiega Roberto, il giorno dell’Educazione Fisica), sono stato in viaggio nel Giappone centrale. Ve lo propongo con poche spieghe e (relativamente) tante fotografie.

eccolo in tutto il suo splendore, e coperto da una "provvidenziale" kasa-gumo (nuvola a ombrello)

Sì, è proprio lui: il Fuji-san!!! La foto è stata scattata venerdì mentre eravamo in viaggio verso Hiratsuka, una città vicino Kawasaki dove abbiamo alloggiato le due notti successive.
Visto che alla fine vedere il monte Fuji era uno degli obiettivi del viaggio, metto un’altra foto, scattata dalla finestra della sala da pranzo di casa dei miei host-cognati:

il monte Fuji visto da Hiratsuka

E questo, per il Fuji-san, è quanto: da qui in poi non si è più fatto vedere! Colpa delle previsioni del tempo, secondo me: a forza di dire “Tempo ottimo e visibilità ottima” sono stati troppo poco scaramantici! xD

Hiratsuka si affaccia sul mare: è lì che ho scattato la foto del pescatore! Comunque, un’altra foto di quella mattinata, stavolta dell’area del porticciolo delle barche:

il mare di Hiratsuka (sì lo so che è in controluce e non si capisce un tubo, ma... è pulito)

il mare di Hiratsuka (sì lo so che è in controluce e non si capisce un tubo, ma... è pulito)

Comunque: dopo due giorni intensi di incontri ed Undookai, siamo partiti alla volta di Hakone, luogo noto per le sue terme dove però ero già stato: stavolta, in compenso, ho potuto anche vedere il panorama (l’altra volta era così):

Owakudani

Owakudani

Ad Hakone, oltre ai boschi ed alle terme (ed al traffico, aggiungerei, visto che per fare 15 kilometri ci sono volute due ore e tre quarti), c’è una “Foresta di vetro”, che sarebbe un museo dedicato al vetro di murano: nulla di eccezionale, ma i miei cuginetti di 3 e 7 anni sono stati entusiasti degli alberi che c’erano all’entrata, tutti di cristallo, in effetti molto scenografici. Qui una foto di buona parte dei partecipanti al viaggio: mancano all’appello la mia host-sorella, il mio host-cognato e la madre del mio host-cognato (oddio, come si chiama la madre del cognato?); la foto non è particolarmente bella ma… insomma, alla fine non posso mettere solo paesaggi, altrimenti non sarebbe il mio blog!

ecco i nostri eroi nell'oscura e tenebrosa Foresta di vetro!

ecco i nostri eroi nell'oscura e tenebrosa "Foresta di Vetro"! (per chi si dilettasse con le scritte in giapponese, traduzione dall'alto verso il basso: "Hakone garasu no mori bijutsukan", ovvero: "Museo della Foresta di Vetro di Hakone")

Per chi avesse letto tutto il blog, e si ricordasse di questo articolo, ecco il “cosmos”, fotografato nella “Foresta di vetro” di cui sopra:

saita cosmos cosmos saita

saita cosmos cosmos saita

Per concludere, una perla: la pizzeria in cui abbiamo mangiato si chiama come quella che sta a 500 metri da casa mia, dove andiamo sempre a comprare le pizze a portar via, cioè “Solo Pizza”.

ci stiamo lasciando dopo 4 intensi giorni insieme! (in effetti, per un giapponese è rarissimo avere 4 giorni di stacco dal lavoro tutti attaccati)

notare l'aria funerea: ci stiamo lasciando dopo 4 intensi giorni insieme! (in effetti, per un giapponese è rarissimo avere 4 giorni di stacco dal lavoro tutti attaccati, per loro è stata una vera e propria vacanza: per realizzarla mio fratello e mio cognato hanno preso 1 giorno di ferie)

Per oggi questo è quanto!
Oyasumi!
Marco

settembre 27, 2008

alieno (2)

Indovinate dove sono seduto…

(mappa dei posti della mia classe)

(mappa dei posti della mia classe)

Insomma, lo so che è una piccolezza, ma tutto fa brodo!
Perché non dovrebbero scrivere prima il cognome e poi il nome anche a me? Il cognome, che in Giappone è la parte più importante, non me l’hanno nemmeno scritto, e si sono limitati a scrivermi – dopo che il tutto è stato stampato e dando dunque una sensazione sgradevole di posticcio – “Maruko Marco” in katakana ed in romaji. Che sensazione ricavo da tutto questo? Che: 1) non merito (ancora? Chissà) di avere il mio cognome scritto; 2) nonostante la mappa sia recente, non mi hanno inserito sin dall’inizio nel computer ma mi hanno aggiunto in seguito: perché? Io lo interpreto come un sottile modo per dirmi che sono piombato nella loro perfetta uguaglianza a turbare il tutto, ma è probabilmente un’interpretazione abbastanza faziosa); 3) noto con piacere che finalmente mi è stato assegnato un posto da gaijin: il più lontano possibile dall’insegnante, ma non l’ultimo: così, quando consegnano le fotocopie (e ne consegnano TANTE), se il primo della fila sbaglia a contare il numero di fogli non devo alzarmi per andare consegnare le copie in eccesso [quest’interpretazione me l’ha suggerita Yoshi, la mia ragazza, che ringrazio non solo per sopportarmi pazientemente ma anche per essere stata un’ottima guida del Giappone mentre ero ancora in Italia]: insomma, lontano sì ma di una lontananza politically correct.

In conclusione: dovrei offendermi per questa manifestazione prorompente della mentalità discriminatoria giapponese, che emerge dalle piccolezze che rivelano scenari che magari non ti aspetteresti? (non che effettivamente io non sia prevenuto su questo tipo di cose, però fa effetto vederle con i propri occhi!) Oppure, dovrei smetterla con le seghe mentali?

Probabilmente, un misto delle due.

settembre 15, 2008

cronache di scuola: l’inglese in Giappone

…ovvero: come dimenticare una lingua in 130 giorni.

Avevo detto che meritava un intervento a parte, ed eccomi qua! Innanzitutto, chiariamoci le idee: in Giappone l’inglese non si impara: si studia.
E questo non per la tradizionale modestia giapponese – in fondo, se uno sta imparando vuol dire che non sa l’argomento in questione, dunque non è segno di irriverenza dire: “Sto imparando” – ma per un fatto pratico: nonostante gli sforzi di generazioni di studenti, in Giappone l’inglese non lo parla <quasi> nessuno. Magari, molti lo sapranno scrivere (pur nei limiti di un’ortografia discutibile… vedi questo post di un’amica di blog), ma difficilmente le conversazioni in inglese si spingono oltre il “hau aa yuu”. Forzando la mano, ed estorcendo dalla bocca del vostro sventurato interlocutore il massimo dell’inglese, potreste ricevere uno stentato “mai faazaa iizu a hoteru furonto desuku wookaa”, il che, oltre al fatto che estrapolare l’inglese dalla pronuncia in katakana sia un’impresa, porrà in evidenza il fatto che i giapponesi non si limitano a storpiare la pronuncia delle lingue straniere per adattarle al giapponese ma vanno oltre, creando cioè, con parole straniere, espressioni giapponesi, come appunto il “furonto desuku (front desk)”, che sarebbe ciò che il resto del mondo chiama “reception”.
Anche qualora l’interlocutore sia estroverso, e dunque la conversazione possa procedere senza intoppi verso il “hau iizu yoa shizutaa (how is your sister)” ed oltre, a meno che non conosciate il giapponese alla perfezione, nei primi momenti avrete comunque difficoltà a capire se vi si stia parlando in inglese oppure in giapponese, il che, agli occhi di noi sprovveduti occidentali, potrebbe sembrare un fallimento delle politiche di insegnamento adottate nelle scuole giapponesi.
Inutile dire che, secondo Katsumoto-sensei, nulla esiste di più sbagliato. Si dice che le critiche in Giappone vengano sempre fatte con un complimento: ed io, per adattarmi alle usanze del luogo, gli ho fatto un complimento, ovvero: “certo che gli studenti giapponesi sono davvero diligenti nello studiare la grammatica inglese!”. E la risposta, piccata: “Molti hanno criticato questo punto in passato, ma studiare soprattutto la grammatica in Giappone è essenziale perché <bLa Bla blA> non ti pare?” “Oh, certo che sì!”.
Ma se studiano la grammatica, perché l’inglese non lo parla nessuno? Forse il punto non è COSA studiano ma COME lo studiano. E qui, si va di esempi pratici, perché stare a descrivere tutto mi sembra troppo oneroso. Ci sono 8 ore di inglese a settimana (OTTO!!!) suddivise in:
1) イングリシュエックスプレシャン・Ingurishu ekkusupureshan (English expression)
2) イングリシュアンダスターンヂング・Ingurishu andasutaanjingu (English understanding)
3) イングリシュライチンスキール・Ingurishu raichin skiiru (English writing skill)

1) In “English expression” si studiano le espressioni della lingua: si imparano cioè a memoria pezzi (apparentemente random) di brani del libro, e, due volte a settimana, il professore entra in mano brandendo 39 fogli bianchi, che sono i fogli del compito in classe: le cose imparate a memoria, dunque, vanno scritte sul foglio bianco. Una volta finito il tempo per scrivere, il Katsumoto dice “Exchange!”, e ci si scambia il foglio con il ragazzo (o la ragazza) del banco accanto, il/la quale provvederà a correggere il tutto guardando le frasi giuste dal libro e poi metterà il voto. Ecco, questo voto andrà poi nel registro, senza che il professore ricontrolli il tutto (che fiducia! Lo facessero in Italia, avremmo tutti 10). Metodi ottocenteschi?? Non avete ancora letto niente… xD
Dopo aver fatto il test, c’è la “lettura guidata”: si tratta di leggere il brano da cui sono state tratte le frasi random del compito in classe appresso ad un CD, senza che il CD abbia delle pause perché gli alunni ripetano. In questo modo, si crea un fantastico effetto mischiatutto, che sfocia nel più totale sbando di ciascuno che legge col suo ritmo mezza frase, ne salta un quarto e dice l’altro quarto alla velocità della luce per riprendere lo speaker originale, che nel frattempo veleggia a 3 righe di distanza. Ciliegina sulla torta, il professore che ripete anche lui (accentuando grottescamente i suoni perché gli alunni capiscano che, in fondo in fondo, un pochino l’inglese dal Waseda Eigo (inglese nipponico) differisce) passando tra i banchi per controllare che tutti stiano ripetendo a voce abbastanza alta.
Ma il meglio deve ancora venire: ora che si sono esercitati, possono ripetere da soli, in un “test di lettura”. Così, dopo aver ripetuto due volte il testo seguendo il CD, si staccano dalle parentali cure e spiccano il volo nel fantastico mondo dell’indipendenza, leggendo il testo da soli mentre il professore scrive alla lavagna i secondi (!) della lettura ottimale, che in genere sono attorno ai 60: in questo fantastico minuto, 39 voci che vanno ognuna ad un ritmo diverso affannandosi per rientrare nei famosi 60 secondi creano una sinfonia paragonabile ad un’ Ave Maria senza prete che dia il ritmo in una chiesa con pareti che fanno rimbombare la voce ed un microfono acceso collegato ad altoparlanti in sala che ripete i rimbombi vari con il ritardo di un secondo. Capite cosa intendo? Un vero e proprio dramma. Il resto delle lezioni di ekkusupreshan consistono nel dire “ooooh! In Inghilterra, le cabine telefoniche sono rosse!” oppure “oooh! Davvero in America le persone possono portare delle pistole?” e via dicendo…

2) In English understanding, come è lecito sospettare, si impara a “comprendere” l’inglese. Come? Presto detto: il libro è diviso in 20 unità (la cui programmazione è stata distribuita all’inzio dell’anno dal professore), ognuna delle quali presenta un dialogo centrale e dei dialoghi alla “spin-off” (e qui, amanti di fiction, fatevi sentire… se ci siete): dopo aver ascoltato tutti i dialoghi (in genere sono 5) in una lezione ed averli ripetuti dopo il CD seguendo lo stesso metodo del punto 1, si passa, in una seconda lezione, al compito in classe: il dialogo centrale, che già è stato letto e riletto e che quindi già conoscono, viene messo in forma “fill in the blanks”, cioè con, ogni 4 parole circa, una mancante: in tre ascolti dello stesso, noto dialogo, di cui due con pause per scrivere ogni parola, devono riuscire ad inserire tutte le parole mancanti. Ed il bello è che, alla fine, non ce la fanno! xD Il metodo per correggere i compiti in classe è sempre lo stesso: fa tutto il compagno di banco, che, si suppone, abbia un’etica incorruttibile, ed in effetti (almeno il mio) ce l’ha.

3) In English writing skill, invece, non si fa un tubo. O meglio: un’insegnante madrelingua (la mitica Jeanne-sensei) legge l’unità del giorno (composta da ben 2, dicasi due, paginette di un libricino che a malapena arriva ad un terzo del formato A4), ed il Katsu (sembra brutto, sì, lo so…), una volta che Jeanne ha finito di leggere le 5 righe della lezione (il resto sono esercizi tipo “riordina le parole” e disegnini kawaii), inizia a descrivere con schemi complicatissimi ed ideogrammi da far impallidire… me, la struttura delle frasi che ci sono in quelle striminzite righe, più qualche sfigato proverbio (tipo: “each days provides its own gifts” oppure “no pains no gains”) che aggiunge lui a caso sulle fotocopie che distribuisce (ah, dimenticavo: le fotocopie sono talmente tante che meritano un post a parte) e di alcune altre frasi che, secondo lui, sono particolarmente significative. Evvabbè! Nel frattempo, io e Jeanne-sensei facciamo comunella agli ultimi banchi ed io la faccio rosicare perché ho il sudoku sul denshi-jisho (vedi questo post), e lei no (pà-ppà-ppèèè-rò!). Ha un’età indefinita intorno ai 23 anni, e per questo una parte dello spirito adolescenziale che alberga in lei si risveglia, quando il fuoco passionale della grammatica si accende nel Katsumoto (fa strano chiamarlo “il Katsumoto”? Però… boh, in Italia alla fine ogni professore/professoressa ha il suo il/la che si rispetti!)…
Questi schemi in giapponese sono davvero complicatissimi, al punto che, un giorno, gli dovrò fare una foto… il problema è che, a quanto mi è parso di capire, i giapponesi sono un popolo di incasellatori, il che mal si concilia con lo spirito “random” (sto abusando di “random”, lo so!) dell’inglese: che fare, dunque, cambiare metodo di studio ed adattarsi alla grammatica flessibile? Non sia mai! Meglio creare ad hoc un’intera categoria lessicale, per descrivere ogni singola eccezione come una regola a sé!

Nel frattempo, i giapponesi prendono tutte le lezioni veramente sul serio: tonnellate di appunti, quadernini, notebook, note al lato del libro, esercizi (che poi sono: “Scrivi 15 volte ogni parola che hai sbagliato nell’ultimo dettato”, oppure: “Ricopia due volte il testo della lezione di questa volta” e via dicendo…) e, soprattutto, riassunti.
Ecco, l’arte del riassunto giapponese si può descrivere come un “collage”. Ovvero: non si cerca di riassumere il senso della parte assegnata, ma, semplicemente, si tende a mantenere il brano così com’è tagliando le parti secondarie. Il riassunto, dunque, altro non è che un “brano monco”, al quale mancano pezzi tagliati secondo logiche che, spesso, appaiono quantomeno discutibili. Il tutto mi ha ricordato – da vicino – il medievale concetto dell’auctoritas, secondo cui l’amanuense doveva rifarsi ad un autore classico dalla fama affermata per poter esprimere un qualsiasi tipo di enunciato e godere di credibilità. Ecco: i giapponesi, amanuensi dell’era moderna (scrivono davvero tantissimo, sia per gli ideogrammi sia per inglese), sentono innatamente il bisogno di non cambiare ciò che il libro dice, e tendono a mantenere il tutto il più possibile identico all’originale. Col risultato che, se qualcuno volesse farsi un’idea dei contenuti del brano, ciò risulta impossibile: ma visto che, in Giappone, l’arte del riassunto non implica la sua successiva comprensibilità, nessuno viene mai sfiorato da questo tipo di problemi, men che meno il Katsumoto.

Questa che viene, è una settimana di esami: vediamo cosa uscirà fuori come test! Se ci sono ancora le stesse frasi da riordinare, gli stessi buchi da riempire, gli stessi brani da riassumere che abbiamo studiato durante queste settimane, come sono convinto che sarà… beh, non farò niente, perché cambiare le cose è praticamente un’impresa disperata!
(non mi facevo così sicilianamente apatico…)

E dunque… in conclusione di tutto questo, che dire? Poveri giapponesi!

Crea un sito o un blog gratuitamente presso WordPress.com.