inGiappone

ottobre 19, 2009

Il festival scolastico – 1

Una delle tradizioni delle scuole giapponesi che più mi mancano qui in Italia è il cosiddetto “festival della scuola”. Non so bene come spiegarlo perché non abbiamo un equivalente quaggiù… ma è un evento, di durata in media di 3 giorni, che coinvolge tutta la scuola, durante il quale si organizzano diverse attività: recitazione a teatro, concerti, gare di canto, mostre dei club di arte e calligrafia, divertimenti come “stanze dell’orrore” et similia. Ci sono anche stand che vendono diversi cibi, mercatini equi e solidali, cerimonie del tè, danze di gruppo organizzate, imitazioni e prese in giro dei professori, gavettoni, falò e fuochi d’artificio. Non manca nulla, insomma.

Per farvi respirare un po’ della gioiosa (realmente gioiosa; la parola d’ordine è: divertimento) atmosfera, posterò prossimamente qualche foto ed un video.

A presto!

dicembre 27, 2008

Mai dire mai…

Quando un’immagine dice più di mille parole…

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"Alle scuole elementari i bimbi puliscono in ginocchio, passando stracci sul pavimento"

Ora, reduce da una giornata di pulizia straordinaria della scuola prima della chiusura invernale (che poi sarebbero 7 giorni… ma, considerato che in estate non chiude mai, è relativamente molto) posso aggiungere qualcosa al mio vecchio report sulle pulizie alla scuola elementare – ed anche al liceo, quando capita: gli stracci si maneggiano a mani nude e si immergono ripetutamente nel secchio dell’acqua, che, da subito gelida, diventa col passare del tempo anche alquanto sporca. Aggiungete il fatto che a scuola non c’è (molto) riscaldamento (e a questo dedicherò un post) e vi ritroverete in breve ad intingere le vostre manine congelate dentro un secchio già di suo non invitante.

effettivamente, c'è del masochistico nel non usare un mocio o qualcosa di simile...

effettivamente, c'è del masochistico nel non usare un mocio o qualcosa di simile...

Effettivamente, non è così drammatico farlo solo nei giorni di pulizia speciale… però un po’di domande sul perché non usare un qualcosa di meno faticoso me le sono poste.

Ovviamente, nell’eterno dilemma (che io comunque non mi sono mai posto, ma che a quanto pare affligge più di qualche italiano) di: “Che faccio, la butto per terra oppure aspetto il prossimo cestino?”, di certo aiuta.

(per completare il quadretto di ironia della sorte, rinfrescatevi la memoria qui e qui)

novembre 28, 2008

学校宣戦!日本対伊太利亜、第二部!

(Gaokkou sensen! Nihon tai Itaria, dai ni bu!)

Come diceva giustamente Cinciamogia, l’altroieri ho un po’sparato sulla Croce Rossa, in quanto si sa che, di scuole peggiori di quelle italiane, probabilmente non ce ne sono nemmeno in Gabon – magari, lì, nella città media, le scuole non ci sono proprio, ma, non essendoci, non possono essere dichiarate non a norma, e dunque, per gli sfortunati possessori di una coscienza burocratica, non ci sono problemi.

Comunque, dicevo: quest’oggi vorrei parlare del tema dell’insegnamento, che mi pare essere di importanza vitale nel comprendere il Giappone moderno. Ora, con un’introduzione del genere potreste aspettarvi un post altrettanto decente, ma la verità è che, non avendo né l’acume né le capacità espressive necessarie, dirò poche cose e a modo mio.

Dopo aver passato esattamente tre mesi nel ridente “Fuetsuu Koukou”, mi è chiaro lo scopo finale della scuola giapponese: passare l’esame di ammissione dell’università. Bella scoperta, direte voi: lo sanno tutti che nei licei giapponesi non si fa altro. Quello che stupisce, però, è il come, non tanto il perché: in fondo, anche in Italia ormai con le facoltà a numero chiuso bisogna passare un esame simile – anche se ovviamente è ben lontano dalla difficoltà e dal livello di pathos che si raggiunge per il corrispettivo giapponese.
Per passare quest’esame, gli studenti devono banalmente immagazzinare informazioni: una quantità immensa di informazioni, che devono necessariamente essere esatte al millimetro, come fossero ideogrammi.
Per farvi un esempio, una delle cose che più mi ha colpito è stata la simulazione dell’esame di Storia, necessario per un gran numero di facoltà universitarie, che sono andato a vedere in una classe del terzo anno: l’esame consisteva in tre fogli, dove era stampata una tabella a tre colonne. Nella colonna di sinistra, il nome della battaglia, in quella centrale uno spazio per il nome del vincitore e la sua nazionalità e in quella di destra uno spazio bianco per scrivere la data: c’erano battaglie di cui non avevo mai sentito parlare, altre delle quali il nome sì, mi suonava, ma la data… inoltre, non erano di storia giapponese ma mondiale: dall’Impero Romano alla Seconda guerra mondiale, c’erano battaglie da tutto il mondo. In pratica, azzeccando la data e il nome ti viene dato un punto, sbagliando la data anche di un solo anno la risposta è ovviamente errata. Così è per tutto: nelle espressioni di matematica si considera solo il risultato, e non il procedimento; nella scrittura degli ideogrammi ovviamente anche un solo tratto pregiudica il tutto; ad inglese vanno inserite le parole che dice il libro e vengono imparate prima: sostituirle con altre dal significato uguale non va bene e così via.

Insomma, in poche parole: un inferno di numeri, lettere, dati esatti che vanno imparati a memoria, e che non implicano alcun processo critico.

Tutto ciò diventa ancora più sconvolgente se si scoprono i metodi di insegnamento che usano i professori: si imparano a memoria passi del libro di inglese (fossero poesie, approverei, ma le avventure di Susy e Paul non mi paiono degne); durante le lezioni di “storia del mondo”, il professore fa ripetere le date a gruppi di 5, abbinandole spesso agli ideogrammi del protagonista e, ancora, passi di letteratura vengono fatti imparare a memoria e poi fatti riscrivere – pari pari – durante i compiti in classe.

Ritornando a parlare di “Storia del mondo”, che è una materia che comprende anche geografia (per ragioni oscure sulle quali è meglio non indagare), ciò che è ancora più surreale dei fogli da riempire con le date delle battaglie è il fatto che, ogni volta che si spiega la storia, venga fatta un’introduzione del paese di cui si sta parlando: cosa c’è di surreale? Le descrizioni sono di questo tipo: “La Repubblica Ceca ha per capitale Praga, è grande tot kmq…” gli studenti: “Oooh è davvero una nazione piccola, il Giappone è grande il quintuplo!” riprende a parlare il professore: “ha tot abitanti…” gli studenti: “Ooh c’è davvero poca gente, in Giappone ce ne sono dodici volte tanto!” il professore: “E’ collocata in mezzo all’Europa, guardate la cartina sul libro; la sua produzione principale erano le pistole e la birra è molto buona.”. Quello che sorprende, oltre al fatto che le spiegazioni sono tutte molto superficiali, sono i commenti degli studenti: se è una nazione è più piccola del Giappone, è minuscola, se è più grande, è enorme; se ha meno abitanti è sottopopolata, se il PIL procapite è minore è povera… e via dicendo.
Il Giappone è, insomma, il metro internazionale più diffuso, e tutto viene rapportato a lui per poter dare una giusta dimensione alle cose. Quindi: la Repubblica Ceca è piccola e piena di birra; e la data e i nomi di oggi sono Tizio, Caio e Sempronio e 1526; e tanto vi basti.

Insomma, i vari “pensa con la tua testa”, “dillo con parole tue”, “non imparare la lezioncina a memoria ma rielabora le cose che hai imparato finora”, “approfondisci sempre la lezione del giorno” e via dicendo, in Giappone non sono mai arrivati.

Si tratta solo di imparare a memoria.

Ovviamente, tutto ciò ha i suoi risvolti positivi durante le lezioni di materie scientifiche, dove le formule fanno sempre comodo, e, per astrazione, non si arriva a molto: in particolare sul problem solving, i giapponesi sono più avanti di quanto abbia visto io nella mia scuola; poi è ovvio che delle differenze tra scuola e scuola ci possono essere, ma, per quanto riguarda il Giappone, le scuole sono molto uniformate.

Per fare un esempio, il famoso “programma”: qui in Italia è un’indicazione all’insegnante, un suggerimento vago che può indicare al massimo un’idea di cosa fare nelle lezioni, ma è, appunto, un consiglio; nulla più di una vocina sussurrata che, lungi dall’avere il potere di decidere qualcosa, viene appunto preso per quello che è: un pezzo di carta. In Giappone, il programma è l’obiettivo da raggiungere a fine anno: ma, ovviamente, non è una cosa da prendere con approssimazione: da inizio anno, le lezioni di TUTTO l’anno sono programmate giorno per giorno – con tanto di tabelle stampate al computer col programma e gli esercizi giornalieri – in modo da distribuire il lavoro uniformemente su tutto il periodo dell’anno.

La scuola giapponese, insomma, è perfetta per uniformità e quantità di informazioni distribuite, ma pecca nel dare all’alunno la coscienza di sé.
Se, all’inizio, ero convinto che la scuola italiana fosse la migliore, sto iniziando a chiedermi se, alla fine, il “mantenimento dell’armonia”, che regola la società giapponese, non debba per forza passare attraverso un sistema di questo tipo, mortificante per l’individuo e terribilmente esigente.

Ora, il mantenimento dell’armonia ha, come lato principale, ha il “principio della non lamentabilità”: qualsiasi cosa di cattivo accada in Giappone, sia in politica sia in società, è un fenomeno assolutamente passeggero che non pregiudica la fiducia nelle stesse, ed è dunque inutile lamentarsi per un fatto di così risibile importanza; ciò che invece accade all’estero, quello sì che è terribile, ma per fortuna noi siamo in Giappone e siamo riparati dal vento malevolo che arriva da oltremare.
Detto così, sembra orrendamente negativo, ma è anche vero che, a forza di non vedere, alla fine – in Giappone – le malvagità alla fine scompaiono, e ciò è assolutamente utile per non farsi venire ansie che sarebbero destinate a rimanere irrisolte. E’anche vero che però, una volta scoppiato uno scandalo, gli indagati non hanno altra strada che dimettersi oppure, cosa difficile da credere ma vera, il suicidio.

La relazione che intercorre fra il succitato principio ed il sistema scolastico è evidente: non essendo dati all’alunno riferimenti tangibili sul mondo (vedi la Repubblica Ceca piena di birra), non ha nemmeno una pallida idea di come sia “l’estero”, né di come imparare dalle nazioni estere, ed inoltre non ha mai avuto occasione di ragionare attivamente in un’ottica critica: questo, oltre a rendere il club di dibattito una noia mortale, fa sì che i giapponesi non si pongano il problema di lamentarsi o meno; semplicemente, non hanno quest’opzione, e si adattano di conseguenza.

Uno dei buffi risvolti di tutto ciò è che, ad esempio, non ci si può lamentare per la mancanza della stufa (perché ancora non l’hanno installata, e si vocifera che, visto che i soldi per il riscaldamento non ci sono a causa di tagli nel budget, possiamo restare senza per tutto l’inverno): dunque, quando io muoio di freddo (in classe l’alito “condensa”… in altre parole, si può vedere), e così i miei sventurati compagni e compagne si adattano e basta: queste ultime, in particolare, hanno una gonna che copre davvero poco, quindi vanno in giro infagottate dentro coperte di pile spesse 3 centimetri. Ma non le sentirete mai lamentarsi: l’unico momento in cui diranno un tremante: “Samuuui!” (“Che freddo!”) è quando escono da scuola. Il punto è che la temperatura interna è praticamente uguale a quella esterna…

Dunque, per quanto riguarda l’insegnamento, io non mi sento di assegnare il punto a nessuna delle due squadre: il sistema italiano dipende troppo dalla buona volontà del singolo insegnante, quello giapponese non dà strumenti per pensare con la propria testa.
Si potrebbe dire che, se sono riuscito a scrivere questo post e a pormi il problema, è perché sono un prodotto del sistema italiano… ma, vi giro la domanda: preferireste un popolo di persone civili e diligenti, che però non abbia alcuna capacità di scelta, oppure un popolo di persone cui gli strumenti per pensare vengono spesso offerti, ma i cui studenti spesso non li accettano?

Io ho la sensazione che, quando ho fatto la scelta di venire a studiare in Giappone, la mia scelta l’abbia già fatta. Ma, effettivamente, non è detto che per diventare un popolo civile l’unica strada possibile debba per forza escludere la possibilità di ribattere.

novembre 26, 2008

学校宣戦!日本対伊太利亜、第一部!

(Il titolo: Gakkou sensen! Nihon tai Itaria! Ovvero: “Guerra fra scuole! Giappone contro Italia! Immaginatelo pronunciato come i nomi degli episodi dei cartoni animati in giapponese, con un’enfasi che rasenta l’ingenuo, ed avrete afferato il concetto!)

lo so che non si capisce la reale grandezza, cioè dove inizi e dove termini, ma... di foto migliori per ora non ne ho!
una parte di scuola: lo so che non si capisce la reale grandezza, cioè dove inizi e dove termini, ma… di foto migliori per ora non ne ho!

Scrivendo un commento sul blog di Nicola, ho riflettuto sul nocciolo delle differenze fra scuola italiana e giapponese e, con un titolo scherzoso che rappresenta un po’il mio stato d’animo, pensavo di proporvele, dividendo il tutto per categorie.

Strutture:
Giappone stravince, l’Italia è così al tappeto che forse non si potrà rialzare per il prossimo round. In sintesi: le scuole giapponesi hanno un’edilizia estremamente codificata, che le rende tutte immediatamente riconoscibili dal resto degli edifici e che permette di capire il grado della scuola vedendo l’edificio (ci sono delle piccole differenze fra scuole elementari, medie e licei, ma non penso valga la pena addentrarsi nei dettagli). Di questo “format” replicato centinaia di volte sul territorio fanno parte: un orologione enorme fuori dalla scuola, che serve agli studenti per regolarsi su quando entrare; aule ragionevolmente ampie – senza fronzoli né spazio in eccesso, ma con lavagne e bacheche di dimensioni generose ed un orologio ed un proiettore con relativo schermo in ogni classe; palestra (sul blog di Nicola c’è un post approfondito) grande e ben attrezzata; laboratori di chimica, biologia e geologia; aula magna; aula computer; sala per lo studio delle lingue; campo da calcio/baseball ed un numero imprecisato di aule secondarie, in cui si tengono i club.
Il mio professore mi aveva detto che il 50% delle scuole giapponesi è stato costruito prima del 1975, e dunque con standard anti-terremoto che andrebbero revisionati, e che non ci sono i soldi per rimetterle a posto perché sono stati spesi alla fine degli anni’80 in ponti faraonici e mazzette da far sembrare Tangentopoli un’inezia: dunque, ho pensato, tutto sommato non stanno messi bene neanche qui. Tuttavia, leggendo i dati italiani, che parlano di inagibilità (si dice che in Giappone l’agibilità equivalga allo standard antiterremoto, ma effettivamente un conto è l’agibilità dello stabile in condizioni normali, un conto è in caso di terremoto: se già normalmente non sta in piedi…) per il 90% degli istituti, impianto elettrico risalente a prima del 1940 (millenovecentoquaranta! Parliamo di cavi di rame che sono sopravvisuti a Mussolini e ad una Guerra Mondiale!) per il 35% ed assenza della palestra per il 40%, non posso far altro che consegnare la palma della vittoria al meritevole vincitore.

Domani, più difficile: sull’insegnamento.

Ci sarà da divertirsi, fra luoghi comuni e non.

A presto!

Marco

novembre 5, 2008

Obama!

Ebbene, questa volta mi hanno sorpreso, gli americani. Non so se per pessimismo a prescindere, per sfiducia negli americani, per il fatto che una tizia come la palin possa essere stata scelta come candidato vicepresidente, per il fatto che immaginavo l’americano medio più vicino a McCain che ad Obama, per la faccenda delle macchinette contavoti truccate, o per un misto di tutte queste, credevo che Obama non ce l’avrebbe fatta. Il suo programma mi sembrava troppo vicino alle mie idee perché fosse realizzabile: avevo la sensazione che, come 4 anni fa Bush venne rieletto, ancora una volta i “red necks”, cuore dell’America, avrebbero trionfato con il loro carico di… burinità, che McCain rappresenta davvero bene. Insomma, mi sembrava tutto troppo bello per essere vero: non so come mai, Obama aveva un che di convincente.

Ora, in tutto ciò, mi chiedo: sarà all’altezza delle aspettative? Riuscirà a tenere assieme il collage di un’America che, travolta dalla crisi finanziaria, dal picco del petrolio, dalla crescita delle economie asiatiche ed oberata dai costi della sua politica imperialista, ora come ora sembra destinata ad un brusco ed irreversibile declino? Chissà. Certo è che ormai tutti ci aspettiamo grandi cose: speriamo bene.

Cosa centra tutto questo col Giappone? C’entra, c’entra… quaggiù, il clima politico degli USA si “sente”: probabilmente per via di un retaggio dell’occupazione americana di 50 anni fa e per via degli strettissimi legami economici che stringono USA e Giappone (se crolla l’America, il Giappone, in buona misura, sprofonda con lei), le notizie dall’America sono sempre aggiornate: per queste elezioni, nel telegiornale della TV di Nagano sono stati trasmessi servizi da TUTTO il mondo, dal paese natale del nonno di Obama, in Kenia, ad Okinawa, passando per un villaggio del Montana nordorientale, dove, a quanto pare, non ci sono neri, e questo dovrebbe far perdere Obama in Montana (in effetti, non è che abbia capito molto dal servizio in giapponese xD). C’è, paradossalmente, più partecipazione alla politica americana che a quella giapponese, almeno da parte dei giovani: Obama è simpatico a tutti, e, stamattina, in buona parte delle classi, c’erano auguri di buona fortuna per lui.

A questo punto, mi viene da chiedermi: com’è la situazione in Italia? .Sciami di ragazzine urlavano “Ieesu uii ken!” (Yes we can) quando il professore di inglese entrava in classe dicendo “Obama ha vinto”?
Sono curioso di sapere se in tutto il mondo ci sia stata una così grande partecipazione popolare come qui in Giappone.

settembre 30, 2008

Torno presto!

Domani, si parte per il campo scuola!

Volete sapere il programma? Cosa faranno mai i liceali giapponesi? Si limiteranno a visitare città con aria tranquilla, scherzosa e divertirsi nel clima di rilassamento generale? Giammai! Non che non fosse lecito aspettarselo, però… caspita, mi aspettavo qualcosa di meglio che un giro turistico di 5 università con orari massacranti!

Il viaggio dura due giorni, in cui visiteremo Kyoto, Osaka e Kobe, corredate dalle relative università. Come è possibile? E’ ignoto a tutti i popoli del mondo all’infuori dei giapponesi, ma io vi svelerò il segreto: gli orari! Domani, sveglia alle 3,30 ( -.-””’ ), partenza alle 4,35 (-.-’ ) e via, verso la destinazione! Arrivo a Kyoto alle 8,35; visita della prima università; visita della seconda università, visita ad un tempio (il Suzumushi-dera) e partenza per Kobe; arrivo a Kobe alle 18; cena francese alle 19 in battello sul fiume; visita di Kobe by night; tutti in camera alle 22,30; dormire dalle 23 alle 5,15 e via verso Osaka! Ecco, il programma è questo, ed immagino che con lo straziante susseguirsi di fermate del pullman per vedere robette insignificanti (ma cosa ci vado a fare al Suzumushi-dera? Datemi il Kiyomizu piuttosto!) non ci sarà nemmeno tempo per addormentarsi.

Evvabbè, in fondo ci sono voluto andare io… vedremo un po’ se sarò abbastanza sveglio da accorgermi dei posti che visitiamo! In compenso, adotterò il trucchetto giapponese: pur in bilico nel dormiveglia, farò milioni di foto, in modo da poi potermi dire “Ohibò, ma ci sono stato davvero!”.

Oyasumi a tutti (nonostante l’orario… eh già, voglio dormire un po’ nonostante gli orari!).
Scusatemi se non rispondo ai commenti, lo farò appena torno (se sopravvivo “_”).

Marco

settembre 24, 2008

anche i giapponesi, nel loro piccolo… (updated)

Vandalizzano.

vandalismo alla giapponese -.-'

vandalismo alla giapponese -.-' (tutte queste foto sono state scattate all'interno di 5 aule diverse della mia scuola, visto che in classe mia sono riuscito a reperire solo le prime due...

C’è forse bisogno di commentare questi scandalosi abissi di degrado che vengono raggiunti nelle scuole giapponesi? E’ assurdo come tutti pensino che il Giappone sia un paese pulito e pieno di gente educata, mentre in realtà gli studenti del giorno d’oggi non mostrano alcun rispetto per le cose.

E che diamine, si facessero un giro nelle scuole Italiane (con la “I” maiuscola, sia chiaro!) ad imparare cosa sono rispetto, pulizia, ordine e disciplina!

(sì, siamo il terzo mondo)

UPDATE: visto che mi è stato richiesto, tradurrò questi osceni turpiloqui, per svelare gli abissi di depravazione che si celano dietro questi oscuri caratteri.

(i riquadri sono numerati in stile
1  2  3
4  5  6
7  8  9  sì lo so che è un metodo rude ma fin qui si spingono le mie capacità!)

1: adesivo incollato sopra una matita a mine della Pilot, modello LM250;
2: “Kubotino, buona fortuna!” (“Kubota gori kichi”, dove “Kubota” è il cognome di un mio compagno di classe, “gori” è un soprannome comune e “kichi” è lo stesso “kichi” di “Tsurikichi Sampei”, ovvero “Sampei dalla pesca fortunata”, in Italia tradotto semplicemente come “Sampei” o “Sanpei”, che dir si voglia).
3: un cuore. Quale oscuro segno massonico si nasconderà dietro questa apparentemente innocua forma?
4: la “P” dei “Pineapple heads” (teste di ananas… il bello è che il nome se lo sono scelto loro!), la band della scuola.
5: un cagnolino (a sinistra) ed una rivisitazione in chiave manieristico-post-moderna di “Pichon-kun”, la mascotte pubblicitaria della Daikin (“che afaaaa che afaa che fa! Daaaaikin la soluzione ha” xD)
6: “Tarō”, ovvero un nome”
7 e 8: questi ideogrammi sono troppo difficili, non li riesco a capire! xDDD
9: “Qui, Koryuu Kana ha fatto un esame il primo luglio, Giovedì”

Adesso, sarebbe simpatico fare un paragone con le nostrane scritte… ovvero: qui si temono gli esami e si tiene a “far notare la propria presenza” in un modo che – almeno a me – sembra quasi tenero, con scrittine “kawaii” (vedi la 5) oppure con date di esami. Posso ricordare ancora parte delle scritte che affollavano la mia vecchia aula: insulti a professori, croci celtiche, insulti a compagni, turpiloqui vari, buchi nel muro con cartacce di pizza che riempiono l’intercapedine… insomma, non c’è niente da fare, i giapponesi hanno stile anche quando vandalizzano.

settembre 15, 2008

cronache di scuola: l’inglese in Giappone

…ovvero: come dimenticare una lingua in 130 giorni.

Avevo detto che meritava un intervento a parte, ed eccomi qua! Innanzitutto, chiariamoci le idee: in Giappone l’inglese non si impara: si studia.
E questo non per la tradizionale modestia giapponese – in fondo, se uno sta imparando vuol dire che non sa l’argomento in questione, dunque non è segno di irriverenza dire: “Sto imparando” – ma per un fatto pratico: nonostante gli sforzi di generazioni di studenti, in Giappone l’inglese non lo parla <quasi> nessuno. Magari, molti lo sapranno scrivere (pur nei limiti di un’ortografia discutibile… vedi questo post di un’amica di blog), ma difficilmente le conversazioni in inglese si spingono oltre il “hau aa yuu”. Forzando la mano, ed estorcendo dalla bocca del vostro sventurato interlocutore il massimo dell’inglese, potreste ricevere uno stentato “mai faazaa iizu a hoteru furonto desuku wookaa”, il che, oltre al fatto che estrapolare l’inglese dalla pronuncia in katakana sia un’impresa, porrà in evidenza il fatto che i giapponesi non si limitano a storpiare la pronuncia delle lingue straniere per adattarle al giapponese ma vanno oltre, creando cioè, con parole straniere, espressioni giapponesi, come appunto il “furonto desuku (front desk)”, che sarebbe ciò che il resto del mondo chiama “reception”.
Anche qualora l’interlocutore sia estroverso, e dunque la conversazione possa procedere senza intoppi verso il “hau iizu yoa shizutaa (how is your sister)” ed oltre, a meno che non conosciate il giapponese alla perfezione, nei primi momenti avrete comunque difficoltà a capire se vi si stia parlando in inglese oppure in giapponese, il che, agli occhi di noi sprovveduti occidentali, potrebbe sembrare un fallimento delle politiche di insegnamento adottate nelle scuole giapponesi.
Inutile dire che, secondo Katsumoto-sensei, nulla esiste di più sbagliato. Si dice che le critiche in Giappone vengano sempre fatte con un complimento: ed io, per adattarmi alle usanze del luogo, gli ho fatto un complimento, ovvero: “certo che gli studenti giapponesi sono davvero diligenti nello studiare la grammatica inglese!”. E la risposta, piccata: “Molti hanno criticato questo punto in passato, ma studiare soprattutto la grammatica in Giappone è essenziale perché <bLa Bla blA> non ti pare?” “Oh, certo che sì!”.
Ma se studiano la grammatica, perché l’inglese non lo parla nessuno? Forse il punto non è COSA studiano ma COME lo studiano. E qui, si va di esempi pratici, perché stare a descrivere tutto mi sembra troppo oneroso. Ci sono 8 ore di inglese a settimana (OTTO!!!) suddivise in:
1) イングリシュエックスプレシャン・Ingurishu ekkusupureshan (English expression)
2) イングリシュアンダスターンヂング・Ingurishu andasutaanjingu (English understanding)
3) イングリシュライチンスキール・Ingurishu raichin skiiru (English writing skill)

1) In “English expression” si studiano le espressioni della lingua: si imparano cioè a memoria pezzi (apparentemente random) di brani del libro, e, due volte a settimana, il professore entra in mano brandendo 39 fogli bianchi, che sono i fogli del compito in classe: le cose imparate a memoria, dunque, vanno scritte sul foglio bianco. Una volta finito il tempo per scrivere, il Katsumoto dice “Exchange!”, e ci si scambia il foglio con il ragazzo (o la ragazza) del banco accanto, il/la quale provvederà a correggere il tutto guardando le frasi giuste dal libro e poi metterà il voto. Ecco, questo voto andrà poi nel registro, senza che il professore ricontrolli il tutto (che fiducia! Lo facessero in Italia, avremmo tutti 10). Metodi ottocenteschi?? Non avete ancora letto niente… xD
Dopo aver fatto il test, c’è la “lettura guidata”: si tratta di leggere il brano da cui sono state tratte le frasi random del compito in classe appresso ad un CD, senza che il CD abbia delle pause perché gli alunni ripetano. In questo modo, si crea un fantastico effetto mischiatutto, che sfocia nel più totale sbando di ciascuno che legge col suo ritmo mezza frase, ne salta un quarto e dice l’altro quarto alla velocità della luce per riprendere lo speaker originale, che nel frattempo veleggia a 3 righe di distanza. Ciliegina sulla torta, il professore che ripete anche lui (accentuando grottescamente i suoni perché gli alunni capiscano che, in fondo in fondo, un pochino l’inglese dal Waseda Eigo (inglese nipponico) differisce) passando tra i banchi per controllare che tutti stiano ripetendo a voce abbastanza alta.
Ma il meglio deve ancora venire: ora che si sono esercitati, possono ripetere da soli, in un “test di lettura”. Così, dopo aver ripetuto due volte il testo seguendo il CD, si staccano dalle parentali cure e spiccano il volo nel fantastico mondo dell’indipendenza, leggendo il testo da soli mentre il professore scrive alla lavagna i secondi (!) della lettura ottimale, che in genere sono attorno ai 60: in questo fantastico minuto, 39 voci che vanno ognuna ad un ritmo diverso affannandosi per rientrare nei famosi 60 secondi creano una sinfonia paragonabile ad un’ Ave Maria senza prete che dia il ritmo in una chiesa con pareti che fanno rimbombare la voce ed un microfono acceso collegato ad altoparlanti in sala che ripete i rimbombi vari con il ritardo di un secondo. Capite cosa intendo? Un vero e proprio dramma. Il resto delle lezioni di ekkusupreshan consistono nel dire “ooooh! In Inghilterra, le cabine telefoniche sono rosse!” oppure “oooh! Davvero in America le persone possono portare delle pistole?” e via dicendo…

2) In English understanding, come è lecito sospettare, si impara a “comprendere” l’inglese. Come? Presto detto: il libro è diviso in 20 unità (la cui programmazione è stata distribuita all’inzio dell’anno dal professore), ognuna delle quali presenta un dialogo centrale e dei dialoghi alla “spin-off” (e qui, amanti di fiction, fatevi sentire… se ci siete): dopo aver ascoltato tutti i dialoghi (in genere sono 5) in una lezione ed averli ripetuti dopo il CD seguendo lo stesso metodo del punto 1, si passa, in una seconda lezione, al compito in classe: il dialogo centrale, che già è stato letto e riletto e che quindi già conoscono, viene messo in forma “fill in the blanks”, cioè con, ogni 4 parole circa, una mancante: in tre ascolti dello stesso, noto dialogo, di cui due con pause per scrivere ogni parola, devono riuscire ad inserire tutte le parole mancanti. Ed il bello è che, alla fine, non ce la fanno! xD Il metodo per correggere i compiti in classe è sempre lo stesso: fa tutto il compagno di banco, che, si suppone, abbia un’etica incorruttibile, ed in effetti (almeno il mio) ce l’ha.

3) In English writing skill, invece, non si fa un tubo. O meglio: un’insegnante madrelingua (la mitica Jeanne-sensei) legge l’unità del giorno (composta da ben 2, dicasi due, paginette di un libricino che a malapena arriva ad un terzo del formato A4), ed il Katsu (sembra brutto, sì, lo so…), una volta che Jeanne ha finito di leggere le 5 righe della lezione (il resto sono esercizi tipo “riordina le parole” e disegnini kawaii), inizia a descrivere con schemi complicatissimi ed ideogrammi da far impallidire… me, la struttura delle frasi che ci sono in quelle striminzite righe, più qualche sfigato proverbio (tipo: “each days provides its own gifts” oppure “no pains no gains”) che aggiunge lui a caso sulle fotocopie che distribuisce (ah, dimenticavo: le fotocopie sono talmente tante che meritano un post a parte) e di alcune altre frasi che, secondo lui, sono particolarmente significative. Evvabbè! Nel frattempo, io e Jeanne-sensei facciamo comunella agli ultimi banchi ed io la faccio rosicare perché ho il sudoku sul denshi-jisho (vedi questo post), e lei no (pà-ppà-ppèèè-rò!). Ha un’età indefinita intorno ai 23 anni, e per questo una parte dello spirito adolescenziale che alberga in lei si risveglia, quando il fuoco passionale della grammatica si accende nel Katsumoto (fa strano chiamarlo “il Katsumoto”? Però… boh, in Italia alla fine ogni professore/professoressa ha il suo il/la che si rispetti!)…
Questi schemi in giapponese sono davvero complicatissimi, al punto che, un giorno, gli dovrò fare una foto… il problema è che, a quanto mi è parso di capire, i giapponesi sono un popolo di incasellatori, il che mal si concilia con lo spirito “random” (sto abusando di “random”, lo so!) dell’inglese: che fare, dunque, cambiare metodo di studio ed adattarsi alla grammatica flessibile? Non sia mai! Meglio creare ad hoc un’intera categoria lessicale, per descrivere ogni singola eccezione come una regola a sé!

Nel frattempo, i giapponesi prendono tutte le lezioni veramente sul serio: tonnellate di appunti, quadernini, notebook, note al lato del libro, esercizi (che poi sono: “Scrivi 15 volte ogni parola che hai sbagliato nell’ultimo dettato”, oppure: “Ricopia due volte il testo della lezione di questa volta” e via dicendo…) e, soprattutto, riassunti.
Ecco, l’arte del riassunto giapponese si può descrivere come un “collage”. Ovvero: non si cerca di riassumere il senso della parte assegnata, ma, semplicemente, si tende a mantenere il brano così com’è tagliando le parti secondarie. Il riassunto, dunque, altro non è che un “brano monco”, al quale mancano pezzi tagliati secondo logiche che, spesso, appaiono quantomeno discutibili. Il tutto mi ha ricordato – da vicino – il medievale concetto dell’auctoritas, secondo cui l’amanuense doveva rifarsi ad un autore classico dalla fama affermata per poter esprimere un qualsiasi tipo di enunciato e godere di credibilità. Ecco: i giapponesi, amanuensi dell’era moderna (scrivono davvero tantissimo, sia per gli ideogrammi sia per inglese), sentono innatamente il bisogno di non cambiare ciò che il libro dice, e tendono a mantenere il tutto il più possibile identico all’originale. Col risultato che, se qualcuno volesse farsi un’idea dei contenuti del brano, ciò risulta impossibile: ma visto che, in Giappone, l’arte del riassunto non implica la sua successiva comprensibilità, nessuno viene mai sfiorato da questo tipo di problemi, men che meno il Katsumoto.

Questa che viene, è una settimana di esami: vediamo cosa uscirà fuori come test! Se ci sono ancora le stesse frasi da riordinare, gli stessi buchi da riempire, gli stessi brani da riassumere che abbiamo studiato durante queste settimane, come sono convinto che sarà… beh, non farò niente, perché cambiare le cose è praticamente un’impresa disperata!
(non mi facevo così sicilianamente apatico…)

E dunque… in conclusione di tutto questo, che dire? Poveri giapponesi!

settembre 9, 2008

Scuola in Giappone (1)

Oggi inauguro una serie di post sulla scuola in Giappone: per quanto ritenga tristi gli “elenchi della lavandaia” (questa è una citazione per pochi eletti…), effettivamente, le differenze tra il nostro modo di intendere la scuola e quello giapponese sono talmente vaste che ne vale la pena.

Penso che come prima puntata basti un’introduzione generale della scuola.
Come concetto base, la scuola è vista in due modi diversi: se in Italia il tempo è interamente occupato dalle lezioni, in Giappone si ha un concetto di scuola più estensivo, che porta i tempi ad allungarsi notevolmente a beneficio di diverse pause tra un’ora e l’altra. Ad esempio, le mie lezioni iniziano alle 8:40 e finiscono alle 15:55, ma si fanno 7 ore di 45 minuti l’una: il tempo che rimane è distribuito in 4 pause da 10 minuti, 2 da 5 minuti, una da 40 minuti, 10 minuti di chiarificazione degli impegni della giornata (usanza molto giapponese) e 15 minuti di pulizia. Non so se si capisca qualcosa di questa girandola di orari, ma il concetto è che, di scuola “vera”, si fa relativamente poco (315 minuti) in confronto al tempo in cui si sta a scuola (435 minuti). Se a tutto ciò, poi, si aggiunge che esistono dei “club di attività” facoltativi, che si svolgono dopo la scuola e possono durare fino alle 6 del pomeriggio, si ha un quadro definito dell’importanza centrale che la scuola ha nella vita degli studenti giapponesi. Inoltre, spesso e volentieri (metà dei miei compagni di scuola lo fanno), dopo la scuola si va ad una “scuola di preparazione agli esami” (juku), dove ci si esercita per gli esami di ammissione all’università, che (così mi hanno detto) può durare fino alle 11 della sera – anche se effettivamente non ho trovato nessuno che ci stia dopo le 9 e mezza. Insomma, se in Italia la scuola ha un ruolo chiave, in Giappone ha anche il ruolo di serratura, ovvero il solo fatto di entrare all’università comporta studio addizionale oltre a quello delle 7 ore di scuola.

Gli edifici della scuola giapponese media seguono il concetto estensivo del tempo, ed incorporano al loro interno una serie innumerevole di aule con gli scopi più disparati, nonché un’abbondanza di campi sportivi, palestre (la mia ne ha quattro, di cui due davvero enormi, oltre alle 2 piscine – maschile e femminile – il campo da calcio, quello da baseball e la pista di atletica)… insomma, i giapponesi, per la scuola, non hanno paura di spendere. C’è, ad esempio, un intero piano dedicato solo ai club pomeridiani; una sala dedicata alle riunioni degli studenti ed una per gli insegnanti, con tanto di poltrone in pelle, un’aula per le commemorazioni scolastiche ed una per il corso di cucina, con forni a microonde e tutto ciò che serve per preparare la ricetta del giorno. Tra l’altro – ed è questo ciò che mi stupisce – io non sono in una zona particolarmente ricca, anzi. Nel mezzo delle alpi giapponesi, decentrata rispetto ai flussi turistici che investono il Nord della prefettura di Nagano, Iida è ancora una cittadina in parte rurale (come dimostra il fatto che quando torno da scuola… la gente lavora nei campi! Ed io faccio il turista che fotografa…): dunque, nulla di speciale: le scuole giapponesi medie sono così. Lontane anni-luce dalle fatiscenti aulette polverose dove generazioni di studenti condividono le stesse mattonelle annerite dal lerciume, dalla micragna che costringe a dare l’elemosina (e che elemosina…) alla chiesa per usare la loro palestra, dalle lotte fra licei che contendono lo stesso stabile e che si sottraggono le aule a vicenda in una guerra di carte bollate. In effetti, l’elenco potrebbe continuare, ma visto che ho pietà di me, che sarò costretto a ritornarci, lo faccio terminare qui.

Questo clima più “rilassato”, con pause frequenti che permettono di “staccare” tra una materia e l’altra, ha anche un riflesso – positivo – sull’atteggiamento degli studenti: ma in effetti, questo è un altro post!
I prossimi post sulla scuola saranno (penso): insegnanti, studenti, e “trivia”, ovvero piccole annotazioni e curiosità senza logica.

Vado a cena!! (e sono le 5 e mezzo del pomeriggio…)

Marco

settembre 5, 2008

cronache di scuola (1)

Oggi inauguro una serie di post semi-seri sulla vita scolastica giapponese; e visto che sono ormai ubriaco di sonno (sono le 22:45 e non avevo mai fatto così tardi da quando sono arrivato nell’amena – davvero amena – campagna giapponese) approfitterò della mia ebbrezza per scrivere di Nakamura-sensei, ovvero del Professore, con la P maiuscola, di matematica.

saita cosmos cosmos saita...

saita cosmos cosmos saita...

Orbene, Nakamura-san è un tipo simpatico già di primo acchitto: mezza età, sempre sorridente, cordiale nei saluti, brillante nella parlata e pronto ad inchinarsi (in genere si inchinano solo gli alunni, durante i saluti al cambio dell’ora). Nonostante la calvizie sia oramai incipiente, non tenta di nasconderla con gli orrendi riportini che flagellano le pelate di milioni di suoi compatrioti, il che gli fa guadagnare immediatamente 10 punti bonus. Tiene la barba sempre rasata, veste delle babucce dorate in stile Aladdin e camicie colorate (badate bene, non è cosa da poco: i colori delle scuole giapponesi sono: bianco, grigio, nero e blu, e nessuno si azzarda a cambiare la sacra cromìa) e, dulcis in fundo, durante la “foga” della spiegazione, si terge delicatamente il sudore con un asciugamanino rosa di “Tonari no Totoro”, che da solo potrebbe valergli una candidatura al professore più autoironico della scuola.

In ogni caso, se ciò non bastasse impiega anche del suo per rendersi simpatico durante l’insegnamento: le sue lezioni sono spesso divertenti, il che per un prof di matematica non è da poco. Inoltre, parla in modo informale, rivolgendosi a noi studenti col linguaggio che si usa da pari a pari… come non adorare un tizio così? Le spiegazioni in classe, in puro stile giapponese, sono costellate da miriadi di fogli di carta, che spiegano passo per passo ciò che sta facendo alla lavagna, quindi non capire, nonostante il giapponese, è davvero difficile. In più, dacché è cortese, mentre spiega mi mette anche i sottotitoli in inglese, che si prepara a casa, alle parole più complicate: come non adorare uno così?

Ma la parte più divertente non è ancora arrivata. Per rendere le formule di trigonometria meno indigeste, si inventa delle frasette che aiutano a ricordarle, le quali frasette sono spesso simpatiche, allitteranti, oppure dal suono divertente. Ad esempio: seno di (alfa + beta) = seno di alfa x coseno di beta  +  coseno di alfa x seno di beta diventa: saita cosmos cosmos saita (in giapponese: è fiorito il cosmos il cosmos è fiorito); tangente di (alfa + beta) = 1 – (tangente di alfa x tangente di beta) esimi di (tangente di alfa + tangente di beta) diventa  “ìchi hìku tàn tàn tàn pùra tàn” (in giapponese: uno meno tan tan tan più tan).

Ogni tanto si confonde e recupera “con stile” fingendo di averlo fatto apposta per vedere se eravamo attenti, salvo poi ridere anche lui negando il tutto… un’ultima cosa però, per descrivere questo soggetto: la correzione dei compiti in classe. Le immagini parlano da sole…

Pikachu che mi invita a "tenere duro", messo accanto ad un errore nel compito di matematica....Pikachu mi invita a “tenere duro”, accanto ad un mio errore nel compito di matematica! (in giapponese: ganbare!)
ad un altro compito di matematica ho preso punteggio pieno... ed un altro Pokémon (non so il nome...) mi dice "complimenti!"

ad un altro compito di matematica ho preso punteggio pieno... ed un altro Pokémon (non so il nome...) mi dice "complimenti!"(in giapponese "sugoi!" lett. "fico")

Insomma… grazie Nakamura-sensei! (comunque, per i Pokémon un “xDDDD” ci sta tutto).

Per oggi è (quasi) tutto… magari posto un quiz, vediamo se indovinate!!
Marco

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