inGiappone

febbraio 19, 2009

Impressioni macroeconomiche?

Penso che chiunque tra noi appassionati di Giappone abbia notato il tracollo del PIL giapponese, -3,3% reale (e -12,7% annualizzato) nel IV trimestre, a chiudere un anno tutto in discesa.

Ora, la mia passione per l’economia è relativa, così come lo sarà il vostro interesse, ma un simpaticissimo articolo su “il Giornale” – che non merita un link – mi ha fatto riflettere. Si diceva, in soldoni, seguendo un sillogismo dalla logica (in?)appuntabile, che il PIL giapponese cala, dunque il Giappone è al tramonto, con lui i giapponesi, che avevano invaso il mondo con i loro prodotti e che ora invece sono ridotti in stracci; e ben sta loro!

A parte il tono risentito ed invidioso che traspariva tra le righe, con un sommesso risolino di “mal comune mezzo gaudio” unito ad un sottile razzismo (sic), mi ha fatto riflettere il fatto che abbia tanta importanza un dato negativo sul PIL, e mi sono preoccupato che qualcuno, anche tra i bene intenzionati, potesse sopravvalutarlo, giungendo alla conclusione che si possa ormai parlare di “sol calante”.

Non che io voglia negare i mali che derivano da una economia in rosso pesante, oppure il fatto che il futuro del Giappone non sia certo quello di avere il peso che ha (ancora [per poco]) oggi, ma mi piacerebbe richiamare l’attenzione sull’ipervalutazione che l’economia ha oggi. Personalmente, sono stupito che si possa arrivare a liquidare in quattro e quattr’otto un paese intero, con una cultura millenaria e solide basi e tradizioni, sulla base di dati macroeconomici negativi.

Per me, il fatto che, anche in Giappone, ci sia crisi economica è non solo occasione di riflessione sull’effettiva “umanità” dei giapponesi (vedete ad esempio ciò che ha fatto il ministro delle Finanze qui a Roma…) e sull’incapacità e la corruzione della loro inetta classe politica (fatta con lo stesso stampino, storto, di quella italiana), ma anche sulla polarizzazione che abbiamo verso degli indici che, pur indicativi a livello generale, hanno con la vita quotidiana un’incidenza che spesso è relativa. Non che l’indice di disoccupazione non salga, che non ci siano licenziamenti di massa, che non manchi l’ingenuo ottimismo che il nostro modello di crescita infinita è solito darci, ma… sinceramente: basta considerare l’economia come fine ultimo delle nostre estemporanee esistenze. Troviamoci qualcos’altro da fare, basta angosciarsi con questi millemila acronimi improbabili che misurano le nostre ipertrofiche economie.

Si potrebbe dire che i giapponesi eccedano nella tendenza alla produttività, che siano esageratamente target-oriented: non sarebbe loro proficuo prendere qualche altra batosta, tanto per ricordarsi che, oltre all’azienda, esiste anche la vita?
Quasi quasi, non mi dispiacerebbe un sano tracollo economico, con conseguente ristrutturazione e stabilizzazione ad un livello più basso: tutto in fondo, arrivati a un punto morto – dove effettivamente siamo, bloccati da una visione del mondo che risale a Bretton Woods – è giusto tornare indietro e riconsiderare alternative precedementemente scartate, evitando anche il collasso del pianeta nel contempo.

Non mi dispiacerebbe.

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