inGiappone

dicembre 30, 2008

Maturità

Stavo leggendo, quest’oggi, blog di persone sparse per il mondo, e non ho potuto fare a meno di confrontare le mie impressioni con le loro, ed anche il tipo di programma.
Sarà che è ormai giunto il tempo di trarre le conclusioni.

Innanzitutto, la mia esperienza è stata diversa dalla maggioranza quelle che ho letto. Mentre in genere gli studenti all’estero possono fraternizzare con qualche compagno di (s)ventura proveniente dall’estero, io non ho avuto nulla di simile; al contrario, incontrare persone dallo stesso programma è formalmente proibito, in quanto “avrebbe potuto distogliere la nostre attenzione dai giapponesi”.
Insomma, fosse stato solo il divieto lo avrei ignorato tranquillamente, ma il fatto è che i giapponesi “pensano avanti”, ed hanno fatto in modo che nessuno dei partecipanti al programma capitasse vicino a qualcun altro, in modo da essere in “full immersion” tra i giapponesi.

All’inizio, non avevo particolari rimostranze verso questo metodo, ma devo ammettere che a lungo andare qualcuno – straniero – con cui parlare liberamente del Giappone diventa necessario: non penso che sia per mancanza di amici o per “voglia di trasgressione”, o qualsiasi cosa del genere. Semplicemente, a lungo andare, scambiarsi informazioni e punti di vista ed esprimere opinioni libere senza aver paura di scatenare il finimondo è un sostegno vitale – specialmente in un posto come il Giappone, dove, come diceva Fabiana in un commento al post di ieri, pur col passare del tempo non ci potrà mai sentire completamente a casa. Uno straniero è insomma una voce pronta a darti un punto di vista che non sia né il tuo né quello di 127 milioni di giapponesi, il che è, spesso, impagabile.

Prendiamo, ad esempio, io all’interno della mia classe. Ho avuto relazioni sociali discrete, con ottime probabilità migliori – in quantità – di quelle che ho in Italia e che avrò (forse) al ritorno; non mi manca la gente con cui parlare né gli amici con cui uscire al centro commerciale o al karaoke: eppure, sento che manca profondità. Profondità negli occhi che incroci con lo sguardo, profondità nei discorsi che escono ciclicamente con gli amici, profondità nel riflettere su se stessi, sulle proprie vite, sul proprio passato e sulla propria nazione: c’è bisogno disperato di profondità, in questa nazione.

Discorsi che non sfondano mai la soglia delle “varie ed eventuali”, interesse per l’Italia che si limita ad “elencami i nomi delle griffes di borse” o “che buono il tiramisù, vieni a prepararlo a casa mia?”, voglia di cimentarsi nelle sfide del mondo che lèvati – lèvati queste balzane idee dalla testa e grugnisci nel tuo piccolo porcile, perché… chi te lo fa fare di andare in uno più grande? – sono la stragrande maggioranza.

Non esiste l’interesse per l’estero in quanto tale: è come se fosse un mondo a parte, buono per fare scarpe firmate e pasta (di cui sbagliare invariabilmente il nome); magari potrà avere monumenti che valga la pena di visitare – quantunque in effetti siano luoghi pericolosi – ma non è un “posto” con serie pretese.
Ciò che mi ha più sorpreso è stato proprio il totale distacco tra Giappone, nazione dove si può vivere, e l'”estero” (alla giapponese, “Oltre il mare”), sconosciuto e periglioso luogo delle fate, dove vivono persone dalle abitudini strane (memorabili gli sticker che spiegano “l’abitudine dell’abbraccio”), da compatire sì con un sorriso ed aria bonaria, ma non un’alternativa seria alla Nazione con la enne maiuscola, e nemmeno qualcosa che valga la pena approfondire più di tanto.
Non che manchino le domande di rito – quelle mai! – ma un sano e genuino interesse per chi vive in maniera diversa dalla propria, una curiosità di fondo che abbia come base la capacità di porsi domande ed interrogarsi sulla propria condizione, queste sono totalmente assenti nella stragrande maggioranza delle persone**.

I ragazzi, in particolare, a 17 anni sono ancora bambini. Non li sfiorano desideri da “mondo degli adulti”, quali, che so, costruirsi una vita indipendente, ma passano la loro infanzia in un mondo assolutamente ovattato, scollegato dalla realtà sia giapponese che straniera, in cui hanno sì doveri pressanti – lo studio – ma che, tutto sommato, non presenta grosse difficoltà: “Il difficile non è imparare a memoria ma usare la testa”, diceva sempre la maestra Andreina (lo diceva davvero)… dopo 13 anni capisco cosa intendesse dire. La stessa campana di vetro li protegge durante l’adolescenza, nella quale, dal loro keitai, non arrivano pericolose ideologie che potrebbero sviarli né indizi che non tutto il mondo sia uguale al Giappone, ed anche durante il periodo adulto: guardando la tv giapponese, non si ha mai l’impressione che esista altro che il Giappone. Per fare un esempio, durante le olimpiadi, se in una certa disciplina non ci sono giapponesi che hanno preso medaglie, in tg non se ne parla; se un giapponese è medaglia di argento non si sa di chi sia la medaglia d’oro né quella di bronzo; lo stesso si applica a calamità naturali, guerre, votazioni e chi più ne ha più ne metta.

Tutto ciò può portare a risultati, se non paradossali, quantomeno divertenti, come quando, chiedendo ad un tizio tornato da un programma di scambio in Nuova Zelanda come fosse stato il viaggio, mi sono sentito rispondere: “Noioso. In NZ non ci sono giapponesi”. Come controbattere ad una risposta di siffatta ingenuità? E’ questo quello che ha imparato in un anno di vita all’estero? Tutte qui le osservazioni, le scoperte, le differenze, le sorprese che provengono dalla visita di un universo parallelo? No. Ha aggiunto: “Non ci sono nemmeno i canguri”. Meglio non guardare oltre – se proprio siete pettegoli e non vi sapete trattenere – la siepe del vicino.

Il Giappone, è, insomma, soddisfatto di se stesso al punto di non curarsi di ciò che esiste al di fuori di lui. Soddisfazione reale o presunta? Reale, direi: la generazione che fu sconfitta durante la Seconda Guerra Mondiale (che qui viene normalmente chiamata – coincidenza? – “Guerra del Pacifico”, a sottintendere, ancora, che non si sia combattuto altrove…) ha ottenuto un progresso tangibile. Non c’è motivo, però, per cui debba trasformarsi nella hybris che già tradì il dantesco Ulisse. Silenziando le opportunità che provengono da uno scambio culturale a livello profondo, il Giappone perde linfa vitale per una società statica ed incapace di muoversi oltre il sistema che l’ha spinta per gli ultimi 60 anni, e che, pur rivelatosi fallimentare dai tempi dello scoppio della bolla speculativa, rimane immutato nel più siciliano degli immobilismi.

Ciò che può sembrare paradossale per una nazione prospera e nazionalista come il Giappone è che i giapponesi, di loro, non hanno consapevolezza della grandiosità del loro paese a livello internazionale. Da questo punto di vista, sono sorprendentemente immaturi: non riescono a vedersi in maniera obiettiva e sono immersi nell’insicurezza – prima che dell’oscuro estero – del loro stesso paese. E’ per questo che qualsiasi operazione di “internazionalizzazione” non ha mai avuto successo: manca una base su cui attaccare il sentimento di internazionalità, manca la consapevolezza della propria nazione.
Senza conoscere te stesso, perché vorresti conoscere un estraneo? Immagino che questo sia il ragionamento che fanno, più o meno inconsciamente, i giapponesi, e che ho provato con la stragrande maggioranza delle persone sulla mia stessa pelle***.

E’ ironico che io sia arrivato a queste conclusioni dopo essere scappato a gambe levate dal provincialismo italiano, dalla Lega razzista che va in tv un giorno sì e l’altro pure tra gli applausi dell’italiano medio, aspettandomi che, nella nazione del buddhismo zen e della meditazione, ci fosse coraggio di riflettere: non c’è nulla di più edificante di essere smentiti dalla realtà. A volte, in maniera clamorosa.

(* non che tentare di riflettere in profondità possa sempre dare risultati positivi: guardate me, ad esempio… sono comunque sempre stato di quelli che “Meglio provarci e fallire piuttosto che ridere degli altri che falliscono”)

(** non per la mia okaasan, che colgo l’occasione per ringraziare profondamente, e che mi ha aiutato, in questi quattro mesi, a rielaborare molto di quello che ho scritto qui)

(*** ci sono anche le eccezioni, come i Masahiro ed Haruki, nonché Yoshiyuki che al party non c’era, che ho mostrato nel post del karaoke; ma, su 40 compagni di classe, 35 sono “Della tipologia che vedete in sovraimpressione”)

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