inGiappone

settembre 14, 2008

Yakisoba (2)

L’altra volta avevo postato un “antipasto” di Yakisoba, oggi vi spiego come si mangiano e con cosa si preparano.

ecco l'inizio

inzio

All’inizio, si versano nella padellona (davvero -ona, la quantità di soba che riesce ad entrare è impressionante) tutti gli ingredienti, che sono, a quanto ho capito, assolutamente liberi: esistono diversi tipi di yakisoba, ed ognuno ha i suoi. I nostri, comunque, hanno una serie di verdure (tra cui quelle che conosco sono: cipolle, germogli di soia e lattuga… il resto sono ignote), e della carne di maiale molto morbida e saporita.

mescolare attentamente (il mio fratellone è il cuoco)

mescolare attentamente (il mio fratellone è il cuoco)

Comunque, si inseriscono carne e verdure insieme dopo aver unto la padella, ed una volta che inziano a rosolare e predere colore si versa la pasta.

l'aggiunta dei soba

step 3: l'introduzione della pasta

Tanta pasta.
E, infine, si aggiunge la salsa!!!

eccoli dopo aver aggiunto la salsa!

eccoli dopo aver aggiunto la salsa!

Ora, si prendono con una posatona centrale oppure con le proprie bacchette, e sono pronti ad essere mangiati!! Che ve ne pare??

*questa parte del post è dedicata a… me stesso, che adoro i preparati istantanei giapponesi, i loro pacchettini con le linee tratteggiate e tipi di colla differenti che ti fanno capire fin dove aprire la scatola, con istruzioni ed avvisi che non stonerebbero su una testata nucleare e che, secondariamente, alla fine sono anche buoni*

Il processo vi sembra macchinoso? In effetti richiede tempo… per questo, migliaia di scienziati giapponesi, chiusi nei loro oscuri cubicoli, hanno partorito una geniale idea: gli yakisoba istantanei! Visto che non potevo esimermi dall’assaggiarli, vi mostro anche una piccola guida, che potrebbe tornarvi utile nel caso in cui decideste di comprare una scatola di yakisoba istantanei senza saper leggere le (minuziose) istruzioni sulla scatola.
Qui sotto, il pacchetto, tipicamente giapponese in quanto a spreco di plastica per impacchettare il tutto…

"Yakisoba con salsa"

sulla scatola: "Yakisoba con salsa"

Scartata la prima plastica, si arriva all’imballaggio vero e proprio, che funzionerà anche come contenitore degli yakisoba:

La luuuunga serie di istruzioni...

La luuuunga serie di istruzioni...

Si apre dal lato in basso a destra, e ci si ritrova con queste salse:

salse

salse

da aggiungere alla fine… versare l’acqua dentro il contenitore, aspettare tre minuti e… voilà! il gioco è quasi fatto. Non facendovi scoraggiare dal colorito mortaccino, e dall’aspetto brodoso del tutto, seguendo le istruzioni, tirate via la seconda linguetta (quella in alto a sinistra) e svuotate l’acqua (bollente):

ecco come si presenta il buco dopo aver tolto la linguetta

ecco come si presenta il buco dopo aver tolto la linguetta

Ecco, a questo punto i soba sono pressappoco così:

ecco, quando dicevo non fatevi scoraggiare intendevo questo

ecco, quando dicevo non fatevi scoraggiare intendevo questo

Aggiungendo le due salse di cui sopra, e mescolando abbondantemente, il tutto migliora un po’, pur perdendo la quadrata compostezza che ha finora contraddistinto il tutto:

ecco la fine del procedimento! più difficile a dirsi che a farsi!

ecco la fine del procedimento! più difficile a dirsi che a farsi!

Ora, sono pronti per essere mangiati! E… con mia grande sorpresa, sono anche buoni!

Itadakimaaaaaasu!

settembre 9, 2008

Scuola in Giappone (1)

Oggi inauguro una serie di post sulla scuola in Giappone: per quanto ritenga tristi gli “elenchi della lavandaia” (questa è una citazione per pochi eletti…), effettivamente, le differenze tra il nostro modo di intendere la scuola e quello giapponese sono talmente vaste che ne vale la pena.

Penso che come prima puntata basti un’introduzione generale della scuola.
Come concetto base, la scuola è vista in due modi diversi: se in Italia il tempo è interamente occupato dalle lezioni, in Giappone si ha un concetto di scuola più estensivo, che porta i tempi ad allungarsi notevolmente a beneficio di diverse pause tra un’ora e l’altra. Ad esempio, le mie lezioni iniziano alle 8:40 e finiscono alle 15:55, ma si fanno 7 ore di 45 minuti l’una: il tempo che rimane è distribuito in 4 pause da 10 minuti, 2 da 5 minuti, una da 40 minuti, 10 minuti di chiarificazione degli impegni della giornata (usanza molto giapponese) e 15 minuti di pulizia. Non so se si capisca qualcosa di questa girandola di orari, ma il concetto è che, di scuola “vera”, si fa relativamente poco (315 minuti) in confronto al tempo in cui si sta a scuola (435 minuti). Se a tutto ciò, poi, si aggiunge che esistono dei “club di attività” facoltativi, che si svolgono dopo la scuola e possono durare fino alle 6 del pomeriggio, si ha un quadro definito dell’importanza centrale che la scuola ha nella vita degli studenti giapponesi. Inoltre, spesso e volentieri (metà dei miei compagni di scuola lo fanno), dopo la scuola si va ad una “scuola di preparazione agli esami” (juku), dove ci si esercita per gli esami di ammissione all’università, che (così mi hanno detto) può durare fino alle 11 della sera – anche se effettivamente non ho trovato nessuno che ci stia dopo le 9 e mezza. Insomma, se in Italia la scuola ha un ruolo chiave, in Giappone ha anche il ruolo di serratura, ovvero il solo fatto di entrare all’università comporta studio addizionale oltre a quello delle 7 ore di scuola.

Gli edifici della scuola giapponese media seguono il concetto estensivo del tempo, ed incorporano al loro interno una serie innumerevole di aule con gli scopi più disparati, nonché un’abbondanza di campi sportivi, palestre (la mia ne ha quattro, di cui due davvero enormi, oltre alle 2 piscine – maschile e femminile – il campo da calcio, quello da baseball e la pista di atletica)… insomma, i giapponesi, per la scuola, non hanno paura di spendere. C’è, ad esempio, un intero piano dedicato solo ai club pomeridiani; una sala dedicata alle riunioni degli studenti ed una per gli insegnanti, con tanto di poltrone in pelle, un’aula per le commemorazioni scolastiche ed una per il corso di cucina, con forni a microonde e tutto ciò che serve per preparare la ricetta del giorno. Tra l’altro – ed è questo ciò che mi stupisce – io non sono in una zona particolarmente ricca, anzi. Nel mezzo delle alpi giapponesi, decentrata rispetto ai flussi turistici che investono il Nord della prefettura di Nagano, Iida è ancora una cittadina in parte rurale (come dimostra il fatto che quando torno da scuola… la gente lavora nei campi! Ed io faccio il turista che fotografa…): dunque, nulla di speciale: le scuole giapponesi medie sono così. Lontane anni-luce dalle fatiscenti aulette polverose dove generazioni di studenti condividono le stesse mattonelle annerite dal lerciume, dalla micragna che costringe a dare l’elemosina (e che elemosina…) alla chiesa per usare la loro palestra, dalle lotte fra licei che contendono lo stesso stabile e che si sottraggono le aule a vicenda in una guerra di carte bollate. In effetti, l’elenco potrebbe continuare, ma visto che ho pietà di me, che sarò costretto a ritornarci, lo faccio terminare qui.

Questo clima più “rilassato”, con pause frequenti che permettono di “staccare” tra una materia e l’altra, ha anche un riflesso – positivo – sull’atteggiamento degli studenti: ma in effetti, questo è un altro post!
I prossimi post sulla scuola saranno (penso): insegnanti, studenti, e “trivia”, ovvero piccole annotazioni e curiosità senza logica.

Vado a cena!! (e sono le 5 e mezzo del pomeriggio…)

Marco

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