inGiappone

gennaio 6, 2009

Tanto per…

Filed under: Uncategorized — marco @ 10:55 pm
Tags: , , , ,

Tanto per colmare il vuoto della mia assenza… una foto dal viaggio a Kyoto.

lo splendido... [] in autunno

lo splendido ... in autunno

Per i più esperti… che tempio è?

Annunci

gennaio 4, 2009

終り

Ebbene, quantunque io non senta assolutamente l’impellenza di tornare in Italia, né mi paia possibile che domani io debba lasciare Iida, le valigie che si accumulano nella mia stanza – che, in effetti, ormai sembra più la tendopoli di un rave party all’arrivo di poliziotti e cani antidroga – suggeriscono che domani sia effettivamente il giorno della partenza.

Grazie a tutti per avermi letto costantemente ed aver arricchito il blog con preziosi commenti!

Una volta tornato in Italia, continuerò ad aggiornarlo… chissà, forse con minore frequenza, ma sono ancora pieno di materiale da pubblicare!

Ora… si torna. Vedremo un po’ come sarà Roma.

gennaio 3, 2009

108

Uno degli eventi che non può mancare nel Capodanno tradizionale giapponese è il suono della campana (鐘・Kane): a partire da mezzanotte, 108 rintocchi, distanziati ciascuno di circa 2 secondi dalla fine del rumore di quello del precedente (che è in effetti piuttosto persistente, e varia a seconda di ogni campana), scandiscono la gelida aria invernale.

la campana del nostro tempio di fiducia

la campana del nostro tempio di fiducia

Perché 108? Perché 108 sono i desideri malvagi (煩悩・Bonnou: ad esempio, avidità, sete di potere ecc ecc) che rovinano le vite degli uomini impedendogli di arrivare alla felicità: ad ogni rintocco della campana, ne viene scacciato uno, in modo da poter essere felici l’anno che verrà.

Inutile dire che avrei ucciso per suonare la campana, ma, per fortuna di chi stava prima di me, non si è reso necessario…!

notare l aria mistica dell oshousan (altrimenti noto come bonzo)

notare l'aria mistica dell oshousan (altrimenti noto come bonzo) ed i miei occhi spiritati, nonché l'abbondante dose di strati che mi fa sembrare ancora più ingrassato di quanto già non sia

Buon anno!

gennaio 1, 2009

Kimono!

Poteva forse mancare il kimono, nella festività più tradizionale dell’anno?

Che fatica, indossarlo… ma che soddisfazione!

di fronte alla porta di casa, prima di uscire per la cena a casa degli zii

di fronte alla porta di casa, prima di uscire per la cena a casa degli zii

Ho scoperto parecchie cose, tra cui che:
– è caldo come una giacca a vento
– impedisce i movimenti in una maniera spaventosa
– la sottoveste di lana non prude
– gli obi elastici costano un occhio della testa, per non parlare delle stoffe (il che mi ha fatto capire perché okaasan mi disse, vedendo un kimono dall’equivalente di 2’000€ al centro commerciale: “Quanto sono diventati economici! Non c’è più la qualità di una volta…”)
– i giapponesi hanno piedini davvero minuscoli (roba che il mio modesto 43,5 straripa abbondantemente dalle calze di misura più grande disponibile)
– le maniche hanno un disegno peculiare
– gli uomini sono mooooolto più fortunati delle donne, per quanto riguarda l’indossarlo
– corregge la postura (in effetti, non puoi mica portare un vero kimono con la gobba: dunque, dritti con la schiena! La mia posturologa sarebbe stata orgogliosa di me… xD)

Questo e molto altro… magico kimono!

(certo che se, putacaso, me lo regalassero [ma io sono vaghissimo eh! xDDD], in Italia quando me lo potrei mettere?)

新年明御目出度御座!

しん ねん あ           お  め  で  と   ご  ざ

新年明けまして御目出度う御座います!

(da leggere: shinnen akemashite omedetou gozaimasu! Sia i kanji per “omedetou” che quelli per “gozaimasu”, in effetti, non si usano in quanto desueti, ma vabbè… così fa più fico, no?)

Auguri a tutti per un buon anno nuovo!

In effetti, dubito che il nuovo anno possa per me essere splendido quanto questa seconda metà di 2008 in Giappone… ma vabbè, pare che io sia in controtendenza, quest’anno!

Ancora auguri a tutti!

Marco

(^_^)

P.S. A chi fosse curioso del Capodanno giapponese, chiedo di pazientare ancora un po’ per la descrizione! Yoroshiku ne!

dicembre 30, 2008

Maturità

Stavo leggendo, quest’oggi, blog di persone sparse per il mondo, e non ho potuto fare a meno di confrontare le mie impressioni con le loro, ed anche il tipo di programma.
Sarà che è ormai giunto il tempo di trarre le conclusioni.

Innanzitutto, la mia esperienza è stata diversa dalla maggioranza quelle che ho letto. Mentre in genere gli studenti all’estero possono fraternizzare con qualche compagno di (s)ventura proveniente dall’estero, io non ho avuto nulla di simile; al contrario, incontrare persone dallo stesso programma è formalmente proibito, in quanto “avrebbe potuto distogliere la nostre attenzione dai giapponesi”.
Insomma, fosse stato solo il divieto lo avrei ignorato tranquillamente, ma il fatto è che i giapponesi “pensano avanti”, ed hanno fatto in modo che nessuno dei partecipanti al programma capitasse vicino a qualcun altro, in modo da essere in “full immersion” tra i giapponesi.

All’inizio, non avevo particolari rimostranze verso questo metodo, ma devo ammettere che a lungo andare qualcuno – straniero – con cui parlare liberamente del Giappone diventa necessario: non penso che sia per mancanza di amici o per “voglia di trasgressione”, o qualsiasi cosa del genere. Semplicemente, a lungo andare, scambiarsi informazioni e punti di vista ed esprimere opinioni libere senza aver paura di scatenare il finimondo è un sostegno vitale – specialmente in un posto come il Giappone, dove, come diceva Fabiana in un commento al post di ieri, pur col passare del tempo non ci potrà mai sentire completamente a casa. Uno straniero è insomma una voce pronta a darti un punto di vista che non sia né il tuo né quello di 127 milioni di giapponesi, il che è, spesso, impagabile.

Prendiamo, ad esempio, io all’interno della mia classe. Ho avuto relazioni sociali discrete, con ottime probabilità migliori – in quantità – di quelle che ho in Italia e che avrò (forse) al ritorno; non mi manca la gente con cui parlare né gli amici con cui uscire al centro commerciale o al karaoke: eppure, sento che manca profondità. Profondità negli occhi che incroci con lo sguardo, profondità nei discorsi che escono ciclicamente con gli amici, profondità nel riflettere su se stessi, sulle proprie vite, sul proprio passato e sulla propria nazione: c’è bisogno disperato di profondità, in questa nazione.

Discorsi che non sfondano mai la soglia delle “varie ed eventuali”, interesse per l’Italia che si limita ad “elencami i nomi delle griffes di borse” o “che buono il tiramisù, vieni a prepararlo a casa mia?”, voglia di cimentarsi nelle sfide del mondo che lèvati – lèvati queste balzane idee dalla testa e grugnisci nel tuo piccolo porcile, perché… chi te lo fa fare di andare in uno più grande? – sono la stragrande maggioranza.

Non esiste l’interesse per l’estero in quanto tale: è come se fosse un mondo a parte, buono per fare scarpe firmate e pasta (di cui sbagliare invariabilmente il nome); magari potrà avere monumenti che valga la pena di visitare – quantunque in effetti siano luoghi pericolosi – ma non è un “posto” con serie pretese.
Ciò che mi ha più sorpreso è stato proprio il totale distacco tra Giappone, nazione dove si può vivere, e l'”estero” (alla giapponese, “Oltre il mare”), sconosciuto e periglioso luogo delle fate, dove vivono persone dalle abitudini strane (memorabili gli sticker che spiegano “l’abitudine dell’abbraccio”), da compatire sì con un sorriso ed aria bonaria, ma non un’alternativa seria alla Nazione con la enne maiuscola, e nemmeno qualcosa che valga la pena approfondire più di tanto.
Non che manchino le domande di rito – quelle mai! – ma un sano e genuino interesse per chi vive in maniera diversa dalla propria, una curiosità di fondo che abbia come base la capacità di porsi domande ed interrogarsi sulla propria condizione, queste sono totalmente assenti nella stragrande maggioranza delle persone**.

I ragazzi, in particolare, a 17 anni sono ancora bambini. Non li sfiorano desideri da “mondo degli adulti”, quali, che so, costruirsi una vita indipendente, ma passano la loro infanzia in un mondo assolutamente ovattato, scollegato dalla realtà sia giapponese che straniera, in cui hanno sì doveri pressanti – lo studio – ma che, tutto sommato, non presenta grosse difficoltà: “Il difficile non è imparare a memoria ma usare la testa”, diceva sempre la maestra Andreina (lo diceva davvero)… dopo 13 anni capisco cosa intendesse dire. La stessa campana di vetro li protegge durante l’adolescenza, nella quale, dal loro keitai, non arrivano pericolose ideologie che potrebbero sviarli né indizi che non tutto il mondo sia uguale al Giappone, ed anche durante il periodo adulto: guardando la tv giapponese, non si ha mai l’impressione che esista altro che il Giappone. Per fare un esempio, durante le olimpiadi, se in una certa disciplina non ci sono giapponesi che hanno preso medaglie, in tg non se ne parla; se un giapponese è medaglia di argento non si sa di chi sia la medaglia d’oro né quella di bronzo; lo stesso si applica a calamità naturali, guerre, votazioni e chi più ne ha più ne metta.

Tutto ciò può portare a risultati, se non paradossali, quantomeno divertenti, come quando, chiedendo ad un tizio tornato da un programma di scambio in Nuova Zelanda come fosse stato il viaggio, mi sono sentito rispondere: “Noioso. In NZ non ci sono giapponesi”. Come controbattere ad una risposta di siffatta ingenuità? E’ questo quello che ha imparato in un anno di vita all’estero? Tutte qui le osservazioni, le scoperte, le differenze, le sorprese che provengono dalla visita di un universo parallelo? No. Ha aggiunto: “Non ci sono nemmeno i canguri”. Meglio non guardare oltre – se proprio siete pettegoli e non vi sapete trattenere – la siepe del vicino.

Il Giappone, è, insomma, soddisfatto di se stesso al punto di non curarsi di ciò che esiste al di fuori di lui. Soddisfazione reale o presunta? Reale, direi: la generazione che fu sconfitta durante la Seconda Guerra Mondiale (che qui viene normalmente chiamata – coincidenza? – “Guerra del Pacifico”, a sottintendere, ancora, che non si sia combattuto altrove…) ha ottenuto un progresso tangibile. Non c’è motivo, però, per cui debba trasformarsi nella hybris che già tradì il dantesco Ulisse. Silenziando le opportunità che provengono da uno scambio culturale a livello profondo, il Giappone perde linfa vitale per una società statica ed incapace di muoversi oltre il sistema che l’ha spinta per gli ultimi 60 anni, e che, pur rivelatosi fallimentare dai tempi dello scoppio della bolla speculativa, rimane immutato nel più siciliano degli immobilismi.

Ciò che può sembrare paradossale per una nazione prospera e nazionalista come il Giappone è che i giapponesi, di loro, non hanno consapevolezza della grandiosità del loro paese a livello internazionale. Da questo punto di vista, sono sorprendentemente immaturi: non riescono a vedersi in maniera obiettiva e sono immersi nell’insicurezza – prima che dell’oscuro estero – del loro stesso paese. E’ per questo che qualsiasi operazione di “internazionalizzazione” non ha mai avuto successo: manca una base su cui attaccare il sentimento di internazionalità, manca la consapevolezza della propria nazione.
Senza conoscere te stesso, perché vorresti conoscere un estraneo? Immagino che questo sia il ragionamento che fanno, più o meno inconsciamente, i giapponesi, e che ho provato con la stragrande maggioranza delle persone sulla mia stessa pelle***.

E’ ironico che io sia arrivato a queste conclusioni dopo essere scappato a gambe levate dal provincialismo italiano, dalla Lega razzista che va in tv un giorno sì e l’altro pure tra gli applausi dell’italiano medio, aspettandomi che, nella nazione del buddhismo zen e della meditazione, ci fosse coraggio di riflettere: non c’è nulla di più edificante di essere smentiti dalla realtà. A volte, in maniera clamorosa.

(* non che tentare di riflettere in profondità possa sempre dare risultati positivi: guardate me, ad esempio… sono comunque sempre stato di quelli che “Meglio provarci e fallire piuttosto che ridere degli altri che falliscono”)

(** non per la mia okaasan, che colgo l’occasione per ringraziare profondamente, e che mi ha aiutato, in questi quattro mesi, a rielaborare molto di quello che ho scritto qui)

(*** ci sono anche le eccezioni, come i Masahiro ed Haruki, nonché Yoshiyuki che al party non c’era, che ho mostrato nel post del karaoke; ma, su 40 compagni di classe, 35 sono “Della tipologia che vedete in sovraimpressione”)

dicembre 29, 2008

Bai bai paatii (2)

Va bene, ammetto che iniziare una serie di due post dal numero due possa sembrare strano, ma ci dev’essere una qualche connessione con le gallerie Melarancio 1 e 2.
Intendiamoci, non che possa iniziare a qualcuno, ma, percorrendo la A1 da Sud verso Nord, in quella che per me, romano, è sempre stata la “direzione vacanze”, si incontrano, nel tratto di valico degli Appennini tra Firenze e Bologna, due gallerie, chiamate “Melarancio 1” e “Melarancio 2”: senonché, percorrendo il tutto in direzione Nord si incontra prima la “Melarancio 2” della “Melarancio 1”, il che mi ha sempre dato piuttosto fastidio, un senso di star percorrendo l’autostrada al contrario.
Non so quale oscura connessione si nasconda tra il titolo del blog e la Melarancio, ma ci tenevo a precisare il tutto.

Comunque, si parlava del secondo “Bye bye party”, che mi hanno organizzato i miei amici di qui e che, anche se in ordine è stato il secondo, è per me quello più importante, perché non è stata un’obbligazione da parte della scuola – come fu il primo – ma un’offerta spontanea e a sorpresa dei miei migliori amici.

Con la scusa di andare ad un “Sushi-ya”, mi hanno fraudolentemente condotto a casa di Yuuto-kun, che ha generosamente offerto sushi e nabe (nabe = pentola al centro della tavola dove si mette a bollire di tutto e che, oltre ad essere delizioso, fa molto “atmosfera invernale”) a volontà.

ità dà kimààsu!

ìta-dà-kimààsu! (itadakimasu detto alla maniera dei bimbi giapponesi che si apprestano a divorare un lauto pasto

Dopodiché, ci siamo diretti al karaoke, dove, pur cessato lo stupore della prima volta, mi sono divertito moltissimo a cantare canzoni in giapponese – assieme all’immancabile “Dragostea din tei”, che in Giappone è ancora in voga e che è, mio malgrado, diventata il mio cavallo di battaglia (me tapino).

tutti (ehm, in effetti manco io, che sto facendo la foto) al karaoke!

tutti (ehm, in effetti manchiamo io, che sto facendo la foto, e Masahiro, che è al bagno, ma vabbè) al karaoke!

Un’altra foto per commemorare l’epica resistenza di 5 ore alle martellanti melodie non sempre interpretate come sarebbero dovute essere state [ma che ***** scrivo? E’tardi.] interpretate.

ecco il trio dopo il bis della strabiliante performance - riuscita nonostante i due microfoni - della già citata Dragostea din tei

ecco il trio Haruki-Masahiro-Maruko dopo il bis della strabiliante performance - riuscita nonostante i due microfoni - della già citata Dragostea din tei che si prepara ad un più consono "One Love" di Arashi

Stremati – e un po’rimbecilliti – da 5 ore di karaoke, ci siamo poi trascinati dentro un “Soba-ya” (ristorante specializzato in soba, tagliolini alla giapponese in brodo) per concludere il tutto in bellezza.

Minna, arigatou neeeeee!

dicembre 28, 2008

AAA

Berlusconi sulle intercettazioni: “Se escono mie telefonate lascio l’Italia”

A buon intenditor…

(perdonate lo OT, ma, se, almeno stavolta, mantenesse la parola, gli perdonerei quasi tutte le sparate che ha fatto negli ultimi 2 millenni)

dicembre 27, 2008

Mai dire mai…

Quando un’immagine dice più di mille parole…

dsc00586

"Alle scuole elementari i bimbi puliscono in ginocchio, passando stracci sul pavimento"

Ora, reduce da una giornata di pulizia straordinaria della scuola prima della chiusura invernale (che poi sarebbero 7 giorni… ma, considerato che in estate non chiude mai, è relativamente molto) posso aggiungere qualcosa al mio vecchio report sulle pulizie alla scuola elementare – ed anche al liceo, quando capita: gli stracci si maneggiano a mani nude e si immergono ripetutamente nel secchio dell’acqua, che, da subito gelida, diventa col passare del tempo anche alquanto sporca. Aggiungete il fatto che a scuola non c’è (molto) riscaldamento (e a questo dedicherò un post) e vi ritroverete in breve ad intingere le vostre manine congelate dentro un secchio già di suo non invitante.

effettivamente, c'è del masochistico nel non usare un mocio o qualcosa di simile...

effettivamente, c'è del masochistico nel non usare un mocio o qualcosa di simile...

Effettivamente, non è così drammatico farlo solo nei giorni di pulizia speciale… però un po’di domande sul perché non usare un qualcosa di meno faticoso me le sono poste.

Ovviamente, nell’eterno dilemma (che io comunque non mi sono mai posto, ma che a quanto pare affligge più di qualche italiano) di: “Che faccio, la butto per terra oppure aspetto il prossimo cestino?”, di certo aiuta.

(per completare il quadretto di ironia della sorte, rinfrescatevi la memoria qui e qui)

dicembre 26, 2008

Scusatemi!

Piuttosto che scrivere un post di scuse per non aver risposto ai commenti potrei rispondere ai commenti ed eliminare il bisogno di scrivere questo post; ma che gusto ci sarebbe, altrimenti?

Stremato da tre giorni consecutivi di feste di addio alla giapponese intervallati da mail e – mi duole ammetterlo – fugaci scampoli della quarta stagione di Prison Break (che, tra l’altro, vi raccomando), non vedo altra soluzione che un riposo immediato per sopravvivere al quarto.

A presto!
Marco

« Pagina precedentePagina successiva »

Crea un sito o un blog gratuitamente presso WordPress.com.