inGiappone

gennaio 1, 2009

新年明御目出度御座!

しん ねん あ           お  め  で  と   ご  ざ

新年明けまして御目出度う御座います!

(da leggere: shinnen akemashite omedetou gozaimasu! Sia i kanji per “omedetou” che quelli per “gozaimasu”, in effetti, non si usano in quanto desueti, ma vabbè… così fa più fico, no?)

Auguri a tutti per un buon anno nuovo!

In effetti, dubito che il nuovo anno possa per me essere splendido quanto questa seconda metà di 2008 in Giappone… ma vabbè, pare che io sia in controtendenza, quest’anno!

Ancora auguri a tutti!

Marco

(^_^)

P.S. A chi fosse curioso del Capodanno giapponese, chiedo di pazientare ancora un po’ per la descrizione! Yoroshiku ne!

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dicembre 30, 2008

Maturità

Stavo leggendo, quest’oggi, blog di persone sparse per il mondo, e non ho potuto fare a meno di confrontare le mie impressioni con le loro, ed anche il tipo di programma.
Sarà che è ormai giunto il tempo di trarre le conclusioni.

Innanzitutto, la mia esperienza è stata diversa dalla maggioranza quelle che ho letto. Mentre in genere gli studenti all’estero possono fraternizzare con qualche compagno di (s)ventura proveniente dall’estero, io non ho avuto nulla di simile; al contrario, incontrare persone dallo stesso programma è formalmente proibito, in quanto “avrebbe potuto distogliere la nostre attenzione dai giapponesi”.
Insomma, fosse stato solo il divieto lo avrei ignorato tranquillamente, ma il fatto è che i giapponesi “pensano avanti”, ed hanno fatto in modo che nessuno dei partecipanti al programma capitasse vicino a qualcun altro, in modo da essere in “full immersion” tra i giapponesi.

All’inizio, non avevo particolari rimostranze verso questo metodo, ma devo ammettere che a lungo andare qualcuno – straniero – con cui parlare liberamente del Giappone diventa necessario: non penso che sia per mancanza di amici o per “voglia di trasgressione”, o qualsiasi cosa del genere. Semplicemente, a lungo andare, scambiarsi informazioni e punti di vista ed esprimere opinioni libere senza aver paura di scatenare il finimondo è un sostegno vitale – specialmente in un posto come il Giappone, dove, come diceva Fabiana in un commento al post di ieri, pur col passare del tempo non ci potrà mai sentire completamente a casa. Uno straniero è insomma una voce pronta a darti un punto di vista che non sia né il tuo né quello di 127 milioni di giapponesi, il che è, spesso, impagabile.

Prendiamo, ad esempio, io all’interno della mia classe. Ho avuto relazioni sociali discrete, con ottime probabilità migliori – in quantità – di quelle che ho in Italia e che avrò (forse) al ritorno; non mi manca la gente con cui parlare né gli amici con cui uscire al centro commerciale o al karaoke: eppure, sento che manca profondità. Profondità negli occhi che incroci con lo sguardo, profondità nei discorsi che escono ciclicamente con gli amici, profondità nel riflettere su se stessi, sulle proprie vite, sul proprio passato e sulla propria nazione: c’è bisogno disperato di profondità, in questa nazione.

Discorsi che non sfondano mai la soglia delle “varie ed eventuali”, interesse per l’Italia che si limita ad “elencami i nomi delle griffes di borse” o “che buono il tiramisù, vieni a prepararlo a casa mia?”, voglia di cimentarsi nelle sfide del mondo che lèvati – lèvati queste balzane idee dalla testa e grugnisci nel tuo piccolo porcile, perché… chi te lo fa fare di andare in uno più grande? – sono la stragrande maggioranza.

Non esiste l’interesse per l’estero in quanto tale: è come se fosse un mondo a parte, buono per fare scarpe firmate e pasta (di cui sbagliare invariabilmente il nome); magari potrà avere monumenti che valga la pena di visitare – quantunque in effetti siano luoghi pericolosi – ma non è un “posto” con serie pretese.
Ciò che mi ha più sorpreso è stato proprio il totale distacco tra Giappone, nazione dove si può vivere, e l'”estero” (alla giapponese, “Oltre il mare”), sconosciuto e periglioso luogo delle fate, dove vivono persone dalle abitudini strane (memorabili gli sticker che spiegano “l’abitudine dell’abbraccio”), da compatire sì con un sorriso ed aria bonaria, ma non un’alternativa seria alla Nazione con la enne maiuscola, e nemmeno qualcosa che valga la pena approfondire più di tanto.
Non che manchino le domande di rito – quelle mai! – ma un sano e genuino interesse per chi vive in maniera diversa dalla propria, una curiosità di fondo che abbia come base la capacità di porsi domande ed interrogarsi sulla propria condizione, queste sono totalmente assenti nella stragrande maggioranza delle persone**.

I ragazzi, in particolare, a 17 anni sono ancora bambini. Non li sfiorano desideri da “mondo degli adulti”, quali, che so, costruirsi una vita indipendente, ma passano la loro infanzia in un mondo assolutamente ovattato, scollegato dalla realtà sia giapponese che straniera, in cui hanno sì doveri pressanti – lo studio – ma che, tutto sommato, non presenta grosse difficoltà: “Il difficile non è imparare a memoria ma usare la testa”, diceva sempre la maestra Andreina (lo diceva davvero)… dopo 13 anni capisco cosa intendesse dire. La stessa campana di vetro li protegge durante l’adolescenza, nella quale, dal loro keitai, non arrivano pericolose ideologie che potrebbero sviarli né indizi che non tutto il mondo sia uguale al Giappone, ed anche durante il periodo adulto: guardando la tv giapponese, non si ha mai l’impressione che esista altro che il Giappone. Per fare un esempio, durante le olimpiadi, se in una certa disciplina non ci sono giapponesi che hanno preso medaglie, in tg non se ne parla; se un giapponese è medaglia di argento non si sa di chi sia la medaglia d’oro né quella di bronzo; lo stesso si applica a calamità naturali, guerre, votazioni e chi più ne ha più ne metta.

Tutto ciò può portare a risultati, se non paradossali, quantomeno divertenti, come quando, chiedendo ad un tizio tornato da un programma di scambio in Nuova Zelanda come fosse stato il viaggio, mi sono sentito rispondere: “Noioso. In NZ non ci sono giapponesi”. Come controbattere ad una risposta di siffatta ingenuità? E’ questo quello che ha imparato in un anno di vita all’estero? Tutte qui le osservazioni, le scoperte, le differenze, le sorprese che provengono dalla visita di un universo parallelo? No. Ha aggiunto: “Non ci sono nemmeno i canguri”. Meglio non guardare oltre – se proprio siete pettegoli e non vi sapete trattenere – la siepe del vicino.

Il Giappone, è, insomma, soddisfatto di se stesso al punto di non curarsi di ciò che esiste al di fuori di lui. Soddisfazione reale o presunta? Reale, direi: la generazione che fu sconfitta durante la Seconda Guerra Mondiale (che qui viene normalmente chiamata – coincidenza? – “Guerra del Pacifico”, a sottintendere, ancora, che non si sia combattuto altrove…) ha ottenuto un progresso tangibile. Non c’è motivo, però, per cui debba trasformarsi nella hybris che già tradì il dantesco Ulisse. Silenziando le opportunità che provengono da uno scambio culturale a livello profondo, il Giappone perde linfa vitale per una società statica ed incapace di muoversi oltre il sistema che l’ha spinta per gli ultimi 60 anni, e che, pur rivelatosi fallimentare dai tempi dello scoppio della bolla speculativa, rimane immutato nel più siciliano degli immobilismi.

Ciò che può sembrare paradossale per una nazione prospera e nazionalista come il Giappone è che i giapponesi, di loro, non hanno consapevolezza della grandiosità del loro paese a livello internazionale. Da questo punto di vista, sono sorprendentemente immaturi: non riescono a vedersi in maniera obiettiva e sono immersi nell’insicurezza – prima che dell’oscuro estero – del loro stesso paese. E’ per questo che qualsiasi operazione di “internazionalizzazione” non ha mai avuto successo: manca una base su cui attaccare il sentimento di internazionalità, manca la consapevolezza della propria nazione.
Senza conoscere te stesso, perché vorresti conoscere un estraneo? Immagino che questo sia il ragionamento che fanno, più o meno inconsciamente, i giapponesi, e che ho provato con la stragrande maggioranza delle persone sulla mia stessa pelle***.

E’ ironico che io sia arrivato a queste conclusioni dopo essere scappato a gambe levate dal provincialismo italiano, dalla Lega razzista che va in tv un giorno sì e l’altro pure tra gli applausi dell’italiano medio, aspettandomi che, nella nazione del buddhismo zen e della meditazione, ci fosse coraggio di riflettere: non c’è nulla di più edificante di essere smentiti dalla realtà. A volte, in maniera clamorosa.

(* non che tentare di riflettere in profondità possa sempre dare risultati positivi: guardate me, ad esempio… sono comunque sempre stato di quelli che “Meglio provarci e fallire piuttosto che ridere degli altri che falliscono”)

(** non per la mia okaasan, che colgo l’occasione per ringraziare profondamente, e che mi ha aiutato, in questi quattro mesi, a rielaborare molto di quello che ho scritto qui)

(*** ci sono anche le eccezioni, come i Masahiro ed Haruki, nonché Yoshiyuki che al party non c’era, che ho mostrato nel post del karaoke; ma, su 40 compagni di classe, 35 sono “Della tipologia che vedete in sovraimpressione”)

dicembre 29, 2008

Bai bai paatii (2)

Va bene, ammetto che iniziare una serie di due post dal numero due possa sembrare strano, ma ci dev’essere una qualche connessione con le gallerie Melarancio 1 e 2.
Intendiamoci, non che possa iniziare a qualcuno, ma, percorrendo la A1 da Sud verso Nord, in quella che per me, romano, è sempre stata la “direzione vacanze”, si incontrano, nel tratto di valico degli Appennini tra Firenze e Bologna, due gallerie, chiamate “Melarancio 1” e “Melarancio 2”: senonché, percorrendo il tutto in direzione Nord si incontra prima la “Melarancio 2” della “Melarancio 1”, il che mi ha sempre dato piuttosto fastidio, un senso di star percorrendo l’autostrada al contrario.
Non so quale oscura connessione si nasconda tra il titolo del blog e la Melarancio, ma ci tenevo a precisare il tutto.

Comunque, si parlava del secondo “Bye bye party”, che mi hanno organizzato i miei amici di qui e che, anche se in ordine è stato il secondo, è per me quello più importante, perché non è stata un’obbligazione da parte della scuola – come fu il primo – ma un’offerta spontanea e a sorpresa dei miei migliori amici.

Con la scusa di andare ad un “Sushi-ya”, mi hanno fraudolentemente condotto a casa di Yuuto-kun, che ha generosamente offerto sushi e nabe (nabe = pentola al centro della tavola dove si mette a bollire di tutto e che, oltre ad essere delizioso, fa molto “atmosfera invernale”) a volontà.

ità dà kimààsu!

ìta-dà-kimààsu! (itadakimasu detto alla maniera dei bimbi giapponesi che si apprestano a divorare un lauto pasto

Dopodiché, ci siamo diretti al karaoke, dove, pur cessato lo stupore della prima volta, mi sono divertito moltissimo a cantare canzoni in giapponese – assieme all’immancabile “Dragostea din tei”, che in Giappone è ancora in voga e che è, mio malgrado, diventata il mio cavallo di battaglia (me tapino).

tutti (ehm, in effetti manco io, che sto facendo la foto) al karaoke!

tutti (ehm, in effetti manchiamo io, che sto facendo la foto, e Masahiro, che è al bagno, ma vabbè) al karaoke!

Un’altra foto per commemorare l’epica resistenza di 5 ore alle martellanti melodie non sempre interpretate come sarebbero dovute essere state [ma che ***** scrivo? E’tardi.] interpretate.

ecco il trio dopo il bis della strabiliante performance - riuscita nonostante i due microfoni - della già citata Dragostea din tei

ecco il trio Haruki-Masahiro-Maruko dopo il bis della strabiliante performance - riuscita nonostante i due microfoni - della già citata Dragostea din tei che si prepara ad un più consono "One Love" di Arashi

Stremati – e un po’rimbecilliti – da 5 ore di karaoke, ci siamo poi trascinati dentro un “Soba-ya” (ristorante specializzato in soba, tagliolini alla giapponese in brodo) per concludere il tutto in bellezza.

Minna, arigatou neeeeee!

dicembre 28, 2008

AAA

Berlusconi sulle intercettazioni: “Se escono mie telefonate lascio l’Italia”

A buon intenditor…

(perdonate lo OT, ma, se, almeno stavolta, mantenesse la parola, gli perdonerei quasi tutte le sparate che ha fatto negli ultimi 2 millenni)

dicembre 26, 2008

Scusatemi!

Piuttosto che scrivere un post di scuse per non aver risposto ai commenti potrei rispondere ai commenti ed eliminare il bisogno di scrivere questo post; ma che gusto ci sarebbe, altrimenti?

Stremato da tre giorni consecutivi di feste di addio alla giapponese intervallati da mail e – mi duole ammetterlo – fugaci scampoli della quarta stagione di Prison Break (che, tra l’altro, vi raccomando), non vedo altra soluzione che un riposo immediato per sopravvivere al quarto.

A presto!
Marco

dicembre 25, 2008

Merii Kurisumasu!

Quest’oggi, stremato da una lunga giornata di impegni (…), mi terrò sul sintetico e vi augurerò buon Natale alla giapponese:

Merii kurisumasu! (= Merry Christmas)

Se invece foste compagni di classe… un più informale “Merikuri”!

Se, ancora, voleste creare un esotico miscuglio dai dubbi risultati, potreste augurare un “Kurisumasu omedetou”, o, in casi di formalità estrema, “Kurisumasu omedetou gozaimasu”

Insomma, il succo è: buon Natale a tutti!
(^_^)

Marco

P.S. Chi di voi è mai andato a scuola il giorno di Natale? Lo vedete che il Giappone è un paese davvero unico…!

dicembre 24, 2008

Regalo

Filed under: Uncategorized — marco @ 11:56 pm
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E per oggi, il mio regalo l’ho ricevuto, dalla classe di francese…

che carini ^^

che carini ^^

Buona Vigilia a tutti!

dicembre 20, 2008

La scopa del rispetto (2): pulizie

Visti sia l’interesse (?) suscitato dal post precedente sia la mia benevola munificenza (?) sia, più che altro, lo spaventato commento di Saya, approfondirò l’argomento “pulizie”.

Innanzitutto, è sbagliato dire che le pulizie siano una grande faticata: immaginate se, al posto dei tre sottopagati bidelli della multiservizi, a pulire ci fossero tutti gli allievi del liceo (che, nel mio caso, sono circa 2100 persone). Ammettendo pure che ci siano un 20% di demotivati (il che è pessimistico, considerate le sanzioni per chi salta le pulizie senza preavviso), restano 1680 persone, che è pur sempre una bella somma. E’ come se, per fare le pulizie di casa, foste in 20 persone: mi sembra evidente che, alla fine, ciascuno fa poco o niente: un colpetto di scopa, una scrivania spostata, una sedia rimessa al suo posto e, senza fare troppo i pignoli, si finisce in fretta. Lo stesso vale per la scuola, dove il tempo delle pulizie è di circa 15 minuti, che si rispettano con facilità.

qualche foglio caduto durante lo spostamento dei banchi, polvere e niente più!

il bottino delle pulizie di classe: qualche foglio caduto durante lo spostamento dei banchi, polvere e niente più! se c'è un luogo comune vero sui giapponesi è che sono civilissimi!

Per quanto riguarda le pulizie della classe, come è lecito aspettarsi, essendo le più importanti, c’è un protocollo abbastanza rigido da seguire (il gruppo pulizia classe è di 12 persone): per prima cosa si spostano tutti i banchi in fondo (ciascuno il proprio, mettendo le sedie a gambe all’aria sopra il banco), poi si sposta tutta la polvere e le cartacce accumulate in 8 ore di scuola verso il fondo, facendola scorrere negli spazi liberi tra le file di banchi, poi 4 persone rimettono i banchi a posto (senza rimettere a posto le sedie, questo spetta all’occupante del banco), uno rimette a posto le scope nell’armadietto apposito (che compito difficile!), due raccolgono la polvere accumulata e cinque svuotano i cinque cestini della raccolta differenziata.

Lavorare di meno, lavorare tutti!

La scopa del rispetto

In Giappone, i bidelli non esistono: sono sempre gli alunni a pulire la scuola, e lo fanno in un modo che mi ricorda molto il celebre indovinello della Sfinge. Alle scuole elementari, infatti, i bimbi puliscono in ginocchio, passando stracci sul pavimento (in effetti, non so se sia così universalmente, ma fuziona così alla scuola del mio “host-cugino”); alle medie, sempre in ginocchio, ma con una scopetta; al liceo, invece, rivoluzione: si passa ad una vera e propria scopa. Senonché, non è una vera e propria scopa, ma – e ci mancherebbe altro: non solo hai l’onore di spazzare per terra ma poi vuoi anche stare dritto con la schiena? – una scopetta col manico monco, che ti costringe a chinarti per pulire… in questo senso:

[non me la carica… vabbè, immaginatemi curvo su una scopa (quasi) senza manico!]

Notare che io non sono particolarmente alto (hehe, come suonano bene le parafrasi alla giapponese!)…

Anche all’interno del “democratico” liceo, comunque, si osserva un ordine: i senpai, cioè i san-nen-sei (quelli che sono in terzo liceo, ovvero l’ultimo anno) puliscono le proprie aule (il che include svuotare i 5 cestini della raccolta differenziata) ed i corridoi davanti alle classi; i ni-nen-sei (ovvero i secondini, tra cui sono anche io) puliscono le proprie aule ed i corridoi antistanti, le aule dei professori, le scalinate interne ed i corridoi di connessione tra le parti della scuola; gli ichi-nen-sei (i primini) puliscono, oltre alle proprie aule e all’uscio della scuola, le aule comuni (tipo: biblioteca, aula di arte, aula computer, aula di scrittura, aula di commemorazione del centenario scolastico; e ce ne sono a non finire) e i bagni.

Un po’gerarchizzato, non vi pare?

dicembre 18, 2008

Gurantariaano… chi era costui?

I giapponesi hanno un certo gusto per l’autocompiacimento, che li porta sempre a fare domande generiche ai quali il gaijin ammaestrato non potrà che rispondere con risposte altrettanto generiche, tendenti al cerimonioso ricco di complimenti, teso a confermare le aspettative dell’interlocutore ed, anzi, a dimostrare che lui, lui sì che capisce la cultura giapponese, e la apprezza molto, moltissimo, più dei giapponesi; anzi no, un po’ meno, visto che lui no, non è giapponese e non si può permettere tanto. Stranamente, non avrà notato nemmeno un lato negativo del Giappone – perché avrebbe dovuto, del resto? In Giappone non ce ne sono! – ed ovviamente qualsiasi cosa abbia una minima profondità e risulti in un commento negativo, o in una semplice affermazione diversa da: “E’ davvero fantastico” oppure “Mi è piaciuto molto”, viene evitata coscienziosamente dal conversatore scrupoloso, ovvero dal 99,98% dei giapponesi che vi capiterà di incontrare.

Accade così che, dopo trentacinque estenuanti minuti di intervista, durante i quali una peraltro simpatica giornalista mi ha tormentato con banalissime domande alle quali ho risposto “esattamente come dovevo rispondere”, ho conquistato, fra mirabolanti complimenti e banalità ormai memorizzate, uno spazietto sulla cronaca del giornale leader di Iida e dintorni, il “Minami Shinshuu Shimbun”.

P

buona lettura! 😛

Traduzione (alquanto libera… in effetti, mi sono reso conto che non sono assolutamente capace di farne una letterale! Non so se sia io troppo esigente a voler mantenere il suono della lingua originale, oppure se sia la differenza nella costruzione dei periodi, fatto sta che, a volerla mettere “alla giapponese”, suona davvero male!):
“Maruko Gurantariaano-kun (17) uno studente italiano all’estero che frequenta il secondo anno del “Liceo Fuuetsu di Iida”, ha detto: <<Assaggiando i sapori delle altre nazioni, la “Festa di Scambio Culturale” è venuta davvero bene. Iida è una città molto pulita e sicura. Anche la cucina è buona.>>. ”
Ora, a parte tutto… non è che sia proprio soddisfattissimo, ecco… cioè, mi metti in croce più di mezz’ora e poi mi dedichi tre righe in cui mi fai parlare come fossi un robot di 10 anni fa? Insomma, non che pretendessi una pagina intera, ma, per diamine, sembra che io parli a frasi di 6 parole l’una! ASIMO, per dire, già è ad un altro livello! xD

Metterò provvisoriamente da parte le lamentele per far spazio ad un po’di orgoglio, visto che, dei 10 studenti all’estero, hanno scelto di pubblicare la mia intervista, e mi hanno messo addirittura accanto allo “Yokota Kaichō”. Ma come, non lo conoscete? Si vede che siete davvero out nella vita di Iida! La Yokota (che, in italiano, sarebbe un meno suggestivo: “risaia di lato”)  è lo sponsor principale di qualsiasi evento si tenga ad Iida, dalla maratona degli studenti alla “Gurando Oopun” (Grand Open, cioè inaugurazione) del nuovo circolo bocciofilo, fino ai più impegnativi hanabi di fine estate. E’una compagnia dai molteplici risvolti che, dalle concessionarie automobilistiche ai pachinko fino agli “Hyaku-en shoppu” (negozi da 100 yen) gestisce una discreta fetta dell’economia della città. In poche parole, lui è il presidente delle operazioni di Iida, ed è a metà tra uno yakuza (mafioso giapponese) ed un intrepido uomo d’affari: più probabilmente, entrambi. E’, insomma, quel tipo di personaggio che riceve inchini a “fronte-struscia-pavimento” persino dal sindaco, ed io sono stato elevato a tal punto da meritare di lambire le sue sacre parole: come potrei non esserne più che onorato?

(sì, va bene, prima che i miei deliri da mancanza di sonno si facciano ancora più evidente è bene che io mi faccia i 20 minuti nel kotatsu di cui parlavo ieri… oyasumi!)

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