inGiappone

settembre 21, 2008

Wasshoi!

Ieri sera ho centrato uno degli obbiettivi che mi ero prefissato prima di venire qui in Giappone: una di quelle esperienze che volevo fare, perché tornare in Italia senza averle fatte sarebbe stato un “peccato” nel senso giapponese del termine con cui viene tradotto, “zannen” (残念), ovvero un “desiderio rimasto”.

Penso che gli amanti del Giappone conoscano cosa sia un “omikoshi”, ma per tutti gli altri farò una breve spiegazione.

un omikoshi (sì, lo so che quello di wikipedia è più bello, ma il mio orgoglio di fotografo mi impedisce di fare altrimenti!)

un omikoshi (sì, lo so che quello di wikipedia è più bello, ma il mio orgoglio di fotografo mi impedisce di fare altrimenti!)

Una volta tanto, sarò davvero succinto: un omikoshi è un tempietto portatile, issato su delle assi di legno (in genere 4, prosecuzione ideale dei lati del tempio, ma anche 6 oppure 8 nei tempietti più grandi) che si appoggiano sulle spalle di un numero di persone che varia a seconda del suo peso. L’omikoshi (che in realtà si chiama mikoshi, ma il suffisso onorifico, come avviene per molti oggetti di culto, è praticamente obbligatorio) viene dunque portato in processione lungo un percorso le cui logiche sfuggono ai più, in quanto include deviazioni, giri in tondo, camminamenti avanti e indietro per lo stesso (lungo) tratto di via… insomma, le linee rette sembrano essere vietate, per la gioia di chi deve portare il tutto. Ogni tot di tempo, seguendo le indicazioni di un esperto che, brandendo un kami no kami (non ho ancora capito se sia il nome ufficiale, tra l’altro), fa strada e dà indicazioni, si solleva il tempietto verso l’alto e lo si fa ondeggiare vistosamente, ed infine lo si lancia in alto e lo si riprende.
Durante il tutto si scandisce (anzi, si urla proprio), accompagnati dai “taiko” (tamburi giapponesi), un grido di incoraggiamento, che dice “wasshoi”, il cui significato apparentemente è talmente poliedrico e sfuggente da mandare in crisi la mia host famiglia: dopo ore di trattative e precisazioni, ho capito che è un misto tra “tieni duro” ed “oh issa”, anche se sull’etimologia mi piacerebbe sapere qualcosa di più.

Okaasan ed io

Okaasan ed io (notare il costume della festa!!!)

Il target della processione è un tempio shintoista, generalmente quello di quartiere: gli omikoshi sono infatti un fenomeno territorialmente circoscritto, nel senso che ogni quartiere della città ha le sue diverse squadre (quelle del mio quartiere sono 16), che sfilano tutte insieme nello stesso giorno, che è generalmente un sabato o una domenica. Il weekend seguente, sfileranno omikoshi di un altro quartiere e così via, finché non siano finiti tutti: ogni quartiere ha il suo santuario shintoista (o anche più di uno), ed è quest’ultimo che organizza le processioni e le importantissime vivande.
Già, perché non solo prima di portare l’omikoshi viene offerta la cena, ma durante la processione si fanno brevi pause con l’unico e deliberato scopo di bere saké, vero motore della serata, con l’effetto che, se tutti effettivamente bevessero ogni volta, stramazzerebbero al suolo completamente ciucchi. Per fortuna, i coscienziosi giapponesi, almeno nel mio caso, hanno evitato al gaijin l’imbarazzante spettacolo, e siamo riusciti sani e salvi a farci dare la benedizione al tempio.

ecco il retro del mio happi, notare la scritta: dice "Horibata", ovvero "sulla riva del fossato". Questo perché anticamente, prima che ci venisse bruciato insieme a metà della città, ad Iida c'era un castello, ed il quartiere "Horibata" era attaccato al castello, cioè sulla riva del fossato.

L’aria che si respira durante la processione è molto diversa da quella delle processioni nostrane, cupe, tristi e mortificate nel dolore per il peccato… quello che l’altra volta avevo descritto vedendo dall’esterno, stavolta l’ho vissuto dall’interno, nello “staff”, e devo dire che l’impressione di festosità è sicuramente confermata. Anzi, oserei dire che, nonostante io sia ateo, sono stato inebriato dall’atmosfera “spirituale” della processione: la gestualità del prete shintoista, i suoi strumenti del mestiere, il raccolto giardino del tempio e la sua architettura, le grida di incoraggiamento, la fatica, il saké, l’incenso… è tutto molto simpatico, superstizione e spiritualità sono però completamente fuse.


([Sottitoli manuali: “Horibata…” “Wasshoi”] nel video, se mi riuscite ad intravedere in quei 3 secondi, sono l’unico furbone che guarda la fotocamera… se vi consola, cliccando sopra il video potrete vedere la versione in alta risoluzione, nella quale è possibile ammirarmi in tutto il mio splendore! xD)

Bene, fin qui tutti i lati positivi… ma potrebbe mai un tempio, pur portatile, nel quale vivono gli dei essere leggero? Ovviamente no! Questi simpatici omikoshi, infatti, hanno un peso specifico che si avvicina a quello del piombo, ed hanno la caratteristica di non essere cavi all’interno, ma pieni. Tra l’altro, sono anche illuminati, e le luci vogliono corrente, la quale vuole batterie, che, guarda caso, sono al piombo… se poi non dovesse bastare, e non basta, ci pensano delle avvenenti ragazze che, per la gioia del pubblico maschile che, spesso e volentieri, alza lo sguardo (…), prima in coppia e poi in 4 salgono accanto al tempio e si muovono, aggiungendo pathos e peso al tutto. Bene, se poi non dovesse essere abbastanza, aggiungete il fatto che le assi di legno NON sono anatomiche e che, sì, potreste mettere tra la vostra dolente spalla e l’asse un asciugamanino che attutisca il tutto, ma ne va della vostra virilità.

In più:  1) in salita il tempietto pesa da morire ma devi comunque salire, ed il peso si distribuisce in maniera diseguale; 2) in discesa il tempietto pesa da morire ma devi fare attenzione perché sei in discesa, e se scivoli finisci ciancicato dalla folla; 3) in pianura il tempietto pesa da morire e devi fare attenzione a non pestare i piedi di quello che ti sta davanti, il che può sembrare facile, ma considerato che è a trenta centimetri di distanza non lo è così tanto; 4) quando lo si agita in alto scuotendolo o lo si fa volare, il tempietto attorniato dalle gentil donzelle pesa da morire, e quando ricade gentilmente sulle mani che lo hanno alzato e poi sulla spalla, già dolorante, distrugge tutto ciò che trova; 5) il fatto che di tanto in tanto facciate riposare la spalla sorreggendo il tempietto – che, sia detto, pesa da morire – con le braccia farà sì che, in men che non si dica, le vostre due braccia saranno dolenti quasi quanto la spalla, dunque la decisione di “riposarsi” un po’diventa una specie di guerra tra poveri fra spalla e braccia; 6) sulle scale per arrivare al tempio, il tempietto pesa da morire e ci sono gli scalini, che sono ovviamente minuscoli e scivolosissimi; 7) dopo un’ora che urlate “Wasshoi”, nonostante ormai la bocca vada da sola e non ci sia più bisogno di ricordarsi di dirlo ogni volta, la voce inizierà lentamente ad andare via, per sparire definitivamente all’arrivo, due ore dopo i primi segni di cedimento. Ovviamente, ciò accade solo a VOI, mentre tutti gli altri continuano ad urlare allegramente.

Ora che ho dato sfogo alla mia vena polemica, posso serenamente ammettere che la fatica è un ingrediente del tutto! Insomma, alla fine, nonostante una spalla dolorante, ogni muscolo delle gambe che mi duole per colpa della camminata sbilenca e le braccia indolenzite, posso dire che ne è valsa la pena!

3 commenti »

  1. wooohoo! this looks really…well Japanese?! You’re the born japanese! Great! Did you actually to wear this costume? Oh maaan…this is really impressing!

    Commento di sarah — settembre 22, 2008 @ 9:40 pm

  2. Hello, sorry for having take so much time to come on your blog^^’ I begin to comment now!
    No, you don’t mean you really were carrying this during a Matsuri !!!
    It’s me who is triple jealous this time >_<

    Commento di Yohan — settembre 30, 2008 @ 9:51 pm

  3. Caro Marco, ogni tanto torno a leggere il tuo blog perché è sempre un piacere riassaporare i tuoi racconti, e le geniali note che hai scritto nelle tue avventure di liceale in Giappone, e ogni tanto scopro cose nuove che non avevo notato prima, anche se siamo in pieno 2014, a 6 anni dalla tua avventura.

    Oggi ad esempio, dopo tanto tempo, e tante letture mi sono accorto che hai scritto “processioni nostrane cupe e tristi, mortificate dal peccato”.

    Evidentemente non hai mai visto una processione dei Gigli di Nola o di Barra in provincia di Napoli.

    Non si porta in giro un omikoshi, ma una costruzione alta 25 metri, decorata o con drappi (Barra, Casavatore), o intere costruzioni religiose di cartapesta.

    Il peso è notevole e vengono sollevati da dozzine di persone.
    Sopra il giglio ci salgono orchestre intere e vanno avanti e indietro per le strade cittadine fino alle chiese patronali, seguendo i comandi del cosiddetto capo-paranza, (l’esperto) a ritmo di musica, per dare i tempi e i movimenti…
    E anche lì è difficile capire tuti i giri e le svolte, e il suono è dell’orchestra è di musica sincopata moderna in stile napoletano, a cui si mischiano tantissimi altri genrei musicali, ma ai momenti delle “alzate” e delle “abbassate” dei gigli il ritmo è incredibilmente molto simile a quello che ho visto in TV delle processioni degli omikoshi. Anche qui la fatica e la soddisfazione sono assicurate.

    Il divertimento e la confusione sono veramente simili fra Giappone e Italia e affratellano decisamente la nostra spiritualità a quella del sol levante. Anche se in Giappone penso siano molto più ordinati anche nella processione degli omikoshi.

    Puoi vedere tantissimi video sui gigli di Nola, direttamente su Youtube.

    Te ne linko uno per tutti:

    Ciao,

    Raffaele

    P.S.: Perché non ne tiri fuori un libro? La tua capacità di analisi della realtà giapponese, è sorprendente, anche tenendo conto dell’età che avevi (credo tu fossi diciassettenne/diciottenne, giusto?) quando hai scritto il blog. Di sicuro se riesci a pubblicarlo avrai in me il primo affezionato lettore.

    Commento di Raffaele Irlanda — febbraio 1, 2014 @ 9:58 am


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